domenica 27 luglio 2014

Nel segno di Orwell di Franc'O'Brian - Prima parte

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"Era una bella e fredda mattina d'aprile e gli orologi batterono l'una. "

George OrwellNelle prime edizioni italiane di '1984', già nell'incipit è contenuto un clamoroso errore: nel testo originale, infatti, gli orologi "battono le tredici", non l'una. Il traduttore allora non volle credere che gli orologi potessero battere le tredici, nemmeno nell'eccentrica Londra e nemmeno in un lontano futuro quale allora era considerato l'anno 1984 (il romanzo fu scritto nel 1948). Dunque i lettori italiani sono stati privati di un importante elemento umoristico. Come fa notare Anthony Burgess nel suo splendido saggio-novella '1985', l'intenzione di Orwell era di scrivere un romanzo che fosse - appunto - "anche" umoristico.

George Orwell (vero nome: Eric Arthur Blair) era noto essere un poeta dolcemente ironico, un cronista sorridente della decadenza e della sordidezza, non un visionario pessimista. In difesa di quel primo traduttore, comunque, c'è da dire che le difficoltà di trasporre in italiano questa saga futurista (futurista in senso lato: il perché lo vedremo più avanti) sono di poco inferiori a quelle che si riscontrano nel tentare di rendere i pasticci linguistici dell' 'Ulysses'; che, a proposito, è da considerarsi anch'esso un romanzo umoristico - checché ne pensino certi critici.

Nelle prime pagine di '1984' ci imbattiamo in queste parole:

"Giù e su tra Londra e Parigi. Lo Wigan Pier."

Wigan Pier è uno "joke" da cabaret: è un posto inesistente, o indica tutt'al più uno stretto ponticello o un sentiero che costeggia un piccolo canale (inteso è qui il Canale della Manica). Ma come esporlo ai lettori non inglesi, se non con l'aggiunta di una nota a piè di pagina?

Orwell descrive la realtà futura come una serie di mondi chiusi. La Londra di '1984' è un universo a sé stante; non soltanto perfettamente distaccata dai circostanti centri rurali, ma suddivisa in rioni come nel gioco delle scatole cinesi: da una parte troviamo gli alloggi dei funzionari del Partito, dall'altra i vasti quartieri impoveriti dei "proles", ovvero dei proletari, che lo scrittore ci presenta ignoranti e incapaci ad organizzarsi. La comunicazione tra le varie sfere è inesistente, anzi addirittura interdetta, per volere del Big Brother. Inoltre, una normale, ragionevole conversazione tra gli stessi funzionari è impossibile, a causa della fitta aura di sospetto che circonda il dasein dei cittadini.

E quali chances abbiamo noi oggi di comunicare e... comunicarci? Tra '1984' e gli scenari attuali ricorrono diversi parallelismi che vale la pena di esaminare da vicino.

Anzitutto, non dovremmo più parlare di "vita pubblica": "vita pubblica" è un eufemismo e una contradictio in se. Non è soltanto l'urbanizzazione ad aver distrutto la funzione dell'agorà: anche nei centri abitati meno grandi si assiste a un fenomeno di incomunicabilità che certamente trascende dal classico gap generazionale. L'agorà è stata privatizzata e messa sotto vuoto spinto, imprigionata in un tubo catodico: è, dunque, nelle mani dei responsabili dell'informazione (il "ministero della Verità" di '1984'). Anche se, più che informazione, bisognerebbe chiamarla "disinformazione". La nostra televisione non è dissimile dal "versificatore" del romanzo di Orwell - un apparecchio che mutava ogni testo riscrivendolo secondo i canoni del Newspeak - il "Nuovo Linguaggio".

La televisione tende a diffondersi in senso unico: dal basso in alto, o, più precisamente, dal centro alla periferia. Rappresenta quello che durante il periodo nazista fu la radio: il mezzo più efficace per "cretinizzare il popolo" (Goebbels). L'eliminazione del monopolio delle antenne di Stato non ha scongiurato il pericolo di una lobotomizzazione in favore del moltiplicarsi di programmi culturali (film ad alto livello, trasmissioni intelligenti in cui anche la comicità serva a sollecitare i neuroni, ecc.): tutt'altro. L'audit, o indice di gradimento, detta legge, e così sul piccolo schermo non rimane spazio ormai che per il trash. A questo proposito, c'è da aggiungere che anche la radio consola raramente: oltre all'incontrollata guerra per accaparrarsi le frequenze migliori, c'è da registrarsi un sovraccarico dell'etere a base di musica prodotta da gruppi grezzissimi, musica con funzione anestetizzante. In un simile paesaggio di desolazione, è ovvio che i persuasori occulti la facciano da padroni...

Prima del boom del personal computer, abbiamo vissuto un decennio (gli anni Ottanta, esattamente) caratterizzato dalla sottomissione passiva di intere masse alle suggestioni, allo psychoterror di agenzie infopubblicitarie e di governi sottilmente repressivi. L'èra di Reagan, il thatcherismo e il revanchismo di destra hanno portato in quasi tutti i Paesi occidentali allo smarrimento e sbandamento dell'individuo, cui gli anni Settanta avevano se non altro fornito spunti e motivi "dialettici" atti a dare un senso alla sua esistenza. Ai miti di San Francesco, Gesù, Marx, Che Guevara e Jimi Hendrix si sono sostituiti gli eroi dei cartoni giapponesi, idoli della stazza di un Sylvester Stallone e starlette di plastica come Madonna e Michael Jackson.

Per fortuna, il riflusso ideologico occorso negli anni Novanta, complice la natura stessa del capitale (crisi ciclica, corruzione, scandali politici, mafie di ogni genere all'Ovest come all'Est), ha fatto risvegliare molte coscienze. Di conseguenza, a livello di base (inutile continuare a parlare di "proles": il proletariato odierno non assomiglia né a quello di Karl Marx, né tantomeno a quello di '1984') si è cercato di rimpiazzare il monopolio di dati instaurando una diffusione di informazioni non televisizzata, uno scambio di vedute e opinioni al di fuori dei circuiti statali.

Lo strumento che meglio si adatta a tale funzione è il computer.


2
Chi ha letto '1984' si ricorderà che la prima grande trasgressione di Winston Smith, il protagonista, consiste nello scrivere a lettere maiuscole, su un diario di antica manifattura, le parole

'ABBASSO IL GRANDE FRATELLO'.

Il "diario" usato oggi da chi vuole ribellarsi allo stato di cose vigente, o che vuole quanto meno concedersi momenti di gioco-riflessione, è il PC.

Una delle domande più frequenti fino al 1993, 1994, rivolte a chi si procacciava un computer, suonava pressappoco: "Ma che cavolo te ne fai di quell'aggeggio? A che cosa ti serve?"

Allora si rimaneva a boccheggiare di fronte a tanta incomprensione, mentre oggi avremmo la risposta parata: "Che me ne faccio? A che serve? Serve a dialogare, a gridare, a far scherzi e a piangere, a offendere e a calunniare, a buttar giù le mie memorie come ha fatto Winston Smith in '1984'. Serve ad accusare e a difendere, a volere bene e a non voler bene, a suscitare idee e a trovare nuove idee.

"Tramite un computer non puoi picchiare nessuno, e questo è positivo. Non puoi guardare il tuo interlocutore direttamente negli occhi, e questo è negativo. Viaggi sui fili del telefono e vi incontri i cools, i collerici, gli idioti. Tutto proprio come là fuori... Tutto proprio come outside the wall."

Già. Il Villaggio Globale, come lo battezzò McLuhan. Internet getta ponti su baratri di vuoto fisico. Una specie di "Giochi senza frontiere", per dirla con Peter Gabriel.

Il computer per uso comune (home computer dapprima, poi personal computer) è stata un'invenzione "forzata" del capitale, che, nella sua continua ricerca di merci da commercializzare (guai se le ruote del macchinario si bloccano!), ha sfruttato il coraggio e plagiato l'intuizione di una piccola ditta - la Apple - per lanciare questo novum, questo ambito oggetto, rendendolo accessibile a quante più persone possibile.

Imprevisto - o sottovalutato - era il rischio che singoli individui o gruppi di individui lo usassero quale catalizzatore ed espansore delle energie sobillatrici contenute in seno a ogni comunità. Il nuovo presente ha la forma di una rete, e la parola magica è - appunto - "Internet".

Non possiamo che rallegrarci del proliferare di siti sul WEB. Ciò che una volta erano le radio pirate, lo sono oggi le home pages alternative, a sfondo politico o... malandrine per puro gioco. E i nuovi pirati si chiamano "hacker".

Per chi non lo sappia: anche Jobs e Wozniak, i fondatori della Apple, erano due hacker...

"Eccolo qui il livello primordiale della forma sovversiva: quello del gioco, del piacere, dello scambio al di fuori di un sistema mediatico che si autotutela nel penetrare la mente degli individui lobotomizzandola tramite aghi di parole, musiche, immagini." (Demian)

Dunque, paradossalmente è proprio il computer, che al suo apparire generò tante angosce per una possibile perdita della privacy, a offrirsi quale strumento di riscatto del singolo sul tentativo degli Stati demagogici di relegarlo nella mandria di... proles. Da qualche annetto assistiamo all'instaurarsi di un rapporto sorridente - in qualche modo festoso - tra cittadini di tutto il mondo, un tipo di comunicazione da alveare ad alveare che, per la prima volta nella storia dell'umanità, ridicolizza ogni barriera storica, sociale e razziale.

E' uno sviluppo che nemmeno Orwell aveva previsto. Nel futuro orwelliano, del resto, il semplice apparecchio televisivo è privilegio (e flagello) dei funzionari del Partito; i proles di Orwell non si sognano neppure di poterne possedere uno. E anche il "nostro" PC fino a qualche anno fa non era alla portata di tutti. Non era ancora diventato una moda. Ricordo che io e i miei amici venivamo considerati alla stregua di maniaci, di fissati. Il nostro entusiasmo per questo media elettronico ci fece guadagnare l'etichetta di computer freaks. Allora erano i "Bullettin Boards" (le mailbox private) a offrirsi come stazioni-base per lo scambio di dati e messaggi, e solo pochi accoliti conoscevano il computerese, ossia il gergo tecnico legato all'uso dei calcolatori elettronici. Ma la vera, grande rivoluzione si è avuta con la "scoperta" e l'ampio sfruttamento di Internet, ed è una rivoluzione di cui non si intravede ancora la fine. WWW è un medium di ragione trasversale, il paradigma moderno della pluralità. Si fondano giornali on-line, librerie on-line... Un fenomeno sempre in crescita di creatività at home che è stato designato - impropriamente - "controcultura". Non si tratta di controcultura, ma di riappropazione della cultura (anche della più tradizionale) per il propagamento libero e incondizionato della stessa. E' Cultura con la 'c' maiuscola, come quella dei nostri padri; solo, fatta con mezzi nuovi, diversi.



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Nella sua Oceania (il blocco di Stati occidentali in cui è compresa la Gran Bretagna), Orwell porta all'estremo la problematica della differenza e separazione delle classi, profetizzando un baratro invalicabile tra funzionari (= tecnocrati) e proles. Praticamente, tra gente inserita nel sistema e gente che ne è invece tagliata fuori. Esaminiamo lo sviluppo in corso nella nostra società: questo stesso fenomeno di "separazione" classista non sta forse avvenendo sotto i nostri occhi, perfino qui, nel civilizzato Occidente? Sempre meno giovani riescono a inserirsi nel mercato del lavoro e gli esclusi, ormai, non si contano più. I disoccupati sono legioni, e chi si ritrova a far parte del "proletario" (una moderna forma di schiavitù)... deve quasi ritenersi fortunato!

Contrariamente che nell'"Oceania" architettata da Orwell, comunque, i proletari attuali vengono sempre più integrati nella sfera della tecnocrazia, vengono risucchiati dai boccaporti che si aprono in alto nelle fucine dell'Ade per vedersi rispuntare ai piani superiori, in tuta bianca, con guanti di gomma sterilizzati, davanti a tastiere multicolori. Producono tecnologia e ne sono i maggiori acquirenti.

Al posto che una volta fu occupato da loro - nei luridi bassifondi, nella melma, tra la sporcizia dei quartieri "tabù" - si ammassano gli emarginati, i rifiutati, gli ultimi arrivati nella corsa ai posti: il Lumpenproletariat di Marx, al quale Orwell non fa nemmeno un accenno.

E perché avrebbe dovuto, in fondo? In '1984', gli stessi funzionari del Partito vivono come proletari, mentre quelli che lo scrittore chiama "proles" corrispondono ai sottoproletari tipo Beggar's Opera o - per gli amanti dei classici - ai Cenci di dugentesca memoria.

Scritto come una metafora della tirannia sociale, '1984' sembrerebbe più un'esasperazione delle condizioni di povertà nell'Inghilterra del dopoguerra che una vera e propria visione fantascientifica. Il razionamento di viveri e di sigarette, le fogne e i tubi di scarico intasati, le lamette da barba introvabili... tutto ciò ha un sapore da perenne coprifuoco e da estrema ristrettezza materiale. In effetti, l'intenzione primaria di Orwell era di intitolare la sua opera '1948', non '1984' !

Insieme a Winston, "l'ultimo uomo in Europa" (questo era un altro titolo che Orwell aveva scelto per il suo romanzo), il lettore vive un incubo che gli è stranamente familiare; percorre lunghi corridoi spogli e si inerpica su scalinate fatiscenti e piene del puzzo di cavoli: come in una commedia di eventi reali.

Una delle "trovate" più suggestive di '1984' è la trasmissione dei Due Minuti dell'Odio - ovvero la manifestazione di pubblica idiosincrasia contro il "nemico". E chi è il nemico? Il nemico dello Stato, e dunque dei bravi e disciplinati cittadini, è un certo Goldstein (notare il nome ebreo!), un tizio che, agendo clandestinamente da un rifugio sotterraneo, cerca di diffondere la sua dottrina rivoluzionaria.

La dottrina esiste per davvero, alcune copie di questo credo antigovernativo sono state rintacciate in giro, ma l'esistenza del famigerato Goldstein è più che dubbia. Comunque sia, all'immagine di questo "nemico dello Stato" (mostrata su uno schermo gigantesco), tutti i funzionari del Partito possono, anzi devono urlare insulti: per liberare la propria aggressività e nel contempo dimostrare fedeltà all'altrettanto fantomatico Grande Fratello.

Goldstein viene presentato al pubblico come un ex compagno di Big Brother, un fedelissimo che, vistosi ripudiato, è subito passato dalla parte dei "traditori". Nell'epoca odierna, un suo alter ego lo si può facilmente individuare nel capostipite degli hacker, ovvero in Lee Felseinstein, veterano della pirateria cibernetica. (Goldstein, Felseinstein... una similitudine invero sorprendente.)

Il fatto che nel mondo di '1984' né Goldstein e né probabilmente Big Brother siano figure realmente esistenti (virtual reality o... real virtuality?), cambia ben poco alla logica delle cose. L'importante è ubbidire al Grande Fratello - amandolo - e urlare insulti contro il "nemico", il "traditore" che si cela tra le nostre file.

E chi sono i "traditori", i sovversivi della realtà odierna? Sono gli hacker, i pirati della cibernetica. Fin dagli anni Ottanta, gli hacker - anche i più giovani - sono perseguitati ai termini di legge e regolarmente puniti (una punizione non solo fiscale), dopo che per decenni le grandi ditte di sistemi elettronici hanno assorbito altri freaks come loro - i loro fratelli maggiori, per così dire. Poiché adesso Silicon Valley sembra poter finalmente rinunciare al sapere e all'abilità di questi ragazzi, vengono trattati alla stregua di comuni delinquenti. Ovviamente, le punizioni vorrebbero essere d'esempio a tutti gli altri users, agli usufruitori "comuni" della rete telematica. Il messaggio è: limitati a usare il tuo giocattolino in modo onesto, senza fare il cattivello e pagando puntualmente la bolletta del telefono, e sarai (forse) lasciato in pace.

Gli hacker si meritano tutta la nostra stima e simpatia, se non altro per le conoscenze che hanno nel campo della programmazione e della trasmissione di dati. Ma i quotidiani e la televisione tendono a demonizzarli, discreditandone tanto la persona quanto le imprese da loro compiute; e si rifiutano di riconoscerli per quel che sono: gli unici veri eroi di questi anni da Nuova Frontiera.

Evidentemente, il sistema ha bisogno di figure emblematiche contro cui scatenare le ire delle masse. Tramite queste "ombre indesiderate", innalzate come fantocci sui pali di tortura e sui patiboli della pubblica opinione, l'ordine costituito può stabilire chi è dalla sua parte e chi, invece, si è schierato "contro". Lee Felseinstein, il re dell'hackeraggio, è stato demonizzato a tal punto da divenire un'autentica leggenda vivente. Da fantoccio, da antimito, è diventato un eroe: uno dei tanti effetti-boomerang di una forma di potere altamente contraddittoria.

In questo senso, il Big Brother del romanzo di Orwell è molto ma molto più coerente delle forze che oggi ci governano...

4
Come abbiamo già visto, in '1984' il lettore coglie facilmente, più che i segni di una realtà proiettata nel futuro, quelli della realtà dello stesso dopoguerra, realtà nota soprattutto ai londinesi che lessero il libro poco dopo la sua pubblicazione, e dunque attorno al 1950. Con i suoi richiami e le sue allusioni, Orwell fa ridere, sorridere... e tremare. Grazie alla sua atmosfera oscura, paranoica, e al continuo senso di oppressione, '1984' è assurto agli oneri di una fama proverbiale. Il titolo stesso è divenuto sinonimo di ingiusta repressione. Si racconta di alcuni studenti americani che, al divieto di fumare marijuana in classe, hanno reagito esclamando: "Hey, man, it's just like 1984!"

Il sistema dominante nel "futuro" di Orwell è l'Ingsoc: il Socialismo Inglese, che rappresenta la dottrina predominante nel blocco di superpotenze denominato Oceania. Gli altri due blocchi sono l'Eurasia e l'Estasia. Tutt'e tre le potenze sono perennemente in lotta tra di loro, e a tratti due di esse si alleano contro la terza, poi l'alleanza cambia... E' un conflitto senza soluzione di continuità, il cui scopo finale non è il predominio mondiale di questa o di quell'altra potenza, ma di tenere a scacco, sempre under pressure, la popolazione.

In Orwell la guerra non è una Guerra Fredda come quella cominciata nel 1945 e perdurata fino al crollo del comunismo, ma un conflitto condotto con armi convenzionali: "iniziato nel 1959", il conflitto armato è "ancora in corso". Nel romanzo la guerra non ha niente a che fare con la volontà o la necessità di espansione territoriale: è un'etica di Stato, l'aspetto più rilevante della filosofia politica dei tre partiti che governano i rispettivi blocchi. Le operazioni belliche si svolgono per così dire "in campo neutro": su un vastissimo quadrato con ai vertici Tangeri, Brazzaville, Darwin e Hongkonk. Alcune battaglie sporadiche avvengono anche nell'Artico, per via delle ricchezze minerarie di quel territorio. Ed è soltanto questa guerra fisicamente lontana, con la conseguente minaccia di un'improvvisa aggressione da parte del nemico - chiunque esso sia -, che può assicurare la continuità del processo di produzione, tenendo in movimento le ruote del sistema e, nello stesso tempo, mantenendo bassissimo lo standard della vita.

Per ogni Stato assolutista, il cittadino che ha a disposizione molto tempo libero e molto denaro (ed è dunque in grado di comprare molte merci) è un cattivo cittadino, poco o nulla propenso all'ubbidienza. Ma proprio il fanatismo e l'incondizionata lealtà verso lo Stato sono i principi fondamentali per la sopravvivenza di ogni regime totalitario.

Gli Stati nemici sono descritti vagamente. Il governo dell'Oceania dà di loro un'immagine dai contorni sfumati; sono, dunque, Stati-fantasma. Del resto, niente è certo, nel futuro di '1984'. Ogni notizia diffusa tramite i televisori o tramite il giornale in cui Winston Smith è impiegato - The Times ! -, può essere dementita appena il giorno dopo. Il Partito unico si riserva inoltre il controllo totale sulla memoria storica della cittadinanza; la Storia - anche quella recentissima - viene riscritta ogni giorno daccapo. Ergo: non c'è più storia.

I proles, che costituiscono l' 85% della popolazione dell'Oceania, non godono di un'alta istruzione e sono tagliati fuori da ogni decisione politica. Il restante 15% è costituito dai membri del Partito, una classe "privilegiata" di burocrati che è a sua volta suddivisa in Partito Interno e Partito Esterno. Il Partito Interno è l'aristocrazia dello Stato, che ha il compito di mettere in atto la metafisica propria dell'Ingsoc. Del Partito Esterno fanno parte i piccoli funzionari (Winston Smith è uno di loro), che lavorano in quattro principali reparti o "ministeri" - ministero dell'Amore, dell'Abbondanza, della Verità e della Pace. Inutile dire che nella società di '1984' non esistono né amore, né abbondanza, né verità, né tantomeno pace. Il ministero della Pace è in realtà un ministero della Guerra; ma (secondo uno dei motti cari al Partito) 'WAR MEANS PEACE'.

La presa in giro, l'infinocchiamento, è talmente evidente da spaventare e impietrire le masse, anziché risvegliarne gli istinti di rivolta. In questa parodia delle dittature moderne (di ogni forma di dittatura), ci sono parecchi richiami al terrore dello stalinismo. Come Stalin, anche Big Brother si è sbarazzato dei vecchi co-fondatori del Partito, e, sempre come il dittatore sovietico, è "divino" e "immortale". E' il sostituto ideale di Dio. Non solo gli si deve ubbidire, ma è addirittura d'obbligo venerarlo.

Si vive e si lavora esclusivamente per il Partito. Non c'è da stupirsi, perciò, che in una siffatta società la vita di coppia sia ridotta all'osso. Attraverso lo spionaggio vicendevole, nel tentativo di scoprire eventuali comportamenti deviazionali nelle persone con cui vivono, le mogli e i mariti si combattono a vicenda, i bambini si rivoltano contro i genitori, i colleghi spiano i colleghi e i vicini i vicini. Ognuno, insomma, appartiene in potenza alla polizia segreta (thinkpol: la "psicopolizia"). Chi denuncia uno o più "traditori" vede accrescere le probabilità di far carriera in seno al Partito; che è l'unica carriera possibile e immaginabile.

E' uno strano - e ben indovinato - specchio delle condizioni che caratterizzarono la vita nella DDR, ossia lo Stato tedesco "comunista" scomparso con la Caduta del Muro. Nel cosiddetto "paradiso degli operai e dei contadini", la Stasi (Staatssicherheit) aveva decine di milioni di collaboratori: in pratica l'intera cittadinanza.

Continua...

giovedì 24 luglio 2014

Carne da cannone

"Si era giunti a un tal punto di disprezzo per le vite degli uomini 
e per la stessa Francia, da chiamare i coscritti 
la "materia prima e la "carne da cannone" 
(cit. De Buonaparte et des Bourbons di François-René de Chateaubriand)

Oggi ricade l'anniversario della morte di Paolo Borsellino e degli uomini della sua scorta. Commemorazioni a Palermo per la morte di uno che viene definito "servo dello Stato".
Gli "intrallazzi" tra Stato e mafia -nel caso siciliano- sono sempre stati nel mantenere uno status quo che impedisse una rivolta generalizzata tramite intimidazione e repressione: d'altronde fu quello che usarono ai tempi dei fasci siciliani o ai tempi antecedenti alla riforma agraria.

Nulla di nuovo per gli individui che sanno la funzione di due strutture come queste in tale terra.

Ma il minimizzare tali rapporti è sempre stato il verbo maximo: mai sia che si prenda troppa "coscienza". Ed ecco che spunta fuori quello che definivo in un altro post, il fatalismo ovvero l'accettazione passiva della situazione corrente. Un fatalismo che, unito a intimidazione e repressione e sfruttamento, ha giocato un ruolo decisivo nelle menti dei siciliani.

Per non portare quindi a una situazione di totale sconforto e cose del genere -la troppa passività si può ritorcere sempre contro giustamente!-, ecco che lo Stato ha cominciato a dare un barlume di speranza di riscatto: l'antimafia.

Specifichiamo che parliamo di antimafia non in senso generale ma di antimafia quello dello Stato: quella fatta dai cosiddetti servi dello Stato.

Da qui vengono fuori personaggi come Terranova, Chinnici, Livatino, Falcone, Borsellino e via dicendo. Tutti personaggi che ben sapevano che la mafia e lo Stato andavano a braccetto e che erano ben consci del ruolo e della funzione della mafia nella società siciliana.

Ciononostante, hanno continuato a svolgere il lavoro assegnatogli da uno status quo che ha creato miseria, sfruttamento e chi più ne ha più ne metta in queste terre.

Un lavoro che hanno pagato con la vita e che li ha trasformati, volenti o nolenti, in eroi della patria.
O, per dirla alla Chateaubriand, in carne da cannone.

 "Quando lo Stato si prepara ad assassinare, si fa chiamare patria."(Friedrich Dürrenmatt)

Ccè a' crìsi

"Con l'assessore al ramo stiamo pensando di trasformare il previsto reddito di cittadinanza in una sorta di bonus per le imprese che assumono dagli elenchi dei poveri. Verificherò questa ipotesi, su cui ho lavorato in questi giorni, con i capigruppo. Ho pensato d'incardinare il bonus per le imprese che assumono, o part time o a tempo indeterminato, persone al di sotto dei 5 mila euro di Isee e che abbiano più di 35 anni, perché per gli altri c'è la possibilità della Garanzia giovani". (cit. Rosario Crocetta a La Repubblica del 15/07/2014)

Nel libro "Sicilia, sottosviluppo e lotta di liberazione nazionale" (edito da Sicilia Punto L nel 1982), Alfredo Maria Bonanno raccolse -e ne scrisse di nuovi- degli articoli che erano stati pubblicati tra la fine degli anni 60 e la fine degli anni '70 su Anarchismo (che era un bimestrale che raccoglieva numerosi articoli scritti da lui e vari compagni anarchici) e su Sicilia Libertaria inerenti alla situazione siciliana, in particolar modo la situazione catanese -che ai tempi attraversava una fase di boom economico e di sviluppo a pieno regime del settore burocratico- e a come la borghesia, la mafia e la burocrazia sindacale, partitica, nazionale e regionale bloccassero ogni sentimento di ribellione e di cambiamento sociale in Sicilia.

Sono anni in cui si vuole impedire che situazioni avvenute nel nord italia si spingano in una terra come la Sicilia. La collaborazione tra la classe dirigente siciliana, i sindacati, i partiti e la mafia era di vitale importanza per impedire qualsiasi manovra rivoltosa.

A differenza di allora, oggi giorno la situazione è particolarmente drammatica per le imprese (e non solo per quello strato di popolazione che ha sempre vissuto con lavori stagionali senza contratto). E si sa: se le imprese piangono miseria, le istituzioni sono sempre solerti ad aiutare costoro. Ed ecco che nel frangente della Sicilia odierna, il presidente eletto col 52% degli astenuti -tale Rosario Crocetta-, si allea con i 5 stelle in merito al "reddito di cittadinanza", "sfoltimento della macchina burocratica" e tante altre cosine che diventano, in breve, la summa maxima della propaganda o fumo agli occhi del nuovo capo del consiglio regionale siciliano.

Fumo agli occhi in quanto è evidente a tutti lo smantellamento del sistema welfaristico nazionale e regionale e una privatizzazione sempre più massiccia e inesorabile. (2) Per far si che tutto venga rilanciato -al minimo costo per le aziende stesse-, scattano escamotage come bonus per le imprese, abbandonando gli slogan iniziali sul reddito di cittadinanza.

Il risultato è presto detto: precarietà, sfruttamento e alienazione di un sistema vigente che ci impone determinati schemi da rispettare e seguire. Ma cosa importa? Basta che buona parte della popolazione lavori e abbia un minimo di pecunia nella saccoccia per poterla controllare (3) e allontare lo spettro di una rivolta che, nel bene o nel male, arriverà anche in questa parte di mondo.

Note
(1) Ovvero la richiesta incessante nell'avere protezione e aiuto dalle istituzioni contro degli organismi creati da quest'ultimi (le cosiddette "organizzazioni criminali")
(2) Un esempio sono gli ospedali siciliani e la lentezza burocratica e di penuria di posti letto.
(3) Di questo controllo, giocano un loro ruolo sia i partiti o movimenti o associazioni che si fanno capi di vari diritti che le classiche elargizioni di beni di prima necessità o sussidi di disoccupazione.

Anarchia: utopia, rivolte e attentati da Bakunin ad oggi - Settima Parte

Sesta Parte


Agli inizi del secolo le teorie di Sorel e del sindacalismo rivoluzionario danno nuova spinta all'Idea. Socialisti e anarchici promuovono fianco a fianco le prime manifestazioni sindacali. Nazionalisti e interventisti provocano poi la scissione definitiva.  Il fallimento del fronte unico nello sciopero del 1920 segna l'inizio di un nuovo processo involutivo. 

« Viva Bresci! »: è un grido che echeggia, sporadico, represso, nelle più tenaci e intransigenti falangi anarchiche, all'indomani del regicidio di Monza del luglio 1900, il regicidio che chiude, con la vita di Umberto I, un'epoca della storia italiana, l'epoca di Crispi e del Novantotto. Ma è un grido che suscita pure perplessità o repugnanze in altre frazioni anarchiche (a parte la totale, e motivata, opposizione del movimento socialista organizzato), mettendo in luce le contraddizioni profonde e laceranti che paralizzeranno l'azione dell'intero anarchismo italiano nell'arco della prima parte del secolo. Gli anarchici della nuova generazione, cresciuti nell'adorazione degli eroi che si erano sacrificati sull'altare della libertà - come dirà più tardi un fedelissimo di Malatesta, Armando Borghi - approvarono incondizionatamente il gesto del maestro tessitore di Patterson, gesto che non si differenziava ai loro occhi da quello di altri ribelli che le storie del Risorgimento nazionale avevano esaltato e quasi circonfuso in un'aureola di eroismo e di martirio, da Guglielmo Oberdan a Felice Orsini.

Il grido di « Viva Bresci! » diventerà il simbolo della protesta contro lo Stato legalitario e monarchico, rimbalzerà con cadenze inquietanti nei cortei o negli scioperi, nelle piazze o sulle barricate, come denuncia dei « soprusi » politici, economici o sociali della classe dominante durante i difficili e tormentati anni giolittiani. Non importerà essere anarchici o credere nei princìpi dell'anarchia per gridare «Viva Bresci!», come non importerà accompagnare quella conturbante scelta con manifestazioni di violenza per incorrere nelle immediate misure repressive disposte dall'autorità costituita: misure che colpiranno quanti riassumeranno in quell'invettiva l'espressione del loro malcontento non meno di quei funzionari che tollereranno quel grido senza subito intervenire.

Un esempio rivelatore e distensivo nel conciliante clima giolittiano: quando nell'agosto del 1901, durante una delle tante manifestazioni ispirate ai classici temi dell'anticlericalismo volto a celebrare Galileo e Giordano Bruno, viene pronunciato a Pisa il grido corrusco e minaccioso di « Viva Bresci! », è il re in persona - lo stesso Re che nel discorso della Corona all'indomani dell'assassinio del padre aveva pur respinto tutti i consigli di intransigenza e scelto le voci liberali del Parlamento e del Paese - è lo stesso Vittorio Emanuele III che solleciterà chiarimenti dal suo ministro dell'Interno Giolitti, un rapporto immediato e commisurate misure punitive. In verità Gioì itti non aveva ricevuto nessuna notizia di quelle grida da parte del Prefetto della città, appunto Pisa, che aveva visto il malinconico tramonto di Mazzini.

Invano il rappresentante del governo farà presente di aver vietato agli anarchici la partecipazione al corteo, invano invocherà a suo merito di averli indotti a rinunciare a portare la loro bandiera, invano sosterrà l'irrilevanza del grido isolato, di cui non ha parlato nemmeno la stampa (neppure il monarchico Telegrafo né l'antigiolittiana Nazione)... Lo sfortunato Prefetto, per la cronaca il buon Bacco, sarà immediatamente rimosso per avere impartito ordini eccessivamente indulgenti, per non aver capito che il nuovo indirizzo liberale di Giolitti, il nuovo corso cui egli stesso invano si richiamerà, non poteva tollerare il minimo attentato alle istituzioni, la minima indulgenza verso qualsiasi forma di anarchismo: la politica sociale dello statista di Dronero puntava proprio ad impedire che il nome di Gaetano Bresci echeggiasse mai più in Italia, a scaricare - come si disse - il revolver dell'anarchico giunto dall'America. Lo avevano bene intuito i « vecchi » del movimento anarchico, gli spiriti più cauti, che al di là dei timori personali per le inevitabili persecuzioni e per la conseguente altalena fra libertà e prigione, avevano paura che venisse compromessa l'organizzazione; saranno loro a sconfessare l'attentato « a nome del partito anarchico » e a precisare che il « partito » non ammetteva l'attentato individuale fra i propri mezzi di lotta. A Roma - e fu questo un indice assai significativo - si arrivò addirittura a pubblicare una vera e propria dichiarazione contro l'attentato.

Azione individuale o azione di gruppo; organizzazione o autonomia: ecco la scelta più difficile, una scelta veramente drammatica, che il movimento anarchico non riusciva più ad effettuare. Neppure il congresso di Capolago del gennaio del 1891, che aveva segnato il momento più avanzato nella parabola dell'organizzazione anarchica in Italia - il congresso che aveva approvato, sotto la direzione e la guida di Malatesta, Merlino e Cipriani un ben determinato « schema » organizzativo del nuovo Partito Socialista Anarchico Rivoluzionario, fondato sulla autonomia dei gruppi, legati però nell'adesione alla Federazione Italiana -, neppure Capolago aveva chiarito l'equivoco di fondo, l'organizzazione del movimento, né aveva risolto la polemica interna, paralizzante, fra individualisti ed « organizzatori ».

L'esempio offerto dai partiti socialisti, la necessità di farsi comprendere e seguire dalle masse del mondo del lavoro, la paura dell'isolamento, della ostilità, dell'avversione dell'opinione pubblica, accentuata dal gesto di Bresci (« atto obbrobrioso », aveva definito il regicidio L'Avariti! del 2 agosto) alimentarono la polemica verso l'individualismo teorizzato da Stirner che all'inizio del secolo non era più ritenuto elemento essenziale dell'anarchia, proiettata piuttosto verso la mèta di una « società organizzata senza autorità ». Senza autorità, ma non senza organizzazione. E a Colajanni, che osservava come con l'organizzazione ci si trovasse di fronte ad un « anarchismo senza anarchia », Saverio Merlino rispondeva professandosi « socialista anarchico ». Merlino: uno di quegli spiriti « inclassificabili » che per la loro libertà dagli schemi dei partiti e per la loro indifferenza alle pregiudiziali delle teorie meglio contribuiscono al progresso del pensiero e allo sviluppo della intelligenza politica. Il suo pensiero mosse da pregiudiziali anarchiche e nella critica spietata delle situazioni sociali italiane trovò accenti così aspri ed amari da farlo classificare come un « ribelle », un « sovversivo » secondo la terminologia del tempo. In realtà Merlino si valse delle sue ricerche sul fondo della società italiana per arrivare a formulare tutta una serie di problemi ideali, che trovarono la loro più penetrante espressione nella Rivista critica del socialismo italiano da lui fondata, animata e diretta, la rivista che aprì in Italia il processo di revisione del marxismo. Le teorie che agli inizi del secolo più profondamente incisero nell'anarchismo dei « puri » furono quelle di Georges Sorel e del sindacalismo rivoluzionario. Nelle Considerazioni sulla violenza, un testo che operò non a caso in Italia più che in Francia, lo stesso Sorel cercherà di chiarire il rapporto fra sindacalismo e anarchia: « Il sindacalismo rivoluzionario... è il prodotto di un miglioramento dovuto ad uomini venuti ad arrestare la deviazione [dei princìpi socialisti] approdante alle concezioni borghesi»; tali uomini sono gli « anarchici divenuti sindacalisti ». Senonché il legame di Sorel con l'anarchia è più complesso e sfuggente e polivalente, almeno per un abbozzo di storia dell'anarchismo italiano nel primo quindicennio del Novecento. È chiara in Sorel, fin dai primi scritti sull'avvenire dei Sindacati, una posizione di rifiuto dello Stato: posizione che anzi si andrà accentuando nelle Réflexions e nella Décomposition.

Se tutte le rivoluzioni precedenti avevano avuto per fine principale di conquistare lo Stato e inserire nuovo personale dirigente nelle vecchie strutture, la nuova rivoluzione sindacalista doveva mirare a distruggere tutte le strutture statali nel momento stesso in cui si proponeva di annientare il corpo di intellettuali che deteneva il potere. Solo la costituzione di organi nuovi, la formazione di strumenti nuovi, che nulla avessero a che fare con quelli coercitivi e costrittivi dello Stato tradizionale e si fondassero invece sulla volontarietà e sulla solidarietà, avrebbe potuto permettere, dopo una preliminare azione di svuotamento degli organismi precedenti, l'affermazione della nuova società proletaria. In questo senso, si è potuto parlare di un « Sorel anarchico », e Sorel stesso si definì una volta « del tutto anarcheggiante ». Non a caso il modello affiorante attraverso le tante contraddizioni soreliane finiva per identificarsi col tipo di rivoluzione « dal basso », dal profondo, qual era stato sostenuto anche in precedenza dai vari gruppi di libertari e di anarchici, in contrasto col socialismo marxista. Non pochi furono i contatti e gli intrecci fra gli anarchici e il Sorel. Molti dei giovani che in Francia, all'alba del secolo, s'interessarono o s'appassionarono al suo messaggio di rinnovamento provenivano dall'anarchismo.

Nelle organizzazioni sindacaliste rivoluzionarie numerosissimi erano gli anarchici. Lo stesso Sorel simpatizzò o collaborò coi fedeli del verbo dell'anarchia, almeno fino all'aspra polemica sul « caso Ferrer »: nata in seguito alla posizione di dissenso che il sociologo francese aveva assunto di fronte a tutta la regia anarchico- massonica di scioperi e di comizi promossa per un fatto squisitamente politico, tipico del grande filone anticlericale, l'ingiusta condanna all'apostolo iberico dell'insegnamento laico. Sul piano ideale, seguaci di Sorel e anarchici avevano in comune, non solo in Francia ma anche in Italia, l'amore per Proudhon, il culto dell'eroismo e il senso quasi « tragico » della rivoluzione, la traduzione delle formule politiche in miti e il rispetto della violenza sia pur diversamente intesa, la ripugnanza alle transazioni e agli adattamenti del liberalismo e del trasformismo parlamentare, la ribellione a ogni specie di codificazione del socialismo. Il sindacalismo rivoluzionario italiano sarà divulgatore delle dottrine di Sorel, rifacendosi alla esperienza francese e trovando il suo ambiente di sviluppo nella tradizione socialista meridionale, nel mondo di Arturo Labriola e dei giovani riuniti intorno al giornale La propaganda.

L'VIII congresso del partito socialista, quello di Bologna dell'aprile del 1904, vede lo scontro fra l'indirizzo riformistico e l'intransigenza sindacalista. Al centro: l'accusa di anarchismo che Turati muove a Labriola e alla corrente sindacalista rivoluzionaria. « Anarchici non siamo»: fu l'infiammata e pittoresca replica del teorico napoletano, che già da tempo aveva rivendicato l'autonomia dei contenuti nei confronti degli anarchici: se era innegabile una certa convergenza nella polemica antistatale, nella difesa dell'individuo e nel rifiuto del parlamentarismo, i diversi metodi di lotta prospettati dalle due correnti costituivano una distinzione netta, configuravano uno spartiacque inequivocabile, tanto che Labriola parlerà addirittura di « poli opposti »...

Per quanto le convergenze siano di forma molto più che di sostanza, sindacalisti e anarchici prenderanno entrambi parte alle clamorose e vistose manifestazioni rivoluzionarie del primo ventennio del secolo. Pochi mesi dopo il congresso di Bologna, che ha visto il successo della mozione di Ferri, votata dagli stessi sindacalisti di Labriola, si assiste al primo sciopero generale politico, non legato cioè esplicitamente a rivendicazioni di natura economica, ispirato ai temi genuini della protesta e della denuncia soreliana.

È lo sciopero delle giornate infiammate e minacciose del settembre 1904, col suo spirito di « apocalisse delle istituzioni » che sconvolge la borghesia moderata, specie di Milano, dove l'agitazione tocca le punte di violenza più aspre, infuocate e rabbiose. Non è difficile pensare alla reazione del mondo conservatore - siamo nel settembre del 1904, in pieno clima da « mondo di ieri » - ai manifesti, nereggianti su tutti i muri della città, in cui la Camera del Lavoro, la nuova fonte del potere, impone i propri ordini allo stesso partito socialista e impartisce disposizioni al Prefetto. Sono i giorni in cui l'ex-tenente di artiglieria Walter Mocchi dirama istruzioni all'esercito; in cui anonimi comitati anarchici consigliano alla cittadinanza di rispondere alla « violenza con la violenza »; in cui lo stesso sindaco piega la testa davanti ai fautori del disordine e si limita a promettere che avrebbe rappresentato i motivi di quello « sdegno generoso » al presidente del Consiglio, a Giolitti, che tre anni prima aveva destituito il Prefetto di Pisa per non aver adottato misure repressive commisurate al grido blasfemo di «Viva Bresci!» che adesso, sporadico ma impunito, echeggia nelle vie del capoluogo lombardo. Non senza eccessi individuali che andranno al di là delle ideologie più estreme, degli stessi ordini della Camera del Lavoro o degli altri centri di potere: chi non ricorda l'anarchico Scaramuccia, che impone con la forza agli spazzini comunali di insistere nell'astensione dal lavoro pur di lasciare la città sotto quella coltre di immondizie che avrebbe dovuto travolgere, nella sua mente fantasiosa e turbinante, la società borghese, su uno sfondo apocalittico di rifiuti e di rottami?

Nella sua Storia di dieci anni (1899-1909), Arturo Labriola - il campione più caratteristico e singolare dell'innesto fra sindacalismo e anarchismo - scriverà che: « Milano operaia offriva un aspetto indimenticabile: servizi pubblici, stampe, officine, commercio, dappertutto il lavoro era sospeso. Alla stampa di tutte le gradazioni, compresa quella democratica, era posto il bavaglio, unico mezzo per impedirle di mentire almeno per qualche giorno... La sera di quello stesso giorno (17 settembre), la polizia abdicava ufficialmente da ogni funzione. I pattuglioni della Camera del Lavoro giravano per le vie per far rispettare lo sciopero... Forse se gli avvenimenti avessero tardato di un anno, il loro corso sarebbe stato un altro; ma in quell'ora non c'era da illudersi e nessuno si illuse, tranne forse qualche anarchico...».

Sì, gli anarchici parteciparono attivamente alla « prova generale della rivoluzione », che pur estendendosi da Milano alle maggiori città italiane, dal Piemonte alla Sicilia, denuncerà i limiti della preparazione delle masse operaie e contadine, preparando la strada al trionfo di Giolitti e della prima ammiccante apertura ai cattolici moderati, trionfo consacrato nelle elezioni generali del novembre di quello stesso anno. Milano 1904, Parma 1908.

Gli anarchici saranno pure al centro del più importante degli scioperi agrari dell'età gioìittiana, quello di Parma del 1908. È un anarchico, Armando Borghi, l'allievo di Malatesta, che ci offre la motivazione più semplice e più vera: « Noi, anarchici, pur tenendoci distinti sempre dai sindacalisti, fummo accanto agli operai in tutti questi scioperi, che coincidevano con la nostra tattica di azione diretta ». Lo sciopero traeva origine dalla impossibilità di conciliare l'interpretazione data dagli agrari e dalla Camera del Lavoro di Parma agli accordi raggiunti l'anno precedente relativi alla riduzione dell'orario di lavoro (portato a 11 orè) e all'adozione della tariffa oraria unitaria per il bracciantato. In risposta a una serrata proclamata dai proprietari la Camera del Lavoro replicò proclamando lo sciopero generale agrario nell'intera provincia, sciopero che nel mese di maggio si estese anche agli addetti al bestiame. La Confederazione Generale del Lavoro - quella fondata da Rinaldo Rigola appena due anni prima, di tenace osservanza riformista - rifiutò di rendere generale lo sciopero, sia perché la Camera del Lavoro era fuori della Federazione Lavoratori Terra, sia - è ancora Borghi che parla - per i metodi di azione diretta che le masse scioperanti seguivano. Solo gli operai della città di Parma solidarizzarono non senza punte di asprezza infuocata, fino ai violenti scontri con i « gruppi di azione antioperaia » assoldati dagli agrari, che alla fine ebbero partita vinta: Alceste de Ambris, l'anima del movimento, riparò all'estero proprio per sfuggire al mandato di cattura. Violenza, rivoluzione, antimilitarismo. Ecco le caratteristiche peculiari del movimento, rivendicate ed esaltate nel corso del 1° Congresso anarchico italiano, svoltosi a Roma nel 1907, convocato in vista di quello internazionale di Amsterdam.

Con una particolare, inconfondibile accentuazione della componente anti-militarista, che trova negli anni successivi la sua concreta attuazione. Già in quello stesso anno, 1907, aveva iniziato le sue pubblicazioni il periodico Rompete le file!, con un preciso programma di penetrazione capillare nelle file dell'esercito (« L'esercito non si nega. L'esercito si conquista. Faremo la rivoluzione con l'esercito, non contro l'esercito », affermava il motto impresso sulla testata, dettato da Filippo Corridoni); giornale che si rifaceva alla Guerra sociale di Gustave Hervé, accentuando le sollecitazioni antipatriottiche e antimilitari rivolte al proletariato europeo. Una penetrazione graduale ma costante, che, a parte le prime diserzioni risalenti già al 1908, doveva dispiegare i suoi clamorosi effetti durante la guerra di Libia, con le reazioni popolari, specialmente nelle Romagne (treni fermati da donne distese sui binari, o sabotaggi a caserme e strade ferrate), e soprattutto col gesto di Augusto Masetti, il giovane muratore di San Giovanni in Persiceto che esprimerà la sua protesta anti-partenza per la Libia sparando contro un colonnello della sua caserma di Bologna.

L'episodio di Bologna - un momento culminante nella dialettica esasperata dell'anarchismo - suscitò l'indignata reazione dell'opinione pubblica che chiese radicali ed esemplari provvedimenti, ma provocò egualmente la più profonda esaltazione negli anarchici, specialmente nel gruppo di sindacalisti rivoluzionari raccolto intorno al Rompete le righe!, un giornale uscito in numero unico in occasione del nono anniversario dei fatti del 1898: il gruppo che, nonostante le persecuzioni, continuerà ad inneggiare a Masetti, attaccando l'apparato militare dello Stato e ricercando assiduamente la solidarietà di tutti i cosiddetti « partiti sovversivi ». Di origine antimilitarista fu anche l'Unione Sindacale Italiana (USI) istituita a Modena nel novembre del 1912, con l'intento di comprendere le organizzazioni sindacali dissidenti dall'indirizzo riformista della Confederazione Generale del Lavoro: « una energia nuova », come scrisse Alceste De Ambris sul l'Internazionale del 1913, che aveva riagitato il principio rivoluzionario: in realtà struttura di limitate capacità proselitistiche, composta in prevalenza da anarchici e da sindacalisti rivoluzionari.

Il numero degli anarchici non era elevato nell'Italia degli anni giolittiani, anche se aumenterà nel 1913, dopo il rientro in Italia di Malatesta, agitatore instancabile e maestro nell'arte della propaganda. Col 1913 gli «anarchici biografati » passeranno da 9.198 a 9.483, le associazioni da 145 a 204 e i relativi aderenti da 4.968 a 6.544; particolarmente solide appariranno le organizzazioni di Massa Carrara (977 aderenti e ventun associazioni) e Ancona (768 soci, sedici nuclei). Le due rive dell'Adriatico e del Tirreno, quasi contrapposte. Malatesta si rende perfettamente conto che il movimento anarchico non dispone di una schiera di seguaci tale da poter attuare la rivoluzione in maniera autonoma e scorge il motivo di unità fra le diverse forze « sovversive » operanti nel Paese proprio nella lotta contro il militarismo: le agitazioni degli anni che vanno dalla guerra di Libia al conflitto mondiale porteranno a una convergenza dei partiti estremisti sulla piattaforma antimilitarista degli anarchici e si concluderanno nella « Settimana rossa », la più imponente e grandiosa manifestazione svoltasi nell'Italia unita, meno tragica dei moti del 1898, i moti delle cannonate di Bava Beccaris, ma molto più politicizzata e assai più paralizzante. L'intensità e l'estensione dello sciopero il 9 e 10 giugno del 1914 superarono tutti i precedenti, pur nella diversa attuazione fra Nord e Sud, ma non meno significative furono le defezioni di alcune categorie di lavoratori organizzati (da gran parte dei ferrovieri ai lavoratori del mare, agli operai dipendenti direttamente dallo Stato). Senza contare il distacco profondo fra la base operaia e i nuclei dirigenti della Confederazione Generale del Lavoro, distacco che si accentuò nei giorni immediatamente successivi all'esplosione dell'agitazione. Ricordiamo quanto scrive Armando Borghi: «...Ora decisiva. Soldati e carabinieri non bastano più. La truppa è malsicura e intrasferibile. Ci voleva il soccorso dei socialisti e funzionò per essi la Confederazione Generale del Lavoro di infame memoria ».

La « Settimana rossa » fu un'esperienza che rafforzò in Malatesta la convinzione della fatale solidarietà e convergenza delle masse, nonostante le differenze di tendenza e di partito, nell'azione per uno scopo comune. Malatesta si persuase che lo sciopero generale è un mezzo valido per iniziare - ma solo per iniziare - un movimento rivoluzionario: movimento che ha bisogno di trasformarsi in insurrezione armata se vuole avere vere possibilità di successo. Senonché il blocco che, pur fra tante contraddizioni e difficoltà, si era comunque realizzato in occasione delle giornate di Ancona, era destinato ad andare in frantumi allorché si delineerà l'atteggiamento dei gruppi e partiti di fronte all'intervento in guerra. All'interventismo di repubblicani e bissolatiani, al neutralismo dei socialisti, gli anarchici risponderanno solo con una comune simpatia, istintiva e quasi emotiva, per la Francia, dividendosi poi sulle scelte e sulla tattica da seguire. Malatesta sarà contro la guerra, e con lui numerosi gruppi anarchici che si riuniranno nel convegno nazionale di Pisa del gennaio 1915, proprio nell'intento di coordinare il loro impegno anti-interventista. Sulla stessa direttrice si muoverà l'Unione Sindacale Italiana, guidata dalla nuova segreteria Borghi, ma non senza un dramma profondo e rivelatore, risalente al settembre del 1914, allorché il Consiglio generale della stessa Unione Sindacale - convocato a Parma - aveva isolato e messo in netta minoranza l'interventismo sfrenato dei suoi capi, da De Ambris a Masotti, da Cesare Rossi a Michelino Bianchi, promotori di un nuovo organismo, l'Unione Italiana del Lavoro che continuerà dalle colonne del vecchio giornale L'Internazionale la campagna in favore dell'intervento: una campagna che conterrà molti germi e presentimenti del futuro irrazionalismo fascista.

L'azione degli anarchici contro la guerra voleva essere invece « disfattistica », puntando allo sbocco rivoluzionario del conflitto, proposito che apparirà sempre più utopistico con l'accentuarsi della « febbre interventista » nel Paese... Un solo episodio, per i suoi contenuti sediziosi e rivoluzionari, sembrerà offrire concrete possibilità alle aspirazioni anarchiche, ma coinciderà col dopo-guerra, col clima ben diverso e ben lontano dai miti e dalle illusioni che avevano portato all'intervento, nell'ansia della vittoria mutilata e dell'insoddisfazione generale del Paese: sarà l'episodio di D'Annunzio a Fiume nel 1919-1920, sarà il tentativo di Alceste De Ambris di dare allo Stato fiumano una decisa impronta sindacalista (la « Carta del Quarnaro »), e, soprattutto, di « esportare » la rivoluzione in Italia con la collaborazione di tutte le sinistre. Nell'immediato dopoguerra - in campo sindacale - il movimento anarchico è impegnato a prendere posizione di fronte alle nuove forme di organizzazione del proletariato, che emergono dalla istituzione dei « consigli di fabbrica », già sperimentati in Russia e in altri Paesi europei, dalla Germania all'Ungheria. Nel congresso di Parma del dicembre 1919, l'Unione Sindacale aveva espresso tutta la sua « simpatia e incoraggiamento » a tali iniziative proletarie tendenti a « trasferire nella massa operaia tutta la facoltà d'iniziativa rivoluzionaria e ricostruttiva della vita sociale », ma aveva messo in guardia i lavoratori dal pericolo di possibili deviazioni antirivoluzionarie; atteggiamento diffidente, che rivelava il timore di possibili trasformazioni dei nuovi istituti, da strumento rivoluzionario ad arma di difesa degli interessi padronali.

Atteggiamento decisamente ostile, invece, verso i « consigli di fabbrica » sarà tenuto da Malatesta, che li giudicherà incapaci di svilupparsi in direzione rivoluzionaria a causa del loro settorialismo, dovuto alla insufficiente esperienza politica, alla mancata proiezione all'esterno dei problemi della fabbrica e all'insufficiente inserimento nei più generali problemi sociali (incapacità di occupare la terra, timore di trasformare la occupazione in espropriazione e insurrezione...). E gli avvenimenti del 1920 gli daranno in qualche modo ragione.

Siamo alla « occupazione delle fabbriche » dell'agosto-settembre di quell'anno, scaturita non da uno sciopero, ma da un'agitazione nazionale dei metallurgici. Invito dell'Unione Sindacale alla « simultanea e generale invasione delle fabbriche da parte degli operai ». Serrata proclamata dalla Romeo alla fine di agosto. Conseguente tensione e contrapposizione di forze, che non mancherà di avere vibrazioni rivoluzionarie. Al convegno dell'Unione Sindacale del 7 settembre 1920 a Sampierdarena, la Confederazione Generale del Lavoro riusciva ad impedire (tramite i suoi rappresentanti, di cui uno anarchico, il Garino) la decisione di prendere possesso del porto di Genova e di allargare l'occupazione a tutta la Liguria, rinviando ogni decisione ad un prossimo convegno che si sarebbe svolto a Milano.

Ma quello che verrà definito il « soviet » di Palazzo Marino non sarà il raduno di tutte le forze occupanti, sibbene un vero e proprio convegno della Confederazione del Lavoro: trattandosi di mettere ai voti la rivoluzione, si prenderanno tutte le precauzioni perché la maggioranza si dichiari favorevole al soffocamento del movimento. Sarà esclusa la partecipazione dell'U.S.I. e della Unione Anarchica Italiana, mentre i ferrovieri, i portuali e i marittimi verranno invitati, ma senza diritto di voto. L'ordine del giorno D'Aragona, approvato, riporterà la questione delle fabbriche sul terreno puro e semplice della vertenza sindacale, ed ammonirà i lavoratori che sarebbe stato un tradimento il mancato rispetto della più rigida disciplina. Siamo all'inizio della parabola discendente del moto che non riuscirà a divenire insurrezionale, e il giornale anarchico Umanità nova scriverà malinconicamente il 30 settembre: « ... le ultime bandiere rosse sono state ammainate. La trincea proletaria è ormai vuotata... La vittoria del riformismo non poteva essere più completa... Ancora una volta Ciolitti è riuscito nel suo gioco: la fiducia riposta nella CGL non è stata male impiegata neppure ora, in un momento che sembrava di maturazione di nuovi impensati avvenimenti. E l'equivoco torna a governare il proletariato, a fiaccarne le energie rivoluzionarie eccitate dalle conseguenze della guerra. Ed è a questo stato di cose che gli anarchici devono ribellarsi; ritrovare se stessi e agire ». Ancora una volta, si conferma in tutta la sua esattezza l'ammonimento formulato da Malatesta alla vigilia dell'occupazione, allorché aveva avvertito gli operai del pericolo cui sarebbero andati incontro in caso di fallimento: due sole le alternative, o una rivoluzione cosciente, organizzata, o la catastrofe, l'inizio di un processo reazionario involutivo, che avrebbe precipitato il Paese nel caos.

Durante l'occupazione del 1920, gli anarchici erano stati fra i più attivi e instancabili nel tentativo di estendere il moto a tutto il Paese e sovvertire l'ordine sociale; ma proprio questo tentativo rivelò le profonde e insanabili deficienze del loro movimento. La mancanza di una valida organizzazione non permise che le forze fossero ordinatamente dirette verso un unico obiettivo, comune a tutti; le lotte furono disorganiche e localizzate, dando luogo a manifestazioni isolate di scarsa incidenza nella situazione generale del Paese; tutto si frammentò e si disperse in una tecnica sussultoria che permise a Giolitti di ristabilire l'ordine nel più perfetto ossequio al metodo della libertà. Era sempre la vecchia e insuperata polemica - organizzazione o spontaneità rivoluzionaria delle masse lavoratrici - che tornava a lacerare dall'interno il movimento. Né dette i risultati sperati la nascita nel luglio 1920 della Unione Anarchica Italiana, destinata ad affiancare l'Unione Sindacale e a superare la dialettica fra organizzazione e libertà individuale mediante un'azione autonoma, ispirata al programma malatestiano di puntare allo sfruttamento del momento politico in vista di favorire una soluzione rivoluzionaria. Alla conclusione dell'occupazione delle fabbriche, Malatesta riconosceva l'errore di aver ritenuto possibile la realizzazione di un fronte unico rivoluzionario, in realtà voluto solo dagli anarchici, ed insisteva sulla necessità di una organizzazione, pur senza rinunciare ad assecondare qualunque tentativo volto all'azione, tentativo che si fosse nel frattempo verificato.

Senonché l'attentato al Diana nel marzo 1921 avrebbe chiuso irrevocabilmente il capitolo del proselitismo anarchico, liquidando in un colpo un patrimonio di speranze e di illusioni anche generose, alimentato in mezzo a tante difficoltà e contraddizioni, e favorendo per reazione i tragici epiloghi autoritari in cui si consumerà l'avventura fascista: un'avventura cui non saranno certo estranei uomini formatisi nel clima dell'anarchismo e del sindacalismo rivoluzionario. Quasi in espiazione ai troppi errori e alle troppe deficienze del passato.

Continua...

sabato 21 giugno 2014

Pornogramma Libertario - Prima parte

“[...]Pornosez, la sottosezione del Reparto
Finzione che produceva e distribuiva fra i prolet […] Quelli che ci lavoravano, lo informò Julia, la chiamavano "il letamaio." Ci era rimasta per un anno, prestando la sua opera nella produzione di libretti — che venivano poi distribuiti in pacchi sigillati — con
titoli come Racconti licenziosi o Una notte in un collegio femminile, che
poi i giovani prolet avrebbero comprato di nascosto, con l'illusione di
compiere un'azione illegale. […] con l'unica eccezione rappresentata
dal caporeparto — alla Pornosez lavoravano solo ragazze […]” 
1984, George Orwell

“Trascura il pudore, proteggi l'integrità” 
Mauricio Maeterlinck



Recuperiamo il discorso sulla pornografia prendendo spunto dagli scritti anarchici. Grazie a essi, forniremo alcuni dati sul tema, prendendo spunto dagli scritti di Peirats e tanti altri anarchici.

“La posterità è una sorta di tribunale supremo in cui si appellano o fanno ricorso, tutti quelli maltrattati dalla giustizia del loro tempo. Lo stesso non è meno implacabile con chi, arbitrariamente, ha nuociuto al vero equilibrio di Themis, ornandosi di piume di pavone” (1)

Interessati come siamo sulla relazione tra pornografia e cultura anarchica, ovvero la relazione tra la rappresentazione orale, scritta e iconografica della sessualità e la letteratura libertaria, dobbiamo cominciare a dire che la pornografia, secondo il modo occidentale e capitalistico di vedere ciò, è la manifestazione pubblica di “oscenità”, strettamente legata alla cultura e al tempo in cui è ambientato. (2)

Il nostro problema è sapere come gli anarchici assimilarono e interpretarono la pornografia. Secondo i socialisti e i libertari, la pornografia era una forma di schiavitù verso le donne ed era messo allo stesso livello della prostituzione, della gelosia, del delitto passionale o di altre aberrazioni sessuali degradanti. Pertanto, un problema che andava oltre il suo carattere sessuale o di genere.

“..tutti gli economisti, tutti gli amanti della moralità vanno ad anatemizzare gli abusi, i rifiuti, la prostituzione e lo scandalo dei ricchi, prima di occuparsi del collettivismo che, secondo loro, è contrario alla famiglia e alla proprietà...” (3)

Il significato originale della parola pornografia, la troviamo persa in qualche dizionario editato prima dell'arrivo del XIX° secolo, ovvero il secolo che sarebbe stato conosciuto per la scoperta dei microbi, per la macchina, per il socialismo e per la diffusione della pornografia negli ambienti aristocratici, militari e clericali.

“..I bordelli e le abbazie; i bordelli e gli alberghi; le taverne e i bordelli; le pensioni sospette e le case di prostituzione; le hetaires e le cortigiane; gli amici del re e i favoriti dei nobili; le concubine del clero e dei laici; le donne calve del XIII° secolo e le prostitute del XVI° secolo; le donne timide del XVII° e quelle spregiudicate del XVIII° secolo; la schiava e gli schiavisti romani; le prostitute e i magnaccia; il ruffiano e il mezzano..” (4)

Così leggiamo che la pornografia -o il porno, come lo conosciamo- era il risultato di una libera, effimera e rivoluzionaria combinazione enciclopedica e libertà di stampa; ma come tutti sappiamo, ha sofferto subito l'abbandono del padre -più interessato alle questioni politiche e accademiche- e la perdita della madre, decapitata dal fanatismo della chiesa e dalla guerra che ha segnato gran parte del secolo, soprattutto in Europa .

“ .. Nella Bastiglia, De Sade scrisse il lavoro che, trascurando il ritratto dei costumi d'epoca -che ricorda tano Ovidio, Petronio e gli storici biblici-, i posteri hanno riconosciuto come un “emporio della psicologia”. Il più terribile crimine di Sade era stato quello di essersi fermato fino a Bonaparte. Nel 1801 scrisse un pamphlet ( Zoloé e i suoi accoliti ), in cui prendeva in giro Napoleone, Giuseppina e Co...” (5)

Il seme fu conservato, e poco dopo -piantato in cattività- non avrebbe visto il sole se non molti anni più tardi, quando i figli di quei rivoluzionari -anche se imbevuti dal socialismo utopico-, fecero le prime prove all'aria aperta.

In questi primi decenni del secolo, troviamo il socialista francese Charles Fourier, chiamato il filosofo-plebeo e considerato oggi giorno il pioniere del movimento del ritorno alla terra e del rifiuto della società urbana -industriale; inoltre la creazione di un sistema filosofico-culturale in cui il bene comune è al servizio della soddisfazione delle passioni individuali, della progettazione di una sorta di città del piacere, che dovrebbe portare l'uomo alla perfezione.

“ .. Non sacrificate la felicità di oggi per la felicità futura. Godetevi il momento, evitate il matrimonio o un unione per interessi che non soddisfano le vostre passioni del momento. Perché si va a lottare per la felicità futura, se essa supererà i vostri desideri, e non tenderà all'ordine combinato più che un solo dispiacere, non potendo raddoppiare la lunghezza dei giorni, al fine di tenere il passo con l'immenso cerchio di godimenti che dovrà avere.” (6)

Con il trionfo del nazionalismo borghese e il romanticismo , la pornografia -definita come rappresentazione orale, scritta e iconografica della sessualità-, abbandona quell'intenzione originaria di mettere in discussione l'autorità -in cui la pornografia mostrava la celebrazione della vita comunitaria e nella natura, legate alle tradizioni antropologiche e al più antico simbolismo sessuale inventato dall'uomo- e diventa un culto della morte e della degenerazione manifesta-collettiva dell'Occidente, sotto la supervisione dello Stato e incoraggiato dallo stigma della religione sulle donne.

“Invece di mostrare le bellezze naturali e le gioie della terra , la maggior parte dei poeti ha irritato i nostri nervi esaltando la frenesia della passione, mescolando l'amore con l'idea del suicidio, glorificando la brutalità e l'eroismo del guerriero-soldato , mettendo davanti a noi esempi di assassini, mostri e pazzi ….” (7)

L'amore romantico, come costruzione culturale ancora in vigore, nacque da un'ideologia basata sulla monogamia, sulle coppie eterosessuali, orientato alla riproduzione e sanzionato dalla Chiesa e dallo Stato; ciò sarebbe durato fino a quando il femminismo nascente alzò una collettiva nel denunciare tale amore come strumento di dominio e di controllo sociale attraverso la proprietà ed eredità.

“.. La non correttezza sociale è così profonda e sostenuta che atrofizza le passioni e le deforma. Non le distrugge perché non è possibile; ma le annega in uno e in un altro le trasfroma in orribili mostruosità.” (8)

L'assassino più piccolo e più umano di questi mostruosi romatici, archetipi del pornograma anarchico e precursore del moderno femminismo rivoluzionario, fu il simpatico Frankenstein; egli venne alla luce nel 1816 dal romanzo autobiografico della scrittrice inglese Mary Godwin, legata sentimentalmente al poeta ribelle e romantico Percey Shelley, oltre a essere figlia di famosi rivoluzionari.

“...E' bella la favola di Frankenstein, il mostro che il suo inventore tortura, ideata da Mary Godwin, amante del poeta Shelley, Shelley, la figlia di quell'altra Mary Godwin che proclamava l'uguaglianza dei sessi ed è stata rimosso dalla testa delle suffragette -quest'altro Frankenstein che per molti anni ha tormentato le donne.” (9)

Frankenstein, considerato il primo racconto di fantascienza contemporaneo, venne rifiutato dalla società benpensante del suo tempo come immorale e spregevole dalla fama dei loro autori, Mary e soprattutto Percie, più che per il messaggio del testo -a prova di ciò, si veda il prologo del 1831 riscritto proprio per essere accettato e assimilato-; agli occhi di oggi, si presta ad essere recuperato in chiave libertaria e femminista .

“La più alta missione dell'artista è la creazione di mostri, in quanto la vera creazione non consiste nel copiare la natura, ma la sua distorsione e interpretazione” (10)

Consideriamo il Dr. Frankenstein come il primo eugenetista e la sua creatura come il primo anarchico, basandoci su quello che rappresenta l'uomo nuovo pieno di virtù -annunciato dai primi socialisti libertari- ma sotto una forma artificiale, il primo essere animato creato dalla ragione e dalla natura per il bene dell'umanità, “...e morto uomo e rimasto bestia; l'antiparadigma della civiltà occidentale e del riflesso deformato della modernità nascente.” (11)

Un uomo, o così tale, capace di essere autosufficiente per se stesso o che affronta tutti gli dèi per rivendicare l'emancipazione sessuale e salvare la specie umana dal proprio auto-annientamento, è incapace di risvegliare la solidarietà umana, in quanto il suo formato umanoide è composto da pezzi di lavoratori morti e rattoppati da uno scienziato agnostico che non ha la determinazione sufficiente nel completare l'esperimento creando una partner.

“La visione di ciò che è accaduto nelle Asturie, mi porta alla fantasia del mostro del dottor Frankenstein. Non lo si vede scendere, con un passo incerto e imbarazzante ? E' deforme, imperfetto; il suo cervello incompiuto non può ospitare che pensieri malsani; gli impulsi criminali sono tesi dai suoi artigli, che soddisfano il suo desiderio di distruzione, unica cosa che gli hanno inculcato...” (12)

Non solo la figura del dottor Frankenstein, ma anche il trattamento della violenza nell'opera, è un chiaro riferimento alle idee che teneva il padre, il filosofo razionalista e precursore dell'anarchismo William Goldwin -il quale accettava l'insurrezione all'ingiustizia del potere, ma ripudiava l' uso della forza e l'uso della violenza..

“Oh, Frankenstein, non essere giusto verso tutti mentre calpesti me solo, a cui è dovuta la tua giustizia e ancor più la tua clemenza e il tuo affetto. Ricorda che io sono la tua creatura; dovrei essere il tuo Adamo, ma sono, piuttosto, l’angelo caduto che tu allontani dalla gioia, senza alcun crimine. Ovunque vedo felicità, io solo sono irrimediabilmente escluso. Io ero benevole e buono; la sventura mi ha reso un demonio. Fammi felice, ed io sarò di nuovo virtuoso...” (13)

E se l'analisi della violenza, implicita nell'opera, si aggiunge la solitudine condannata dal protagonista, possiamo avvicinarlo all'immagine dell'anarchico solitario, identificato con l'azione terrorista, la cui mostruosa immagine è presente nel subconscio collettivo, come Mateo Morral per esempio, angelo sterminatore e asessuato, condannato alla solitudine e a fuggire.

" .. E quale è stata la causa di tale delusione? Solo le sue idee malvagie. Se questo uomo non avesse bevuto nei libri impetuosi tali falsi umanitarismi -intrisi di una redenzione umana illusoria [...] sicuramente non sarebbe diventato il mostro che vomitava morte da un balcone della strada principale.." (14)

Altri di questi mostri della rivoluzione, in chiave sessuale e femminile, sarà -anni dopo- Carmen Rodríguez Carballeira [1914-1933] , nota come Hildegart; rivoluzionaria socialista, vicina all'anarchismo negli ultimi mesi della sua vita, scrisse e operò molte opere legate all'eugenetica e alla sessuologia -difendendo la libertà sessuale assoluta fuori dall'ipocrisia vigente. (15)

Imparentato col mostro della rivoluzione, il mostro della pornografia contemporanea, così come la conosciamo oggi, è emerso con i primi dagherrotipi agli inizi dell'Ottocento e venne incoraggiato con lo sviluppo della fotografia e successivamente col cinema, quando la prostituzione e la pornografia erano già inclusi nella lunga serie di errori e di vizi della modernità, e che era stato per estensione, la condanna dell'arte e della letteratura emergente nei paesi occidentali...

“L'occidente, per un lungo secolo, si intossica con la pornografia. Una crisi tossica acuta di questo, lo troviamo per mezzo secolo con il romanticismo, e, con l'altro mezzo secolo, con la cinica e confusa ossessione a cui stiamo assistendo...” (16)

Uno dei migliori rappresentanti del campo dell'arte realista e militante della seconda metà del XIX° secolo, fu il comunardo e pittore Gustave Coubert, il quale approcciò il socialismo rivoluzionario alla pornografia; egli era originario di un villaggio vicino a Besançon, oltre a essere un pioniere del naturalismo combattivo e ateo convinto, come egli affermò prima del consiglio comunale della Comune di Parigi.

“ ..mi sono sempre occupato delle questioni sociali e delle filosofie che si riferiscono ad essa, seguendo un percorso parallelo come il mio compagno Proudhon [...] Per questo percorso, ho combattuto contro tutte le forme di governo autoritario e di diritto divino, in quanto voglio che l'uomo si auto-governi ,secondo le sue esigenze, per il proprio beneficio, diretto e secondo la propria coscienza...” (17)

Come il nostro articolo riporta, Courbet fu un vero innovatore del nudo femminile, rendendo carnale, fisico, quasi violento; e anche se non ha mai avuto modo di essere un pittore proletario -nonostante lo sforzo dei suoi amici del Giura e di Proudhon di metterlo in tale sfera-, egli fece un ritratto con le sue figlie, modesto e sensibile come la sua arte...

“...Per questo Coubert, con tutta questa scuola, è stato anatemizzato; perché le sue opere hanno causato scandalo e sono state sottoposte agli insulti più terribili. Ma il progresso è fatale e la scuola rivoluzionaria che rivendica all'uomo, e che sintetizza l'idea di giustizia con belle forme, trionferà; e poi vedremo l'Arte della Rivoluzione superiore alle altre, e appariranno prodigiose alle vecchie statue greche e alle cattedrali medioevali.” (18)

Tornando alla terra peninsulare, circondata da confini ancora confusi tra radicalismo repubblicano e anarchismo, fu negli ultimi anni del XIX° secolo quando, al riparo legale del diritto della libera associazione e libera stampa, che comparvero un certo numero di gruppi di liberi pensatori che svilupparono un notevole lavoro sulle inquietudini urbane, filantropiche, culturali e, nel terreno pratico, delle piccole scuole che sostenevano alcuni lavoratori e operai sull'importanza della salute fisica e co-educazione dei sessi...

“Ci dirà perché non transigiamo con la libertà di riunione socialista, con le predicazioni del libero pensiero, con la propaganda della carta stampata, con la pornografia, con l'insegnamento eretico dell'università, entrambi sovversivi per l'ordine morale e materiale le cui ultime conseguenze sono, oggi per oggi, le bombe di Pallas, di Salvador e di Ascheri e la pistola di Angiolillo? ...” (19)

Anche se questi gruppi di liberi pensatori discutevano nel corso della giornata il ruolo della Chiesa -come falsificatrice dell'amore attraverso il peccato-, affermavano che la vera pornografia è la tirannia culturale della chiesa sulle donne, intuendo un'altra maniera di intendere l'amore e la convivenza tra uomini e donne, ma mai escogitando degli strumenti per invertire la situazione se non delle fugaci dichiarazioni di buone intenzioni.

Un esempio di questo, sono i cosiddetti banchetti de Promiscuaciòn del venerdì santo: le dichiarazioni che venivano rilasciate erano puramente teoriche e quindi simboliche e nulla più. Con la parabola discendente dei liberi pensatori -sul finire del XIX° secolo-, il movimento femminista prese forma.


“...Un gruppo di uomini, che importa chi siano! Oggi impugna con mano la potente bandiera dell'arruolamento per il combattimento, e spinto dalla moltitudine -anzichè guidarla-, porta gli ideali del secolo da città a città [...] Il vento della rivoluzione può iniziare dalle sue mani, ma questo non potrà mai essere calpestato dalla reazione se intorno a lui sono raggruppate, come una trincea invincibile, i cuori delle donne spagnole...” (20)

La diga nazional-cattolica rimase intatta per gran parte del XIX° secolo. Ma con l'emergere della pratiche sessuali dissacratorie o anti-autoritarie, aveva iniziato a subire le prime crepe; e l' anarchismo, sintesi delle idee rivoluzionarie francesi e del superamento della logica pratica dei liberi pensatori, rispetto alla portata trasformativa del sesso in seno alla cultura moderna, stava approfondendo il divario grazie alla natura e alla scienza .
“Educare le donne alla conoscenza necessaria, in modo che esse compiono razionalmente e di propria volontà, la più importante missione della vita: incoraggiare e decidere il futuro e la felicità delle generazioni future. Ciò viene fatto attaccando e cauterizzando all'origine le miserie sociali di un mondo che sanguina con tutta la sua purulenta prostituzione e pauperismo.” (21)

Tuttavia, l'anarchismo proclamava l'esistenza di una nuova morale sessuale libertaria, dissidente dal modello riproduttivo del patriarcato capitalista e protetto dallo Stato e dalla religione; l'anarchismo era disposto a combattere una delle attività più prosperose del capitalismo, in quanto cosciente dell'esistenza di intere periferie delle grandi città trasformate in autentiche fabbriche del sesso e specializzate nella commercializzazione delle necessità umane primarie. Ma ciò esprimeva una contraddizione riguardo alla pornografia e alla sessualità esplicita..
“La cosa spiacevole non è il disorientamento, ma la discrepanza tra teoria e pratica che si verifica anche tra i giovani proletari dalle idee avanzate. Infatti, mentre la loro ideologia in merito alla questione sessuale è chiara e definita, la pratica è intorpidita e scomoda: sono delle barche la cui bussola orienta un percorso, ma invece di seguirla, vanno alla deriva.” (22)

Una delle voci libertarie più illustri e più fuorvianti, nato a Besançon come Fourier e Courbet, influenzato dal primo e tutor del secondo, fu Pierre Joseph Proudhon, il cui lavoro postumo e incompiuto, Pornocrazia, apparve in Spagna nel 1892. Pornocrazia diffonde dei pareri contro la prostituzione e la pornografia -che saranno abituali nei circoli libertari...

“L'uomo è soggettivo, volontario, imperioso, esclusivo, fa della sua moglie la sua confidente, la custode del suo patrimonio e dei bisogni, l'oracolo della sua coscienza. Condividere l'amore di sua moglie significa sacrificare il suo onore e il suo orgoglio. La donna, invece, ha dalla sua la castità; la sua gloria sta nella fedeltà al marito; [...] Gli sposi sono l'uno per l'altro, rappresentanti della divinità, la loro unione è la loro religione: la poligamia è il politeismo, un'idea contraddittoria, una cosa impossibile” (23)

Il termine che Proudhon ha dato alla sua opera -Pornocrazia- rimanda sia alla parola di un cardinale vissuto tra il XIII o XIV secolo, il quale vedeva Roma come una città di prostitute e sia a quelle note pseudo-positiviste che incorporavano nelle loro argomentazioni piuttosto ideologiche e moraliste sulla famiglia, sul matrimonio e sull'amore, impegnati a svuotare di contenuti tali parole e alludendo alla religione.

“Nella confusione delle idee e dell'anarchia, l'intesa è raggiunta nella morale, nella dissoluzione e nella prostituzione. Allo stesso modo, la prostituzione e la dissoluzione dei costumi sono legati al ​​caos intellettuale; tutto questo avviene e questo è reciprocamente la causa e l'effetto. L'uomo dai costumi dissoluti, non tiene principi, né morali, né religioni, né filosofie; si costruisce una ragione simile alla sua coscienza...” (24)

Un opera scritta contro il cosiddetto governo delle puttane e anche contro quelle femministe che avevano iniziato a chiedere uguali diritti e doveri, e che, secondo Proudhon e molti altri del suo tempo, era un segno della degenerazione, una sorta di congrega rosso-femminista che voleva porre fine alla famiglia patriarcale e al legittimo amore.

“Essi corrispondono all'interno della stessa categoria di tutti quei dilettanti antichi e moderni, religiosi e artistici o semplicemente idolatri. La supremazia in linea con il principio estetico e con il principio giuridico e morale è il vero fermento pornocratico. Questo è il motivo per cui così tante persone arrivano alla prostituzione della coscienza e all'abbandono del diritto, alla filosofia di Epicuro; la delizia artistica approva in primo luogo il culto della bellezza, dell'epicureismo e della sensualità..” (25)

In breve, siamo di fronte a un'opera tipica di quell'enfasi argomentativa socio-economica di Proudhon -personaggio con le proprie contraddizioni filosofiche affilate nel corso degli anni- che rappresentava il parere di gran parte della militanza anarchica sull'emancipazione femminile e il rapporto tra i sessi.

In realtà queste opinioni, diciamo classiche, del cosiddetto padre dell'anarchismo, sono delle ragioni di una presunta corruzione degli antichi costumi dell'Occidente -la monogamia patriarcale-, il quale era difensore dell'idea della donna come creatrice di rivoluzionari e della stabilità del proletario; questi erano riprodotti frequentemente da scrittori come Federico Urales -soprattutto nei primi numeri della Revista Blanca-, o intellettuali anarchici come Edmundo González Blanco.
“.. Mentre gli anarchici discutevano nei giornali, nei comizi e nelle conferenze se è un bene avere pochi figli e tenere quelli che si hanno, la borghesia può vivere in pace. [..] E' necessario avere dei buoni genitali per generare e per altre cose e non raccontare frottole ai nostri figli” (26)

Continua...

Note
(1)PEIRATS: Juicios a la posteridad, CNT 30-12-1956. La sua posizione sulla sessualità esplicita, può essere dedotto dalle parole “.. Senza una radicale trasformazione delle condizioni di vita sociale [..] è impossibile una vera educazione sessuale e una procreazione consapevole” Peirats: Poblacion y Reaccion, CNT 1958/04/10.

(2 )Nell'antica Grecia non si parlava mai di "pornografia", perché la prostituzione era tollerata. Ma è proprio da tale contesto che la parola oscena prende piede: tale termine (ob skené) designa lo spazio in cui avevano luogo le morti dei personaggi della tragedia greca. Nel contesto, quindi, significava che tutto ciò avveniva dietro le quinte, per non offendere la sensibilità dei telespettatori. Per quanto riguarda la Cina, un noto anarco-naturista diceva che "La vera Cina, che rimane fedele a se stessa sotto i suoi governanti di transizione, ignora non solo l'assolutismo e la magia, rivelata o meno, ma ignora anche queste che hanno prodotto un tale scempio in Occidente, dimostrandosi contraria e opposta a tali impurità. Opponendosi anche alla pornografia.."ALAIZ: Soberanía del Buen Sentido, SOLIDARIDAD OBRERA 15-12-1951.

(3) LA FEDERACIÓN 02-03-1872. Dato il rapporto della pornografia e della prostituzione, oltre al fatto che non vi è alcun argomento specifico a portata di mano, includiamo un breve elenco bibliografico sulla prostituzione qualificata come effetto più ripugnante del capitalismo.
BURLE: Matrimonio y prostitución. Barcelona, Ediciones Iniciales, 1932; FARIÑAS: Los Papas. Barbarie, prostitución y libertinaje. Barcelona, s.n., 19-, 32 p;
GALLARDO LÓPEZ: El matrimonio es una prostitución. Barcelona, Ediciones Iniciales, 1934;
GALLARDO LÓPEZ: El sexo, la prostitución y el amor. Barcelona, La Revista Blanca, 1936, 64 p.;
GOLDMAN: La prostitución. Valencia, Estudios, 193-, 24 p.;
HUERTA NAVES: Prostitución, abolicionismo y mal venéreo. Valencia, Orto, 1933;
LLORCA: La exclavitud sexual de la mujer, Cuadernos Rojo y Negro, Barcelona, 1933, 15 p;
MARTÍNEZ RIZO: Prostitución. 1º Cómo se empieza, 2º Cómo se vive, 3º Cómo se muere. Barcelona, Ediciones Mar, s.a;
MARTÍNEZ RIZO: Sexualismo. Aspectos sociológicos de la sexualidad. Ediciones Mar, colección Divulgación Sociológica, Barcelona, 193-, 15 p.;
TORYHO: Cómo viven y cómo mueren las prostitutas (reportajes). Barcelona, La Revista Blanca, 1936.

(4)RODRIGUEZ SOLIS: Historia de la prostitución en España y América. Imprenta de Fernando Cao y Domingo de Val, Madrid, 1890. Una delle opere pornografiche più antiche e famose sono i sonetti erotici di Pietro Aretino, messi fuori legge da Leone X nel XVI secolo e che passarono clandestinamente in Francia, dove si diffusero in tutto l'Occidente. E' grazie all'arrivo della stampa che i disegni e le incisioni pornografiche hanno avuto il loro exploit (che tali disegni, fino ad allora, erano limitati alle tavolette di legno).
DE LA SAGRA: Notas para una Historia de la Prostitución en España, Madrid, 1850, 16 pag;
ARMAND: Libertinaje y prostitución. Grandes prostitutas y famosos libertinos. Influencia del hecho sexual en la vida política y social del hombre. Valencia, Orto, 1932, 487 p;
FIELDING: El sexo y sus manifestaciones históricas. Cuadernos de Cultura, Valencia, 1933, 48 p.

(5)PEIRATS: Juicios a la posteridad, CNT 30-12-1956. L'operda di De Sade a cui si riferisce Peirats è "Le 120 giornate di Sodoma", scritto nel 1785 e considerate perduta fino al 1900.

(6) FOURIER: "Avviso ai civilizzati rispetto alla prossima metamorfosi sociale.”
Fourier considerava l'attrazione appassionata come la sensazione naturale e umano primaria e “..condannato la divisione industriale atta a ribaltare le attività umane e paralizzare, di conseguenza, il progresso. Parlava della divisione e della combinazione di passioni per arrivare all'armonia. Era feudatario di Condillac e dei sensualisti del XVIII° secolo..” LA REVISTA BLANCA 01-03-1904.
“Nella sua Teoria della Associazione Universale (volume IV, pag 461), Fourier diceva che “ogni uomo avrebbe avuto tutte le donne e ogni donna tutte gli uomini.” Non posso soffermarmi sulla conseguente etica sessuale presentata, di cui la principale conseguenza è la scomparsa della famiglia..”LA REVISTA BLANCA 13-09-1935. Una risposta di Fourier dalla tomba “.. la morale ha servito il crimine e non può fare altro che continuare a servirlo, costringendo ad accarezzare di crimini il più forte sul più debole, tormentandolo questo con i suoi peccatucci. Questo è il vostro ruolo, moralisti..” citato in LARIZZA: Presupuestos del anarquismo en Charles Fourier. Ediciones Cero, Madrid, 1970, p. 39. Per altro, vedere
LA REVISTA BLANCA 15-08-1900, 01-09-1902,
NETTLAU: La idea anarquista: Su pasado, su presente y su porvenir,
LA REVISTA BLANCA 15-08-1924.
ROSELLÓ: ¡Viva la Naturaleza!. Escritos libertarios contra la civilización, el progreso y la ciencia [1894-1930]. Virus Editorial, Barcelona, 2008

(7) La pornografia della Morte, Avenir 01-04-1905. Stirner si riferisce alla Germania intrisa di romanticismo del 1844, uno stato-amore o “liebesstaat” dove i conservatori professavano l'amore per Dio e per il Re, i progressisti per la patria e i pochissimi comunisti per l'Umanità. Oppure, come diceva un'ottimista Fourier secondo il federale Ramon de Cala, “..Queste passioni servono per le esigenze individuali e promuovono la socialità, in prova che non siano essi stessi molle inutili o dannose, anche se questa società crea gravi perturbazioni perché non c'è spazio per lo sviluppo naturale...”
CALA: El problema de la miseria resuelto por la armonía de los intereses humanos. Imp. Juan Siesta, Madrid, 1884, p. 233.
STIRNER: Relatos Menores. Logroño, Pepitas de Calabaza, 2013, p. 18

(8) CALA: El problema de la miseria. Ob. Cit, pp. 233-234. Un noto medico anarchico spagnolo, descrisse ciò, decenni dopo, con tali parole: “.. per una mente elementare, coprire il sesso significa svegliare in lui un interesse morboso, facendo girare tutta la sua esistenza attorno all'asse erotico. E come l'erotismo è un tabù nella vita pubblica spagnola, l'asse mentale è un erotismo impastato e torbido con la pornografia da bordello”
MARTÍ IBAÑEZ: Eugenesia y moral sexual. Carta a Buenos Aires: A don Rafael Hasan, en ESTUDIOS nº 144, Agosto 1935, pp. 12.

(9)De MAEZTU: las Máquinas, EL BIEN PÚBLICO 21-01-1933. Mary Godwin, nel suo romanzo, rifletteva sul trattamento delle donne, in cui vi era una società che aveva condannato la madre Mary Wollstonecraft per la rivendicazione dei diritti delle donne (1792).
Vedere anche El Monstre ha Tornat, La ACCIÓ 14-10-1935.
MONTSENY: Morbosismo, La REVISTA BLANCA 25-10-1935. GILBERT y GUBAR: The Madwoman in the Attic, The Woman Writer and the Nineteenth-Century Literary Imagination, Yale University Press, 1979, pp. 213-247.

(10) DIDEROT: Elementi di fisiologia. 1775
“.. La ragione e il sentimento di tutto questo tempo che stiamo attraversando, è critica e trascendentale: sembra che il mostro della rivoluzione abbia giurato guerra e morte all'autorità, come avvengono le corse rivoluzionarie e le scintille che formano un formidabile falò acceso nel centro dell'Europa, raggiungendo le persone in tutto il suo sinistro bagliore”LA ESPAÑA 23-06-1860.

(11) “Orco, furioso nel buio dell'Europa, si leva come una colonna di fuoco sopra le Alpi e striscia come un serpente sul fuoco..”
BARTRA: El salvaje artificial. Editorial Destino, Barcelona, 1997, p. 386.

(12) DIARIO de ALMERIA 22-11-1934. Al fine di sottolineare il suo carattere sovrumano e anti-soprannaturale, possiamo catalogarlo come una delle grandi manifestazioni dell'affermazione proletaria. http://reflexionesdesdeanarres.blogspot.com.es/2012/11/rafael-sposito-lucido-militante.html.

(13) SHELLEY: Frankenstein o il Prometeo Moderno, 1818, p. 217
Vedi anche, GARCÍA-PRADA: ¿Revolución proletaria?, SOLIDARIDAD OBRERA 11-03-1950.

(14)LA Cruz 1906/06/06. Risulta curioso come la versione ufficiale della personalità di Morral sia sempre piaciuta nell'esacerbare i suoi sentimenti di amore frustrato, oltre a insinuare che avesse una malattia venerea.

(15) HILDEGART: Cómo se curan y cómo se evitan las enfermedades venéreas. Orto, Valencia, 1932, 213p;
HILDEGART: Historia de la prostitución. La prostitución y sus consecuencias. Consejos y decálogo. Orto, Valencia, 193-, 40 p;
HILDEGART: Sexo y amor. Cuadernos de Cultura, Valencia, 1931, 58 p.;
HILDEGART: La revolución sexual. Cuadernos de Cultura , Valencia, 1931, 48 p;
TARNOWSKY: Perversiones sexuales. El instinto sexual y sus manifestaciones mórbidas, traducción, introducción y láminas de Hildegart, epílogo del Dr. Havelock Ellis. Valencia, Cuadernos de Cultura, 1932, 95 p.
MASJUAN: Un Héroe trágico del anarquismo español, Mateo Morral 1879-1906. Icaria, Barcelona, 2009.

(16) ALAIZ: Soberanía del Buen Sentido, SOLIDARIDAD OBRERA 15-12-1951.
Il cinema è stato uno dei veicoli di diffusione della pornografia; con esso vi era la visualizzazione pubblica delle prime fotografie in movimento -grazie al britannico Muybridge che nel 1879 aveva inventato il zoopraxiscope-, ovvero molte immagini di uomini e donne più o meno completamente nudi. Tale cinema era stato criticato dai settori più reazionari della società e per questo controllato dallo Stato. “Il cinema borghese è a conoscenza dell'esistenza della tabù di classe. Nel codice della censura di New York, vi è una relazione tra l'attrazione che si impiega in un cinema e che quindi si rivela indesiderabile: le relazioni tra capitale e lavoro unito alle perversioni sessuali accanto”. Sergei Eisenstein nel 1925, citato ne La Balsa de la Medusa 7/1/1987. Vedere PEIRATS: Para una nueva concepción del Arte: Lo que podría ser un cine social, precisamente nel capitolo IV, intitolato Aspecto espiritual: Mercantilismo, frivolidad y perversión sexual.

(17) La FEDERACIÓN 07-05-1871. Il quadro di Courbet, L'Origine del Mondo (1866) si trova oggi nel museo di Orsy. Il quadro ebbe una vita movimentata: la prima volta fu venduta a un diplomatico turco nel 1866, e attraversò diverse mani, tra cui gli artigli sovietici dopo la Seconda Guerra Mondiale, fino a finire al famoso psicanalista Lacan, il quale lo vendette allo Stato francese, suo attuale proprietario.

(18) El Arte en la Revolución, LA FEDERACIÓN 19-05-1872.
Le vittime della pornofobia furono gli scritti di Flaubert -per la sua Madame Bovary- e Baudelaire -per I fiori del Male-, oltre naturalisti come Zola e l'anarchico cristiano Tolstoj che predicava la continenza sessuale e l'unione solo per la procreazione. Tale censura continuò per buona parte del ventesimo secolo, in cui le opere classiche, anche in ambito accademico, vennero eliminate. Precursori della psicologia come Krafft-Ebing e soprattutto Henry Havelock Ellis, [1859 - 1939], sessuologo vicino alle idee libertarie, concordarono nel qualificare la pornografia come pericolo per la società, anche nel primo compendio delle perversioni sessuali.
ELLIS: El impulso sexual en la especie humana y en los animales, versión de G. de San Telmo. Madrid, [Antonio Marzo], 1909, 156 p.
TOLSTOI: Las relaciones de los sexos. Madrid, Nosotros, 1930 (Prensa Moderna), 156 p.

(19) LA VICTORIA 13/11/1897.

(20)LA UNIÓN DEMOCRÁTICA 14-12-1887.
Senza essere un autore libertario, Vicente Suárez Casañ pubblicava nel 1894, un enciclopedia medico popolare, opera fondamentale per l'educazione sessuale libertaria, molto presente nelle biblioteche e librerie anarchiche
SUÁREZ CASAÑ: Conocimientos para la vida privada. Barcelona, Maucci, 1894. 3 vol.

(21)ESTUDIOS nº 87, Noviembre 1930. Questo paragrafo si riferisce al lavoro di Manuel Devaldés dal titolo La maternidad consciente. Papel de la mujer en el mejoramiento de la raza”, prefazione di Isaac Puente. Valencia, Estudios, 1930?, 141 p.

(22) ESTUDIOS nº 144, Agosto 1935, pp. 11-13.
Si sostiene che Joaquín Juan Pastor, anarchico e responsabile de la Redención, Generación Consciente o Estudios, e nel 1928 membro fondatore del Comité fundador de la Liga Mundial para la Reforma Sexual, si arricchì con le pubblicazioni di materiale pornografico, o che ha usato per continuare l'opera di diffusione dell'editoria dopo la guerra. L'editoriale Estudios, così chiamato dal 1929, ha pubblicato Antología De La Felicidad Conyugal-Conocimientos, utile per la privacy, con lo scopo di “contribuire alla conoscenza emotiva e intima delle coppie umane nel raggiungere la loro felicità coniugale”, sottolineando l'intenzione di non essere un opera frivola o cinica ma di superare una letteratura morbosa che genera ignoranza e pregiudizio nella vita sessuale.

(23) PROUDHON: La pornocrazia. La donna nel nostro tempo, traduzione Amancio Peratoner. Barcellona, ​​La Enciclopedico Curriols-Philippe N., 1892, p. 55.

(24)PROUDHON: La pornocrazia. Op. Cit, p. 234.

(25) PROUDHON: La pornocrazia. Op. Cit, p. 228-229.
Vedere anche PROUDHON: ¡Adelante jóvenes! Estudio sobre el amor sexual. Maucci, Biblioteca Roja, 1909.

(26) LA REVISTA BLANCA 01-02-1905.
Come leggiamo nel paragrafo precedente, questa controversia sulla questione del sesso, nascondeva un dibattito maggiore sulla proprietà dei mezzi di riproduzione sociale e di autonomia sul proprio corpo e dei suoi benefici. C'è un opera del 1853 dell'igienista spagnolo Felipe Monlau dal titolo “Higiene del Matrimonio o el libro de los casados”, in cui si attaccava il saint-simonismo e il fourierismo -i quali minavano il concetto di famiglia.
GONZÁLEZ BLANCO: El feminismo en las sociedades modernas, Biblioteca sociológica Internacional. Editorial Henrich y Cª, Barcelona, 1904.

mercoledì 23 aprile 2014

Laurent Tailhade - Scritti Feroci --Un prete è un cane rabbioso che i passanti hanno il dovere di abbattere.

Introduzione
L'idolo Nero: studio sulla morfinomania

19 Dicembre 1902
A monsignor Joseph Viollet, topo di fogna.

Signore, voi esercitate la oltremodo esilarante funzione di ammannire alle persone pie tartine di assoluto, ingozzandole a forza, non senza compiere mille genuflessioni e altre moine. Insegnate imperturbabile agli allievi affidati alle vostre cure che un piccione, venti secoli fa, fecondò una vergine deìpara, la quale, giacendo in una stalla, vide nascere dai suoi lombi la Causa immateriale dell'Universo sotto le specie di un rompiscatole, se così posso esprimermi. Propagandate le virtù di Lourdes. Fate conoscere ai vostri clienti l'efficacia delle preghiere a San Maclou per guarire i foruncoli, adorate il sacro cuore, esattamente come i vostri confratelli indù adorano il lingam. Nascosto in un bugigattolo che sa di acido, mormorate alle giovinette oscenità che non oserebbe profferire, ubriaco fradicio, neppure il più incorreggibile dei commessi viaggiatori. Sostenete che la Bibbia proviene da Mosè e che il libro di Daniele è opera di questo profeta. Considerate un articolo di fede la balena di Giona, il sole di Giosuè, il pesce di Tobia e la mascella d'asino che si abbattè sui filistei. Catalogate le favole melense dell'inetto Gesù; fingete di prendere sul serio le sciocche storielle del Nuovo Testamento e di porre i vangeli ben al di sopra del Grand Albert o del Langage des fleurs.

Poiché vivete in una società laica, che non è sottoposta che alla ragione, alla scienza, voi traete dal vostro mestiere i più solidi e più numerosi vantaggi. Mentre la Prefettura, i tribunali correzionali danno una caccia feroce ai vostri colleghi nelle fiere, sonnambuli o medicastri, a voi spettano sostanziose entrate, esenti da qualsiasi fatica, da ogni serio impegno. Quando passate per strada, in sottana nera, i gendarmi vi cedono il passo e le spie vegliano su di voi. Avete libero accesso alla Sorbona, alla Camera e al Senato. Mentre le altre specie di imbroglioni vanno di tanto in tanto a fare un giro alla Santé o a rivedere il boulevard Anspach, voi smerciate coram populo indulgenze plenarie, parti di paradiso; fate ingoiare il signore dell'essere ai curiosi di questo sciapo minestrone. E tuttavia i disgraziati ambulanti non possono neppure vendere in pace sulla pubblica via della polvere per le cimici né pelo per grattarsi né unguento per i calli! Da giovani, dominate su un harem di devote, giacchè le femmine da preti formano una specie, come le donne da soldato. Ad una certa età, poi, conoscete il piacere di impadronirvi delle eredità e di farvi trattare come il gorilla sacro delle pagode o i gatti ieratici del Serapeum. Siete dei furfanti velenosi e patentati. Odiate l'intelligenza, il progresso, la ragione. Difendere il culto di un imbecille cacadubbi con un codazzo esecrabile di oscurantisti e di carnefici che di tale culto han fatto un'arma per abbrutire e taglieggiare i popoli. Allorché, affrancata finalmente dalle tenebre ancestrali, presentando già l'aurora di un'epoca migliore, l'umanità, uscita dalla melma cristiana, si mette in marcia verso la ragione, gettate sul suo cammino i ciottoli dell'ingiura e dell'errore.

Mentite “per dovere”, come un servo, come una fanciulla. Mentite, sapendo di mentire, mentite ovunque, mentite sempre; eppure, vi credete più onesti dei lestofanti e dei ladri! Ma le vostre imprese non si limitano a questo gesto professionale che i disgraziati vicari di Tarbes o di Quimper,

...nere grottesche con le scarpe sudicie,

condividono con la stessa impudenza e la stessa vostra vanità. La “impanazione di un dio da parte di un cafone,” che tanto scandalizzava Lamartine, è alla portata del più sozzo dei pretini. Non c'è alcun bisogno, per cantare i vespri, di radunare intellettuali davanti a un leggio: l'asino tonsurato, se ha voce, non mancherà di ragliare come sa. Quanto a voi, signore, giovane, figlio di cattolico in vista, arrampicatore di un cinismo d ultimo tipo, vi spingete e vi insinuate nel mondo con i sistemi molto meno ingenui. Come i saltimbanchi vostri progenitori, come i Gairayd, i Nauder, i Garnier, fate del socialismo per conto della chiesa, non meno che per il vostro vantaggio personale. Assistete in sottana alle conferenze rivoluzionarie; quindi, con la scusa di chiarire qualche punto di dottrina, offrite il vostro orvietano, proponete la ricetta cattolica contro il male sociale. Affermate senza ridere che la teoria dell'appeso galileo (appeso così a proposito, tra l'altro, dalla civiltà romana) invita il ricco a spogliarsi e il prete, accaparratore della fortuna pubblica, a devolvere l'oro agli infelici. Voi esibite queste formidabili frottole, al fianco di qualche giovane idiota uscito dalle fogne di San Vincenzo de' Paoli o dalle topaie dell'abate Fonsagrives.

Siete ascoltato; degli oratori come Sebastien Faure si degnano di prendervi sul serio. L'altra sera, vicino a voi, il nazionalista Versini, con quella sua faccia da imbonitore cavilloso, gli occhi sanguigni, impallidiva di rabbia e di paura, dinanzi agli schiamazzi vendicatori di un uditorio che la sola presenza di un malfattore della Patria Francese oltraggia e fa vomitare. E tuttavia il pubblico vi dava udienza, forse a causa delle insulse facezie di cui voi ritenete opportuno infarcire i vostri sofismi.
Vi fui meno benigno la settimana precedente. Sebbene io avessi l'onore di occupare il posto di presidente, persi d'un tratto la calma propria del mio rango e vi diedi una bella lavata di capo. Non mancò qualche minorato mentale che mi rimproverò quello scatto che mi esentava dalla neutralità. Addirittura un amico, uno di quegli amici come se ne vengono a trovare migliaia sul cammino delle lettere, -Buon giorno, mio caro come va? Buon giorno mio caro, come ti chiami?- un amico, dicevo, volle proprio farmi notare che “avevo mancato di cortesia e di tatto.” Avrei potuto rifilare a quel babbeo ricevuta liberatoria di quell'idiozia sull'una e sull'altra guancia; ma non bisogna sprecare in tal modo gli insulti, per non screditare la loro virtù.

D'altronde, è piuttosto spiacevole constatare che, tra gli intelletti cosiddetti affrancati, socialisti, liberi pensatori, anarchici perfino, vi sono ancora persone che ritengono si debbano dei riguardi e cortesia a gentaglia come voi. E' divertente, è istruttivo, ma mi permetterete di non essere d'accordo. E dunque, monsignore! Voi portate un abito d'una bruttezza aggressiva e sorpassata, una specie di sottana da cavallerizza con uno strascico che sarebbe da trinciare, avete in testa un sombrero da Don Basilio e, sotto il mento, un bavaglino ornato di perle. Andate in giro con la sconvenienza di un lanciere polacco o di un selvaggio dell'ex Grande Chaumière.

E pretendete che prendano sul serio il vostro travestimento? Se l'esercito della salvezza, in casacca rossa i maschi e con un cappello alla Kate Greenway le soldatesse, sfila al rullo del tamburo, nessuno avrebbe il pazzo desiderio di intavolare il benchè minimo contraddittorio con quegli ossessi. Cionondimeno essi sono vostri fratelli e dei cristiani come voi. Hanno il merito della semplicità, che voi avete perduto.
Quanto alla libertà di discussione di cui così spesso, a sproposito, i libertari si riempiono la bocca, non vedo a quel titolo potreste chiederla ai vostri avversari.
“In nome dei loro princìpi”, suggeriva il sinistro Veuillot. Se i princìpi, gli immortali princìpi del Libero Pensiero implicano questo imbroglio, è opportuno che gli si manchi del tutto di rispetto. Non si discute con la peste, l'incendio o la vipera. Si neutralizza la bestia malefica. Il cristianesimo ha, per quindici secoli, avvelenato il mondo.
Non c'è bisogno di riguardi per disfarsi di questa lebbra: non si disinfetta chiedendo il permesso.

Il prete, per la vergogna della sua condizione, per la laidezza infamante del suo costume, vive al di fuori della legge comune e della solidarietà. Contro di lui, tutto è permesso, poiché la civiltà ha il diritto della legittima difesa; essa non gli deve né riguardi né pietà.

E' il cane rabbioso che ogni passante ha il dovere di abbattere, per tema che morda gli uomini e infetti le greggi.

Il prete, in una società basata sulla ragione e sulla scienza, il prete che sopravvive alle epoche oscure di cui fu uno dei temibili prodotti, il prete non avrebbe altra sede che a Bicetre, nelle celle dei pazzi pericolosi. Esclusione, ostracismo, carcere perpetuo, bagni e segrete, tutto va bene, tutto è legittimo contro di lui. Macché discutere! No, ma mettergli la museruola, metterlo a morte; perché la pena capitale, per quanto odiosa possa essere, non sarà mai eccessiva per questo incarceratore più terribile del Borgia, più infame di Castaing.

Il rispetto della vita umana non vale per chi si è messo volontariamente al di fuori dell'umanità. D'altronde, monsignore, accordereste forse ad un contraddittore questo diritto di discussione? Allorché, insottanato di tarlatana e tronfio in cattedra, rifriggete le scemenze di Tertulliano, di Tommaso d'Aquino o del Bousset, che direste se un importuno chiedesse la parola verso la fine della predica o del sermone? Spunterebbero da ogni dove scaccini, svizzeri, elemosinieri per gettarlo fuori. Le sante canaglie, le menadi eucaristiche, i fabbricieri idrofobi lo farebbero a pezzi, come un tempo Orfeo nelle campagne danubiane. Rimangono i riguardi che si scambiano le persone dabbene. Ah, monsignore, di grazia, dimentichiamo queste sciocchezze e non parliamo di rispetti tra svaligiatori e svaligiati.
Chi vi scrive, in otto anni, ha subito due crudeli sconfitte. Nel 1894, un esplosione dinamitarda lo metteva in pericolo di vita. L'anno scorso il ministero della Difesa repubblicana lo faceva incarcerare in virtù delle leggi scellerate per aver osato esprimere il suo pensiero.

Nell'uno e nell'altro caso, la stampa cattolica è stata all'altezza della sua dottrina: vomitò porcherie sul letto del moribondo e sui ferri del prigioniero.Fu un eruzione di sterco da fare invidia alla Montagne Peleé.

Preti, ingiuriatori di uomini liberi, non aspettatevi né cortesia, né rispetto da coloro di cui oltraggiate il pensiero e insudiciate lo sguardo.

O quanto meno, per ottenere qualche segno di deferenza, lasciate in guardaroba la maschera carnevalesca sacerdotale. Travestiti da persone oneste, si potrà avere a che fare con voi, non per i vostri meriti, ma per il vostro aspetto esteriore e voi acquieterete il nostro odio facendo finta di essere uomini come noi.

Estratto dell'articolo "Maggioranza e Minoranza"

Noi non vogliamo imporre niente a nessuno, ma non intendiamo sopportare imposizioni di alcuno.
Felicissimi di veder fare da altri quello che non potremo far noi, pronti a collaborare cogli altri in tutte quelle cose quando riconosciamo che da noi non potremmo far meglio, noi reclamiamo, noi vogliamo, per noi e per tutti la libertà di propaganda di organizzazione di sperimentazione
La forza bruta, la violenza materiale dell’uomo contro l’uomo deve cessare di essere un fattore della vita sociale.
Noi non vogliamo, e non sopporteremmo gendarmi, nè rossi, nè gialli, né neri. Siamo intesi?
[cit. Umanità Nova anno I, n 168, Milano il settembre 1920.]