lunedì 1 settembre 2014

Né con l'Ucraina né con la Russia! Ampliamo il nostro fronte, quella della rivoluzione sociale

Diserzioni di massa, proteste contro l'invio delle truppe al fronte, manifestazioni contro la guerra e contro il peggiorare delle condizioni di vita, scioperi di minatori difesi anche con le armi. Gli episodi raccontati nel testo che segue appartengono a un conflitto che non è certo nato qualche mese fa in Ucraina, ma accompagna praticamente da sempre la storia dell'umanità, intrecciandosi, o meglio, tentando di resistere e opporsi alle guerre che di volta in volta contrappongono gli Stati ma anche potenze dai tratti meno formali. La lotta di classe. Di questo conflitto, di questa resistenza proletaria alla guerra non vi è alcuna traccia nella mole di informazioni sulla vicenda ucraina che da mesi ci sommerge. E non è certo un caso. Per questo, nonostante non ne condividiamo completamente l'analisi di fondo, abbiamo deciso di tradurre e presentarvi questo testo, pubblicato sul blog di un gruppo di compagni cechi chiamato “Tridni Valka”, Guerra di Classe. Perché le uniche chiavi di lettura di quanto sta accadendo tra Kiev e Donetsk, proposte tanto dai giornali mainstream quanto da una certa sinistra militante, nascondono l'invito, più o meno esplicito, a prendere le parti di uno dei due contendenti, l'esercito governativo filo-occidentale o quello separatista filo-russo.
Dovremmo farlo in nome del diritto di uno Stato a non subire ingerenze esterne, oppure del diritto di un popolo all'autodeterminazione, ammantato per di più in questo caso da nostalgie tardosovietiche o presunte priorità antifasciste. Oppure, molto più modestamente, dovremmo farlo in nome di un male minore, la cui entità viene però troppo spesso valutata attraverso sfocate lenti ideologiche piuttosto che sulla base delle reali condizioni di vita di chi poi si trova a soffrire questo male.

Schiacciati dalle truppe governative e separatiste, e dai loro alleati, i proletari ucraini stanno cercando di resistere e difendersi come possono. Questa resistenza è lo schieramento, composito e contraddittorio, che dobbiamo sostenere. Darle voce è certamente importante e ci auguriamo quindi che altri testi, simili a questo, possano aiutarci a comprendere meglio quanto sta accadendo in Ucraina. Come poi sostenerla praticamente è un problema certamente non da poco che richiederebbe, e meriterebbe, uno sforzo di cui per ora non ci sembra ci sia alcuna traccia. Ma non è possibile farlo, lo ripetiamo, se non a partire dalla semplice scelta di campo “Nè con l'Ucraina né con la Russia”.


Né con l'Ucraina né con la Russia!
Ampliamo il nostro fronte, quella della rivoluzione sociale. (*)

Quando, mesi fa, abbiamo scritto sul nostro testo, “Preparativi per la guerra tra Ucraina e Russia – show o realtà?” (1) , che le condizioni per una nuova guerra stavano maturando in Ucraina, molti compagni hanno espresso dei dubbi o anche un aperto disaccordo con un'affermazione così categorica. Ora possiamo dire che il conflitto in Ucraina è chiaramente passato dalla fase “fredda” a quella “calda” e che ciò a cui assistiamo in questo momento nell'est del paese è una guerra vera e propria. Da Lugansk, lungo il confine con la Russia, a Mariupol, sul Mar Nero, due schieramenti militari si affrontano quotidianamente nel tentativo di estendere il proprio controllo sul territorio; combattono su terra come in aria, nelle campagne come nelle zone industrializzate; l'artiglieria bombarda i villaggi, l'aviazione bombarda le città (con il pretesto che i loro nemici utilizzano gli abitanti come scudi umani), uomini, donne e bambini muoiono sotto le bombe e i missili... In quattro mesi di conflitto più di 2 mila tra civili e militari sono stati uccisi e altri 6 mila feriti; 117 mila proletari sono stati costretti ad abbandonare la propria città e sono restati all'interno dei confini ucraini, mentre altri 730 mila hanno trovato rifugio in Russia. Proprio mentre stiamo scrivendo questo articolo, altri cadaveri coprono le strade di Donetsk, presa dalla stretta mortale delle truppe governative.

Nella stesso testo abbiamo anche scritto come l'unica risposta che il proletariato può dare alla guerra è quella di organizzarsi e sviluppare il disfattismo rivoluzionario, rifiutare cioè concretamente di andare a combattere per l'una o per l'altra fazione, impegnandosi piuttosto a costruire una rete di relazioni tra proletari di entrambi gli schieramenti attraverso la lotta contro le due borghesie. Così come il conflitto si è sviluppato negli ultimi mesi, anche il nostro articolo (che risale ormai a tre mesi fa) merita un post scriptum.Il testo che segue è basato su informazioni prese da diverse fonti, che citiamo in chiusura dell'articolo, che vanno dai blog militanti ai media ufficiali. Questa breve descrizione di alcuni avvenimenti verificatisi in Ucraina ha richiesto molte ore di attento lavoro: raccogliere informazioni, leggere testi, guardare video, comparare dati differenti etc. Ci teniamo a sottolineare soprattutto due cose: in primis, il fatto che gli eventi da noi descritti non siano stati riportati dalla BBC o da Euronews non vuol dire che questi non siano mai accaduti, o che noi ce li siamo inventati (alcune fonti “di sinistra” e, a volte, anche alcuni media ufficiali russi e ucraini hanno riportato questi fatti). In secondo luogo, è chiaro che le notizie che abbiamo dell'Ucraina sono caotiche, incomplete e a volte contraddittorie. Questo però non significa che noi dovremmo rinunciare al tentativo di capire cosa stia accadendo in quel paese. Crediamo che bisogna opporre all'attenta selezione delle informazioni compiuta dallo Stato, il punto di vista, critico e radicale, del movimento anticapitalista; bisogna condividere informazioni e sviluppare analisi che ci consentano di comprendere quanto sta avvenendo attraverso il prisma di una prospettiva rivoluzionaria.

***

L'ideologia bellica (tanto quella basata sulla difesa dell'unità dello stato nazionale, quanto quella che invoca invece il diritto all'auto-determinazione dei simpatizzanti filo-russi) si sta radicando in Ucraina, le organizzazioni della società civile organizzano raccolte fondi per sostenere l'esercito, i pope benedicono le armi di una o dell'altra fazione, e la televisione trasmette spesso immagini di vecchie signore che offrono a soldati armati il loro ultimo barattolo di marmellata. Tuttavia, non tutti i proletari accettano di subire il lavaggio del cervello organizzato dalla propaganda bellica dell'uno o dell'altro schieramento, non tutti sono disposti a sacrificarsi per la “loro patria”. Manifestazioni concrete di rifiuto del massacro bellico sono sempre più frequenti e entrambi i contendenti hanno sempre maggior difficoltà a reclutare altri uomini disponibili a partecipare a questa carneficina.

Migliaia di soldati dell'esercito ucraino, che il governo ha inviato nell'est del paese per la cosiddetta Operazione Antiterrorismo (ATO), hanno disertato o sono passati nelle file separatiste con tutto il loro equipaggiamento, inclusi carri armati e mezzi corazzati. Ad esempio, la 25esima brigata aviotrasportata dell'esercito ucraino (troupe d'élite per eccellenza), i cui uomini sono accusati di aver avuto un comportamento vile durante i combattimenti a Kramatorsk, verrà sciolta da una circolare presidenziale il 17 aprile dopo aver comunicato il suo rifiuto di «combattere contro altri ucraini» (2). Il caso più recente è quello di un'unità di 400 uomini che hanno disertato e si sono rifugiati in Russia dopo essere rimasti, durante un scontro, senza munizioni. Questi soldati che saranno, come è già stato annunciato dai portavoci russi, estradati in Ucraina, hanno dichiarato che preferiscono essere accusati di diserzione piuttosto che continuare a uccidere e essere uccisi sul fronte orientale. Tutti questi disertori sostengono che non vogliono combattere contro “il loro stesso popolo” e spesso denunciano anche le disperate condizioni di vita cui hanno dovuto far fronte nell'esercito – paga misera, cibo scadente e spesso insufficiente a sfamare una persona, etc. Altre unità non sono nemmeno state schierate a est a causa della loro inaffidabilità. Come l'ex-presidente Yanukovych non poté usare alcune unità per reprimere i manifestanti, così l'attuale governo non osa inviare al fronte alcune truppe di cui è nota la scarsa lealtà.

Il 29 maggio, circa mille soldati appartenenti alle unità della regione di Volynia si sono ammutinate a Mykolaiv. Gli uomini in servizio al 3° battaglione della 51esima brigata si sono rifiutati di tornare al fronte, hanno disobbedito agli ordini dei superiori e hanno cominciato a scaricare l'artiglieria pesante e altro materiale che era già pronto per il trasporto. A loro era stato promesso, dopo che la loro unità aveva subito gravi perdite in uno scontro con i separatisti nei pressi di Volnovakha, che sarebbero ritornati nella caserma di Rivno. Sono stati invece spostati daest verso sud, riportati poi nuovamente al punto di partenza e informati infine dalle autorità che avrebbero continuato il loro addestramento per poi essere rimandati di nuovo al fronte. «Avendo perso ogni fiducia nei loro generali alla luce degli ultimi avvenimenti di Volnovakha, per i funerali a Rivno ed anche per il tradimento dei loro generali, i soldati hanno cominciato a ribellarsi apertamente» (3).

Anche il 2° battaglione della 51esima brigata, che nel frattempo era di stanza nella caserma di Rivno e che ha partecipato ai funerali dei soldati del 3° battaglione uccisi durante il combattimento di Volnovakha, accortosi di quanto fosse caotica e menzognera la direzione delle operazioni, si è ammutinato. «I generali ci dicevano “andate a nord” e poi “andate a sud”, creando nei soldati una esasperazione tale da renderli disposti a sparargli. I generali hanno infatti cominciato a indossare giubbotti antiproiettili per paura del “fragging”[termine che indica l'uccisione di ufficiali impopolari da parte delle proprie truppe N.d.t.]» (4). I circa milleduecento militari, che hanno preso parte a questo ammutinamento, si sono rifiutati di essere trasferiti a Mykolaiv. «Ci promisero, quando fummo chiamati alle armi, che saremmo andati a pattugliare la frontiera tra Ucraina e Bielorussia. Siamo pronti a farlo, ma non a combattere contro questi pagliacci del Donbass!». (5) Episodi di ribellione simili sono scoppiati anche il 28 maggio a Poltava. Quattro giorni prima, dopo che sei soldati originari della regione di Volynia erano stati uccisi, le madri, le mogli e i parenti dei soldati della 51esima brigata hanno bloccato delle strade nella regione di Volynia per protestare contro la decisione di mantenere le truppe nel Donbass. (6) Dimostrazioni e proteste organizzate da mogli e altri parenti dei soldati, che avevano come scopo quello di fare ritornare i coscritti a casa o di provare a non farli partire per il fronte, si sono diffuse nel frattempo in molte altre regioni dell'Ucraina (Bukovina, Leopoli, Cherson, Melitopol, Volynia etc.).

A inizio giugno, nella regione di Leopoli, alcune famiglie di soldati hanno bloccato la strada con dei grossi tronchi di alberi. (7) E sempre a Leopoli, qualche giorno dopo, un corteo di familiari ha bloccato l'ingresso dell'ufficio di arruolamento dell'esercito. (8) A Iavorivo, sempre nella stessa regione, un gruppo di genitori ha occupato un terreno dove si stava esercitando la 24esima brigata meccanizzata, rivendicando il blocco delle partenze per il fronte. (9) Manifestazioni di parenti a Dnepropetrovsk e a Charkiv hanno rivendicato il ritorno dei soldati nelle caserme dei loro paesi d'origine. (10) Un gruppo di donne, proveniente da Charkiv, ha occupato l'aeroporto militare locale. L'ufficio d'arruolamento dell'esercito di Cherson è stato occupato da madri e mogli dei soldati che chiedevano la fine della guerra con slogan come: «Donne contro la guerra», «Dove prestano servizio i figli degli oligarchi?», «I nostri ragazzi non sono carne da cannone». (11) A Černivci, un gruppo di donne ha bloccato l'autostrada per Zytomyr per alcuni giorni per richiedere il ritorno a casa dei soldati. (12) Il 24 giugno, alcuni familiari di militari hanno eretto una barricata al 125esimo chilometro dell'autostrada Kiev-Chop, esponendo cartelli che recitavano: «Vogliamo i nostri figli a casa, al fronte ci vadano i figli dei generali». (13) L'8 giugno, un gruppo composto da un centinaio di familiari ha bloccato le truppe della 3033esima unità militare stanziata a Melitopol, nella regione di Zaporižžja. La protesta è riuscita ad impedire che i soldati fossero inviati al fronte. I familiari coinvolti in queste iniziative hanno protestato contro la propaganda statale che li ha descritti come “separatisti filo-russi”: «Ieri i media hanno detto che “separatisti filo-russi” hanno bloccato un unità militare. Ma nessuno di noi parlava di Russia davanti alla caserma dei soldati! Noi non vogliamo perdere i nostri figli che per noi sono l'unico sostegno che abbiamo. (...) Donetsk è un massacro, e i nostri ragazzi hanno 20-21 anni. Guardateci, noi siamo madri! Come fate a chiamarci separatiste!», diceva una delle partecipanti del blocco. (14) Il 15 luglio, alcune madri e mogli di soldati hanno protestato contro l'invio al fronte dei loro cari anche davanti alla base militare di Ternopil. (15)

E questa non è certo la prima volta che le famiglie dei soldati si contrappongono a un'operazione militare. Durante il periodo terminato con la caduta del presidente Yanukovych [gennaio-febraio 2014 N.d.t.], i genitori di alcuni soldati e altre persone hanno organizzato delle assemblee davanti alle caserme, hanno discusso con i soldati per informarli di ciò che stava realmente accadendo per le strade di Kiev e per persuaderli di non partecipare a eventuali azioni repressive contro i dimostranti di Maidan. Nel frattempo, altri uomini continuano ad essere arruolati nell'esercito. Anche se i soldati devono essere arruolati tramite la cartolina di leva obbligatoria, il governo li presenta come dei volontari. «Noi non siamo volontari (...) noi non vogliamo uccidere delle persone (...) non vogliamo andare da nessuna parte, ci toglieremo le nostre divise e ce ne torneremo a casa», hanno dichiarato alcune reclute durante un raduno di protesta a Leopoli. (16) Il 24 luglio, dopo l'entrata in vigore del decreto presidenziale di Poroshenko che ha dato il via alla terza ondata di coscrizione nell'esercito, la cui conseguenza immediata è stata l'invio di alcune migliaia di proletari al fronte, disordini particolarmente intensi sono scoppiati in molte città dell'ovest dell'Ucraina: nella cittadina di Voloka, l'intera popolazione ha resistito all'arruolamento di 50 persone. Un anziano contestatore dichiara: «Questo casino l'hanno cominciato loro, che ora se lo risolvano da soli. Noi moriremo ma non gli lasceremo i nostri figli. Devono capirlo e non venire qui con le loro liste». (17) Il 25 luglio alcuni familiari di soldati hanno bloccato una strada nei pressi del villaggio di Korovia esigendo la fine della coscrizione e l'immediato invio al fronte dei figli delle autorità ucraine. (18) Lo stesso giorno, anche una strada nel distretto di Obukhivs'kvi, vicino a Kiev, è stata bloccata dalle famiglie dei militari. I blocchi sono continuati anche il 28 luglio in almeno sette paesi della regione di Bukovina e anche sull'autostrada Kiev-Chop, già bloccata qualche tempo prima. Durante una manifestazione contro la guerra davanti all'ufficio di reclutamento di Novoselycja, i manifestanti hanno malmenato un membro del consiglio municipale che tentava di parlare con loro. (19) Il 22 luglio, alcuni abitanti di diversi paesi della regione Ivano-Frankivsk hanno fatto irruzione all'interno del locale ufficio dell'amministrazione militare e lì hanno bruciato l'elenco degli uomini da arruolare nell'esercito e altri documenti relativi alla coscrizione obbligatoria. La stessa cosa è successa lo stesso giorno a Bogorodchany. (20) In molti paesi le persone hanno bruciato in massa le cartoline di chiamata al servizio militare recapitate via posta. (21)

A Mukačeve, in Transcarpazia, la situazione si è aggravata a tal punto che il locale comando militare, inquieto per il perdurare delle proteste, ha momentaneamente sospeso la coscrizione e ha promesso che nessuno degli abitanti di quella città verrà mandato al fronte nel prossimo futuro. (22) Il 4 agosto ci sono state altre manifestazioni contro la guerra nella regione di Zaporižžja, e il giorno successivo c'è stato un presidio di protesta davanti alla sede del parlamento a Kiev. (23) Con la guerra in corso, per reprimere il dissenso interno, il governo di Kiev può contare solo in minima parte sul proprio esercito regolare e si trova quindi a dipendere da eserciti privati di qualche oligarca e dalla Guardia Nazionale, una milizia di volontari nata durante le proteste contro Yanukovich e composta principalmente da appartenenti ai partiti di estrema destra Pravyi Sector e Svoboda. Le nuove unità della Guardia Nazionale non sono specificatamente addestrate per affrontare una guerra vera e propria, ma principalmente per reprimere le proteste di massa e i disordini, come d'altronde ha mostrato la loro esibizione di fine luglio. A giugno, ad esempio, alcune centinaia di fascisti dell'Assemblea Nazionalsocialista e i Patrioti Ucraini avevano già attaccato una manifestazione che si stava svolgendo a Kiev contro l'operazione antiterrorismo. Neanche i membri della Guardia Nazionale sono d'altronde del tutto estranei alle contraddizioni che agitano entrambi i campi. Radio Europa Libera ha pubblicato di recente un video (24) in cui si può vedere un miliziano della Guardia Nazionale che rimprovera il governo di non essere in grado di fornire ai volontari al fronte cibo, acqua e armi, tanto da arrivare a dire : «Ci trattano come se fossimo carne da cannone». Le condizioni materiali riescono quindi a intaccare il morale anche di coloro che, per motivazioni ideologiche, pensano di essere al di sopra di esse. Anche mercenari, provenienti un po' da ogni angolo del mondo, combattono per l'esercito di Kiev e vengono arruolati dal governo tramite agenzie private di contractor (si tratta di truppe mercenarie polacche, ceche, dell'ex-Jugoslavia, ma anche provenienti dall'Africa equatoriale).

Il reclutamento di nuovi combattenti, comunque, non procede come i locali signori della guerra vorrebbero, neanche nel fronte separatista. La maggioranza dei minatori della regione del Donbassha sempre rifiutato di far parte del loro esercito e ha dunque provveduto a costituire delle unità di auto-difesa per proteggersi sia dalle truppe governative che da quelle separatiste. Una di queste unità di difesa si è scontrata con le milizie separatiste impedendo loro di fare saltare in aria una miniera nel paese di Makiivka. A maggio, a Krasnodon, nella regione di Lugansk, i minatori hanno organizzato uno sciopero generale e hanno preso il controllo della città. In quell'occasione i minatori hanno apertamente rifiutato di schierarsi sia dal lato dei separatisti “anti-Maidan” a Lugansk, che da quello degli oligarchi del Maidan a Kiev, e hanno invece preteso un aumento dei loro salari e la fine delle assunzioni di manodopera attraverso le agenzie private. (25) I minatori di sei miniere del Donbass hanno cominciato a scioperare alla fine di maggio, chiedendo la fine dell’operazione antiterrorismo nell’est del paese e il ritiro delle truppe. (26) Hanno agito di propria iniziativa e, al contrario di quanto affermato da alcuni media, la loro non è stata in nessun modo un’azione imposta da uomini armati appartenenti alla Repubblica Popolare di Donetsk. Secondo gli scioperanti la guerra rappresenta un pericolo per l’esistenza stessa delle miniere e provoca disoccupazione. «Lunedì 26 maggio, quando l’esercito ucraino ha cominciato a bombardare alcune città, i minatori semplicemente non si sono recati al lavoro, perché il “fattore esterno”, rappresentato dalle azioni di guerra che avvenivano praticamente davanti al loro portone di casa, aumentava seriamente il rischio di incidenti sul lavoro nei loro stabilimenti. Per esempio, qualora una bomba avesse colpito la sotto-stazione elettrica i minatori avrebbero rischiato di rimanere intrappolati sotto terra, andando così incontro a morte certa». (27) Lo sciopero è stato proclamato da circa 150 minatori della miniera di Oktyabrskiy e si è esteso come per una reazione a catena ad altri pozzi estrattivi della zona di Donetsk (Skochinskiy, Abakumov, “Trudovskaya”, etc.), ma anche a cave di carbone di altre città, in particolare a Ugledar (“Yuzhnodonbasskaya no.3”). In alcune miniere di proprietà di Rinat Achmetov, l’uomo più ricco d’Ucraina e padrone di un impero industriale che controlla dal punto di vista economico praticamente tutta la parte orientale del paese, i lavoratori sono stati costretti a continuare a lavorare e hanno quindi continuato a calarsi nei pozzi estrattivi nonostante il bombardamento delle zone immediatamente vicine. A partire dall’iniziativa dei minatori di Oktyabrskiy, (e sempre senza nessun appoggio da parte della Repubblica Popolare di Donetsk), il 28 maggio è stata organizzata una manifestazione contro la guerra cui hanno partecipato migliaia di persone. (28) Il 18 giugno migliaia di minatori hanno manifestato nuovamente nel centro di Donetsk per chiedere la fine delle operazioni militari.

I partecipanti dichiaravano di non essere separatisti bensì persone comuni del Donbass, e aggiungevano che qualora il governo di Kiev non fosse venuto incontro alle loro richieste, avrebbero preso le armi. I separatisti, allo stesso modo degli oligarchi locali filo-Kiev, tentano di manipolare e presentare questi raduni confusi e contraddittori secondo i propri interessi. Se dunque Rinat Achmetov, l’oligarca di Donetsk, ha organizzato il suo “sciopero” in favore dell’Ucraina unita, i separatisti dal canto loro hanno provato a far passare le manifestazioni dei minatori come espressione di una posizione filo-russa dei lavoratori del Donbass. Malgrado i motti nazionalisti o separatisti presenti nelle manifestazioni dei minatori, i lavoratori non sono molto entusiasti di arruolarsi nella Milizia Popolare del Donbass. Recentemente, Igor Girkin, uno dei comandanti separatisti, si è lamentato pubblicamente del fatto che molti nella popolazione locale prendano le armi dal suo deposito di armi, ma invece di servirsene per prestare servizio nelle milizie separatiste, se le portino a casa per proteggere le loro famiglie e i loro villaggi da entrambe le fazioni del conflitto. (29) Pertanto i separatisti, in un'operazione come questa che dura ormai da molti mesi nella regione di Donetsk e Lugansk, continuano a fare affidamento su bande di criminali locali che, dietro pagamento, li aiutano a controllare edifici governativi, stazioni di polizia, depositi di armi, arterie stradali e mezzi di comunicazione. La maggior parte delle forze separatiste è tuttavia costituita da mercenari provenienti dall’altra parte della frontiera, quella russa, e in particolare da veterani della guerra di Cecenia. Se il movimento reale contro la guerra, il movimento del disfattismo rivoluzionario, vuole affermarsi, deve non solo acquisire un carattere di massa e generalizzarsi, ma anche organizzarsi, strutturarsi. Non abbiamo molte informazioni sulle strutture organizzative del movimento inUcraina. Possiamo dedurre l’esistenza di alcune strutture dagli eventi stessi (le ripetute manifestazioni o scioperi di molte migliaia di persone non possono essere il risultato di un’esplosione spontanea di rabbia, allo stesso modo le proteste dei familiari dei soldati, per come le abbiamo descritte, richiedono un certo livello di coordinamento e collaborazione tanto a livello di contenuti che di pratiche), mentre l’esistenza di altre strutture organizzative, formali o informali, è confermata da informazioni incomplete che abbiamo ottenuto sul posto. Alcune associazioni già esistenti sono diventate strutture che hanno centralizzato le attività contro la guerra, per esempio la Comunità dei Genitori “Kroha” (30) della regione di Donetsk ha divulgato il 10 giugno un appello pubblico, per quanto limitato, contraddittorio e pacifista: «Noi, i genitori della regione di Donetsk, ci rivolgiamo a voi, politici, personalità pubbliche e persone interessate. Dateci una mano per salvare la gente di Sloviansk, Krasny Liman, Kramatorsk, fermate le operazioni militari. Abbiamo bisogno del vostro aiuto per far comprendere cosa sta accadendo in queste città. Da molte settimane, la gente vive sotto un costante fuoco d’artiglieria. Muoiono civili in continuazione. Ci sono dei bambini feriti. E’ stata confermata la morte di tre bambini. Stanno crollando case, ospedali, asili e scuole. Le persone, inclusi i bambini, vivono in perenne stato di stress, restando nascosti per ore e ore nelle cantine per ripararsi dai continui attacchi. Chiediamo il vostro aiuto per salvare le vite di queste persone e fermare le operazioni militari». (31)

Un’altra associazione, Le Madri del Donbass, dichiara in un suo comunicato: «Vogliamo solo vivere! Noi, persone comuni: mariti e mogli, genitori e figli, fratelli e sorelle. Noi, civili pacifici, siamo gli ostaggi del conflitto nella nostra regione, le vittime degli scontri militari. Siamo stanchi, spaventati e desideriamo la pace. Vogliamo vivere nelle nostre case, passeggiare per le strade delle nostre città, lavorare nelle aziende e nelle organizzazioni della nostra regione e coltivare la nostra terra.(...) Noi, Madri del Donbass, insistiamo affinché si fermi l’operazione antiterrorismo e qualsiasi altra operazione militare nella nostra regione! (...) Siamo convinte che il conflitto nel nostro paese si possa risolvere in modo pacifico! Fermate la guerra! Evitate che muoiano dei bambini! Salvate il popolo del Donbass!». (32) La Voce di Odessa il 13 luglio ha organizzato una manifestazione contro la guerra a Odessa. I partecipanti gridavano slogan come «Noi siamo contro la guerra!», «Fermate l’Operazione Antiterrorismo nell’est!» o ancora «Noi vogliamo la pace!». Il flash mob comprendeva anche delle agghiaccianti registrazioni del suono dell’artiglieria in azione e del suo impatto sui civili. (33) A Charkiv le associazioni locali contro la guerra (tra le altre il movimento delle donne di Charkiv “Kharkivianka”) hanno organizzato il 20 giugno una dimostrazione di protesta davanti alla fabbrica di carri armati della VA Malyshev. A questa fabbrica erano stati ordinati 400 veicoli corazzati da inviare al fronte. I dimostranti chiedevano l’annullamento dell’ordine e gridavano slogan come «No alla guerra!» o «Fermate questo insensato massacro!». (34)

Nel mentre, la situazione economica e sociale dell’intera Ucraina sta mano a mano peggiorando. La svalutazione della moneta locale, l'aumento dei prezzi dei beni di prima necessità, dei trasporti e dei servizi, e i tagli alla produzione in molte aziende, portano ad una decisa diminuzione dei salari effettivi, stimata tra il 30% e il 50%. Il governo di Kiev, su pressione delle istituzioni finanziarie internazionali, dovrà adottare una serie di misure di austerity che renderanno ancora peggiori le condizioni di vita del proletariato, e nel frattempo sta preparando la più grande ondata di privatizzazioni degli ultimi 20 anni. Il governo centrale ha smesso da maggio di pagare gli impiegati statali, i servizi sociali e le pensioni in tutti quei territori che non si trovano sotto il suo controllo, perciò ci sono migliaia di lavoratori che non percepiscono entrate di nessun tipo. La situazione nelle regioni dove si svolgono le operazioni militari è sempre peggiore: fornitura di elettricità e acqua sono interrotte, scarseggiano il cibo e i medicinali. Dei disordini sociali, accelerati ora da questa situazione, avevano fatto la loro comparsa già da un po’. Oltre agli scioperi dei minatori nella parte orientale del paese, anche i proletari della parte occidentale iniziano ad averne abbastanza. I minatori di Krivoy Rog hanno cominciato a maggio uno sciopero generale ad oltranza pretendendo che i loro salari venissero raddoppiati. Hanno cominciato a organizzate milizie armate di autodifesa. Nelle loro dichiarazioni, rivolte ai lavoratori di tutta Europa, indicano gli oligarchi russi e ucraini come la principale causa della crisi, aprescindere da quale parte stiano (separatista o filo-governativa): «Ci rivolgiamo a voi chiedendovi di sostenere la nostra lotta contro gli oligarchi, che hanno condotto l’Ucraina nell’attuale crisi e che continuano a destabilizzarla ulteriormente, minacciando di provocare una guerra fratricida in Ucraina che senza dubbio avrebbe conseguenze catastrofiche per tutta l’Europa». (35)

Numerose manifestazioni per “condizioni di vita dignitose”, contro l'aumento dei prezzi e per un aumento di salari e pensioni, si sono svolte in diverse città in tutto il paese. Per esempio a Kiev, a fine giugno e a luglio, ci sono state una serie di iniziative contro l’aumento degli affitti e delle bollette. Il primo luglio si è svolta a Charkiv una manifestazione contro l’aumento dei prezzi. La protesta più partecipata in assoluto si è svolta però a Kiev il 24 luglio, all’insegna di slogan come «Tagliate i redditi degli oligarchi, non quelli del popolo» e «Non rapinate i cittadini comuni». (36) Nei primi di agosto l’ultimo gruppetto di resistenti che continuava a occupare piazza Maidan a Kiev («Perché non è cambiato nulla!») è stato attaccato da due battaglioni della Guardia Nazionale, che avevano lo scopo di sgomberarli. I battaglioni agivano per ordine del nuovo sindaco Vitali Klitchko, fatto che dimostra ancora una volta come le promesse di un politico borghese (all’inizio di quest’anno aveva chiesto lui di non evacuare la piazza «fintanto che non ci fosse un reale cambiamento in Ucraina») creino solo problemi a quelli che danno loro credito. Tuttavia durante lo sgombero sono scoppiati violenti scontri, di cui ancora una volta i mezzi d’informazione internazionali borghesi non hanno parlato, dal momento che il governo di Kiev rappresenta l’alleato Occidentale e l’”estremo orrore” non può invece che essere incarnato dai separatisti e dalla Russia. La Repubblica Popolare di Donetsk cerca di porre un freno al movimento dei minatori, che dimostrano di avere più a cuore i loro interessi materiali che non una qualsivoglia ideologia, destreggiandosi tra le richieste degli scioperanti, cui è stata promessa la nazionalizzazione dei complessi industriali, e gli interessi degli oligarchi, cui è stata invece promessa l’inviolabilità della proprietà privata.

Il movimento contro la guerra, per quanto ancora poco diffuso e limitato nei contenuti, gli scioperi dei minatori e le manifestazioni, animati non da ideologie ma da bisogni materiali del proletariato e che si svolgono sia nei territori controllati dal governo di Kiev che in quelli controllati dai separatisti, tutte queste esperienze confermano ciò che scrivevamo: «(...) l’innescarsi della guerra imperialista (...) non significa necessariamente la sconfitta definitiva del proletariato. Anzi, se la guerra in un primo momento coincide con una parziale disfatta del proletariato, questa, in seguito, dialetticamente, può determinare anche una ripresa delle lotte, tanto più forte in quanto è la guerra stessa a palesare le contraddizioni e la brutalità proprie del sistema capitalista». Ciononostante, c'è capitato in più occasioni di imbatterci in sedicenti “rivoluzionari” che difendono l’operazione antiterrorismo, perché credono che questa permetta un ritorno alla “normale” lotta di classe. Ciononostante, possiamo leggere notizie (per quanto frammentarie e contraddittorie) di “anarchici” attivi nelle strutture amministrative dei separatisti, perché pensano che questi siano un “male minore” rispetto al governo di Kiev. Noi non sosteniamo in alcun modo la guerra e le sue atrocità e siamo coscienti del fatto che ogni conflitto militare comporta un peggioramento nelle condizioni di vita del proletariato. Tuttavia, come comunisti, non possiamo fare nostra la tesi secondo la quale un conflitto militare potrebbe essere evitato schierandosi dalla parte di uno dei due contendenti. Il proletariato non ha nessun interesse a difendere le condizioni attuali della sua miseria o a conservare quelle passate. Il proletariato non ha nessuna patria da difendere. In ogni guerra, ciò verso cui il proletariato deve tendere, è un'azione unita e intransigente dei proletari di entrambi gli schieramenti contro le due fazioni in guerra della borghesia.

La lotta contro la guerra significa “disfattismo rivoluzionario”!
Per un fronte proletario rivoluzionario contro la borghesia di entrambe le fazioni in guerra!
Opponiamoci alla guerra con l’azione diretta, il sabotaggio e lo sciopero generale, radicale e combattivo!
Solidarietà di classe con i disfattisti rivoluzionari di ogni campo!

Agosto 2014

* L'articolo è preso e tradotto in italiano dal blog del gruppo “Tridni Valka” (http://www.autistici.org/tridnivalka/ );
qui l'articolo in lingua inglese ( http://www.autistici.org/tridnivalka/neither-ukrainian-nor-russian/ )

1 http://www.autistici.org/tridnivalka/war-preparations-between-ukraine-and-russia-show-or-reality/

2 http://www.thedailybeast.com/articles/2014/04/17/the-ukrainian-army-is-crumbling-before-putin.html

3 http://ndilo.com.ua/news/u-viyisku-rozpochavsja-bunt.html
http://ukraineantifascistsolidarity.wordpress.com/2014/05/30/beginning-of-rebellion-in-the-ukrainian-army/

4 Idem.

5 Idem.

6 http://www.volynpost.com/news/33715-vijskovi-z-51-oi-brygady-vlashtuvaly-na-mykolaivschyni-bunt via
http://ukraineantifascistsolidarity.wordpress.com/2014/05/29/volhynia-soldiers-mutiny-and-refuse-to-go-to-the-donbas/

7 http://ukraineantifascistsolidarity.wordpress.com/2014/06/02/soldiers-relatives-protests-spreading-in-ukraine/

8 http://ukraineantifascistsolidarity.wordpress.com/2014/06/04/soldiers-relatives-block-military-recruitment-office-in-lviv/

9 Idem.

10 Idem.

11 http://ukraineantifascistsolidarity.wordpress.com/2014/06/11/kherson-soldiers-relatives-picket-military-enlistment-office/

12 http://ukraineantifascistsolidarity.wordpress.com/2014/06/19/chernivtsi-soldiers-relatives-block-highway-demand-soldiers-brought-back-from-the-east/

13 http://112.ua/obshchestvo/pod-zhitomirom-semi-voennosluzhaschih-perekryli-dorogu-kyjev-chop-79161.html

14 http://ukraineantifascistsolidarity.wordpress.com/2014/06/10/soldiers-relatives-block-troops-in-melitopol-from-being-sent-to-the-front/

15 http://www.youtube.com/embed/hyLIUk6U9yA

16 http://ukraineantifascistsolidarity.wordpress.com/2014/06/04/soldiers-relatives-block-military-recruitment-office-in-lviv/

17 http://www.aitrus.info/node/3875/ via http://libcom.org/forums/news/protests-ukraine-02122013?page=11#comment-541714

18 Idem.

19 http://www.youtube.com/embed/0WbCvUoZEQ

20 http://ukraineantifascistsolidarity.wordpress.com/2014/07/25/riot-in-western-ukraine-against-army-mobilization/

21 Idem.

22 http://www.aitrus.info/node/3875/ via http://libcom.org/forums/news/protests-ukraine-02122013?page=11#comment-541714

23 http://www.youtube.com/embed/G2qm3_c2O-8 e http://www.youtube.com/embed/fiRqdLi6fk0 via
http://ukraineantifascistsolidarity.wordpress.com/2014/08/06/protests-against-the-war-in-zaporizhia-and-kyiv/

24 http://www.rferl.org/media/video/ukraine-national-guard-cannon-fodder/25426820.html

25 http://observerukraine.net/2014/05/08/for-an-independent-social-movement-for-a-free-ukraine/

26 http://en.itar-tass.com/world/733524/

27 http://liva.com.ua/miners-war.html via http://ukraineantifascistsolidarity.wordpress.com/2014/05/30/donetsk-miners-strike-against-war-eyewitness-account/

28 http://www.marxist.com/donetsk-miners-strike.htm

29 http://observerukraine.net/2014/05/27/petro-poroshenko-the-chocalate-king-walks-onto-a-sticky-wicket/

30 http://kroha.dn.ua/

31 http://ukraineantifascistsolidarity.wordpress.com/2014/06/13/mothers-and-parents-organisations-appeal-stop-the-war-save-the-people-of-donbass/

32 http://brend-archer.livejournal.com/324036.html via
http://ukraineantifascistsolidarity.wordpress.com/2014/06/13/mothers-and-parents-organisations-appeal-stop-the-war-save-the-people-of-donbass/

33 http://www.youtube.com/embed/xUFxhbGE-8I

34 http://ukraineantifascistsolidarity.wordpress.com/2014/06/20/kharkov-tank-factory-rally-against-the-anti-terrorist-operation/

35 http://observerukraine.net/2014/05/12/appeal-of-the-kryviy-rih-basin-miners-to-the-workers-of-europe/

36 http://www.aitrus.info/node/3870/ via http://libcom.org/forums/news/protests-ukraine-02122013?page=11#comment-541385

domenica 31 agosto 2014

La terra trema lo Stato avanza. Il terremoto di Messina nel 1908 L'ingegneria sociale dei terremoti passati e futuri - Terza Parte

Seconda Parte

Lo Stato d'assedio

E lo Sciarra venne...venne col sogghigno dell'assassino e con la beffa del mostro, ma il suo braccio non era armato di un solo pugnale. Diecimila fucili con diecimila baionette, un milione di cartucce e cento cannoni […] Proclamato lo stato d'assedio e stabilito così l'arbitrio militare nelle due province, da tutte le parti d'Italia cominciarono a piovere in mezzo a noi vermi e corvi di ogni colore e di ogni razza, ma sempre schifosi e sempre rapaci.
Giacomo Longo

...il nostro esercito […] abusò co' poteri dell'assedio; sicché la bella città, colpita da inesorabile sventura, anzi che vedersi sollevata, cogli sfortunati superstiti, patì ogni guisa lo strazio d'una tirannide, che non trovò riscontro nel passato de' secoli di ferro.
Francesco Guardione

Sotto le rovine...la proprietà non deve perire.
Pereat mundus, tante creature umane in mostruoso groviglio di carne che imputridiscono e di corpi vivi gementi che tentano furiosamente, disperatamente di liberarsi dalla stretta infernale, ma sopravviva sugli uomini che si sfanno la proprietà, senza nome e senza viso. La proprietà col p maiuscolo -enorme e gelida e immortale dominatrice delle cose. Il generale Mazza, in virtù dei poteri conferitigli, ordina la sospensione dei salvataggi. Con un tratto di penna, fermamente, tranquillamente, nella certezza di interpretare gli imperscrutabili disegni della Natura -o quel confuso fato che gli uomini chiamano Dio- proclama: i sepolti sono ben morti, salviamo la proprietà.
“Avanti!” stralcio di un articolo


Lo stato d'assedio era fortemente voluto da Giolitti e fu proclamato “per principio.” Il “Maramaldo di Dronero” faceva “portare navi e navi cariche di truppe -senza vettovaglie, perché riteneva i suoi uomini capaci di strappare il pane dalla bocca dei superstiti di tutti i luoghi devastati- senza pompe, senza corte, senza picconi, ma armati tutti di fucili e sciabole e carichi a dismisura di cartucce.”
Ciò mise in evidenza, fin dall'inizio, il vero ruolo dell'esercito: quello di sparare. E poiché nessuno tra i soldati aveva viveri (quel poco che il governo aveva loro fornito era stato già consumato sulle navi, prima dell'arrivo a Messina) perpetrarono ogni genere di razzia facendola passare come cosa lecita.
Il colonnello Jullian, addetto militare presso l'ambasciata francese a Roma, scrisse al suo ministro della Guerra il 10 gennaio 1909: “Quanto ai viveri distribuiti dai francesi, una buona parte di questi è stata utilizzata dai soldati italiani stessi venuti a soccorrere i sinistrati e rimasti pure essi privi di tutto.” E di seguito: “Al loro arrivo le unità (italiane) si sono preoccupate molto del proprio installarsi; nonostante l'urgenza dei soccorsi, hanno perso una, due giornate per stabilirsi nei propri attendimenti; poiché mancano di viveri un buon numero di uomini si sfamano dando la caccia a galline e a piccioni, o ai gatti ai quali si spara non appena li si vede aggirarsi tra le rovine.”

E per aggiungere al danno anche la beffa, appena a terra i soldati italiani organizzarono la costruzione del campo occupando alcune case rimaste in piedi e requisendo, oltre al cibo, pure materassi e coperte ai pescatori risparmiati al sisma. Ma questo atteggiamento a dir poco arrogante, questo spregio per i superstiti, questo “umore osceno e pieno di brio, di cui le caserme italiane hanno avuto mai sempre il brevetto di privativa” non furono gli aspetti più crudeli delle truppe, come vedremo fra breve.
L'esercito italiano, se ebbe l'esclusiva del saccheggio, non ebbe quella della presenza in città, come l'ebbero i soldati borbonici dopo il terremoto del 1783. Fra i primi ad arrivare a Messina furono, infatti, i marinai russi, dislocati ad Augusta per alcune esercitazioni militari nel mediterraneo. I russi, solo pochi anni prima, si erano distinti nelle operazioni controrivoluzionarie della Russia zarista (rivoluzione del 1905 e scontri sociali del 1907) e avevano già un'indubbia esperienza in fatto di repressione, non erano certo degli sprovveduti e, forti della loro preparazione ed organizzazione, si occuparono ben presto di allestire ronde per difendere i tesori della città dagli “sciacalli”, passando per le armi tutti coloro che erano sospettati di saccheggio. Senza concedere alcuna parvenza di giudizio e senza ascoltare ragioni. Le fucilazioni sommarie rappresentano la pagina più buia della storia del terremoto e anche la meno nota poiché nessun rapporto veniva stilato al riguardo, nessuna informativa ufficiale è mai stata ritrovata negli archivi militari circa il numero di coloro che hanno trovato la morte di fronte ai fucili dei soldati. Ma, probabilmente, hanno contribuito non poco ad elevare il numero delle vittime attribuite al sisma; vi era infatti la pratica di disporre i cadaveri in fosse comuni, alla svelte anche, per evitare epidemie, si diceva. Messina era la città del porto franco, delle grandi e facili ricchezze, degli scambi internazionali, dell'accoglienza, della massoneria trans-nazionale e del partenariato economico.
Ecco perché l'intervento degli stranieri fu così massiccio: tedeschi, svizzeri, danesi, inglesi, francesi, vennero a cercare i corpi dei loro connazionali banchieri, armatori, industriali e facoltosi biscazzieri, nonché le loro carte con i loro tesori. Anche gli inglesi raggiunsero Messina di gran carriera; molti nel passato erano gli interessi economici dell'impero britannico nella città dello Stretto e al comandante dell'incrociatore HMS Sutley, in quel frangente presso il porto di Siracusa, fu ordinato di provvedere alla sicurezza dei cittadini britannici coinvolti nel disastro. Messina dovette fare i conti non con un solo esercito, ma con diverse compagini militari. E questo fu il vero disastro..

Gli obiettivi prioritari, d'altra parte, emergono direttamente dai rapporti ufficiali dei militari: “quasi tutta la truppa è adibita al carcere (ove 180 detenuti sono in rivolta) e alle macerie della banca d'Italia e del banco di Napoli assalite dai rapinatori....con l'ordine di fare fuoco” (7)
Si ha “il dovere di tutelare le persone, la proprietà e gli averi e il fermo proposito di agire sommariamente contro i rapinatori e i saccheggiatori.” (8)

La strategia della mattanza, inaugurata a Messina dai soldati russi, fu adottata anche dall'esercito italiano, come si evince dalla parole del generale Mazza, comandante supremo delle forze armate inviate a Messina subito dopo il terremoto e Commissario speciale in città: “tutti i giorni, da quando fu proclamato lo stato d'assedio -che io ho intenzione di rendere e mantenere ognora più severo e rigoroso- i tribunali militari distribuiscono condanne gravissime […] Tutto il rigore della legge militare sarà contro coloro che vengono colti sul fatto, o con danaro o oggetti preziosi di cui non sappiano spiegare la provenienza, per purgare la città dalla turba dei delinquenti che vi ha fatto irruzione e che ha fatto correre serio pericolo non solamente ai valori ma anche agli uffici pubblici, come il tribunale, l'ufficio delle ipoteche che si cercò di saccheggiare ma i cui registri però si riuscì a salvare come pure si trassero in salvo i registri dello stato civile.” (9)

Lo stesso governo italiano, tra le prime misure, da priorità assoluta ai caveau, da vigilare sino al trasferimento dei tesori in luoghi più sicuri. Persino l' “Avanti!” ci regala “una perla di saggezza operaia” firmata dalla penna del suo direttore Bissolati: “...Si dice che il governo abbia telegrafato concedendo pieni poteri alle autorità militari per salvare le sventurate popolazioni da quei feroci. Noi non esitiamo ad approvare il provvedimento. A San Francisco di California i depredatori venivano sommariamente impiccati; noi diciamo che in casi come questi la difesa sociale può farsi legittimamente anche a suon di fucilate.” (10)

Questa compromettente adesione dei socialisti alla logica delle esecuzioni sommarie non ha semplicemente “l'aria di un'abiura” come qualcuno commento a quei tempi: è la dimostrazione evidente che in ogni epoca la Sinistra non si è mai staccata da certo perbenismo borghese e che, di fronte al “rischio” di una rivoluzione che faccia finalmente piazza pulita di tutto, finanche anche dei suoi burocrati, sa bene da che parte schierarsi. Ce ne dà oggi un esempio il governo socialista greco che in quanto a repressione sembra concorrere con la giunta che governava la Grecia a cavallo tra gli anni '60 e '70, riesumando pratiche da vecchia dittatura ed inventandone di nuove, non ultime le cariche sbirresche con le moto. Anche a San Francisco, il giorno successivo al grande terremoto del 18 Aprile del 1906, nel quale perirono 700 persone, venne applicata la cosiddetta Lynch Law, la legge brutale che diede mano libera all'impiego delle armi da fuoco da parte delle truppe e dei tutori dell'ordine contro chiunque, più o meno sospetto, si aggirasse tra le macerie. (11)

Per completare lo spaccato della città in stato d'assedio, sono sufficienti solo alcuni dei provvedimenti marziali emanati sulla pelle dei sopravvissuti: nessuno poteva entrare od uscire autonomamente dalla città (a meno di non possedere uno speciale salvacondotto), era vietato tentare di salvare autonomamente un proprio congiunto ancora sepolto (era necessario un permesso speciale e la presenza dei soldati) o riprendersi i propri effetti personali tra le macerie (bisognava dimostrare inequivocabilmente la proprietà dell'immobile, crollato o meno), anche spedire o ricevere dei pacchi era impossibile (solo ai militari era permesso). Tutto ciò amplificava al massimo il livello di dipendenza della popolazione superstite dai soldati, rendendola più docile e controllabile. (12)

Il saccheggio dei militari poteva così imperversare indisturbatamente, tra le urla ed i lamenti dei sepolti vivi e l'acre odore dei cadaveri in putrefazione . E quando si cominciò a temere la diffusione di epidemie, le alte sfere (Palazzo Braschi, Prefettura di Palermo, Alto Comando dell'esercito) cominciarono a paventare di evacuare la città per poi distruggerla a cannonate o ricoprirla di calce, col suo contenuto in corpi sepolti, sia di morti che di vivi. (13)

“Sembra assurdo: ma io ritento che non ci sia che un mezzo, compiere l'opera distruttrice perpetrata dal terremoto: buttare giù quel poco che resta di queste case, buttarle giù nel modo più energico, più rapido: a colpi di cannonate. Far sgombrare i pochissimi superstiti e dalle navi bombardare queste scarnificate vestigia della città. Crolleranno gli ultimi muri; e sotto le macerie rimarranno sepolti i cadaveri in putrefazione. Si penserà poi ad altre misure, ad altri mezzi: per noi non v'è altra via per impedire che il luogo dov'era Messina diventi un contro d'infezione a cui nessuno osi più avvicinarsi.” (14)
La popolazione già schiacciata dal peso di una tragedia senza precedenti, vessata da cinici speculatori, alla mercè di soldati senza scrupoli, dovette pure subire l'oltraggio di simili minacce.
I superstiti non volevano lasciare la città, o quel che ne rimaneva: lì c'erano i ricordi, gli affetti e soprattutto la speranza di trarre ancora in salvo qualche congiunto ancora vivo. Pochissimi erano quelli desiderosi di abbandonare Messina col suo carico di lutti. E per ridurre al minimo le probabilità di un'insurrezione, vennero escogitati i sistemi più subdoli, finanche la deportazione. (15).

La deportazione
Il governo [italiano, ndr] sta applicando le misure più rigorose per portare la popolazione fuori di Messina: ossia, oggi bloccano razioni, eccetto che sulle navi, e quando la gente salirà a bordo, verrà trattenuta colà per essere portata lontana da qui
W. Baynard Cutting jr, console USA a Messina, rappresentante speciale della Croce Rossa USA

L'incapacità di far fronte a disastri di grande scala si mostra puntualmente ad ogni catastrofe, mettendo in evidenza i limiti oggettivi dello Stato, sempre pronto tuttavia a presentarsi quale garante supremo della sopravvivenza dei suoi sudditi.
In generale, l'amministrazione di un terremoto, non è un'affare di poco conto e, nel caso di Messina in particolare, si trattava di gestire migliaia di persone, a lungo termine ed in uno stato di totale indigenza. Presto o tardi la rabbia avrebbe potuto dilagare e il potere vacillare, anche perché, fin dall'inizio, i segnali di un simile epilogo, c'erano tutti. “Le poche persone civili rimaste si lagnano acerbamente dell'abbandono, difficilmente potrebbe farsi di più data la gravità del disastro che si rivela sempre maggiore” (16)

Per questo motivo lo Stato ricorse, ed è ancora pronto a farlo, anche ai mezzi più subdoli per risolvere la questione alla radice.
Ospedali allestiti sulle navi per accogliere ignari feriti che si vedevano trascinati lontani da quel poco che gli era rimasto. Individui sospetti, e chiunque poteva diventarlo, fermati e tradotti nelle carceri di Palermo e Catania. Personaggi dichiaratamente scomodi sui quali si fecero le prove generali di confino.
Da un altro telegramma di Micheli si apprende che il generale Mazza arrivò a sfamare solo coloro che accettarono di imbarcarsi sui piroscafi, prima tappa per il trasferimento dei superstiti verso altre località. La linea dura del generale Mazza, che negò ogni soccorso a chi non s'imbarcava, cedette solo quando le voci di protesta si alzarono a livello nazionale. Ma fino a che gli fu possibile, lo Stato operò con tutta la ferocia di cui è sempre portatore, senza indietreggiare mai, neppure di fronte ai più colpiti dalla sorte: smembrò famiglie, comunità, reti di relazioni. Molti sono i racconti dei giorni dell'esilio e delle odissee dei viaggi di ritorno. Certo, qualche ingenuo potrebbe ancora illudersi che tutto ciò fu fatto a fin di bene, che vennero trasferiti solo i feriti per essere curati. Ma la verità è oggi sotto gli occhi di tutti e soprattutto è nota alle vittime più recenti di questa vecchia ma efficace strategia dello Stato di disperdere i sopravvissuti: lo sanno a L'Aquila, a Giampilieri, a San Fratello.

I dati ufficiali sul terremoto del 1908 a Messina forniscono numeri impressionanti: oltre 20000 tra feriti e profughi (17) deportati via mare a Napoli, Taranto, Siracusa, Trapani, Milazzo, Gaeta, Livorno, Genova, Catania, Palermo tra il 28 dicembre 1908 ed il 4 gennaio del 1909.
Più o meno lo stesso numero di soldati inviati tra le due sponde. Vien quindi da pensare che si dovesse fare posto a quest'ultimi scacciando gli abitanti che, da soggetti da salvare, divennero problemi da estirpare.
Se prestiamo attenzione ai numeri, ci rendiamo conto che il centro cittadino fu davvero oggetto di un'evacuazione; e questo esodo forzato non dipese certo dal fatto che i crolli avessero sottratto spazio fisico ai terremotati, giacché il loro posto fu occupato da soldati, personale della Croce Rossa, funzionari dei ministeri, reparti del genio ed altre canaglie simili, ma soltanto per questioni di ordine pubblico.

Tabella 1 – I dati riportati mostrano che per ogni superstite rimasto a Messina, c'era un soldato pronto a controllarlo.
Abitanti prima del terremoto................130000
Morti.....................................................83000
Superstiti...............................................47000
Deportati...............................................20509
Trattenuti nei campi extra-urbani..........10000
Soldati inviati a Messina........................11145-14000
Personale Croce Rossa...........................942

Continua....

Note
(7) Comandante Cagni, Relazione della R. Marina a Reggio Calabria dopo il terremoto del 28 Dicembre 1908, Riservata, Archivio Storico Militare, Cartella 197/5

(8) Generale Francesco Mazza, già noto per incarichi di ordine pubblico in stadi d'assedio di altre regioni d'Italia.

(9) Dichiarazione rilasciata dal Generale Mazza e riportata da A.C. Fratta, “Corriere d'Italia”, 10/01/1909

(10) “Avanti!”, 30 Dicembre 1908

(11) Una cosa simile è avvenuta in seguito all'uragano Katrina nella città di New Orleans, in tempi più recenti e ad Haiti in questi giorni, tanto per dimostrare che non sono cose del secolo scorso...

(12) Questo processo è tuttora osservabile, nella sua veste riveduta e ammodernata, nei campi abruzzesi, dove i divieti pretendono di trasformare gli individui in passivi fruitori di aiuti preconfezionati, in docili scolari da “mettere in fila per due”: divieto di utilizzare internet, di cucinare nei campi, di adunarsi negli stessi, di ricevere amici esterni al campo di apparteneza, di rientrare al campo dopo il coprifuoco.
(13) A tal proposito va ricordato che, anche a distanza di due settimane dal sisma, vennero estratte persone ancora in vita, giusto per fugare ogni dubbio in chi ancora considera i soccorsi un'operazione neutra e non si è accorto dove possa arrivare la crudeltà dello Stato.

(14) “La tribuna”, 2 Gennaio 1909.

(15) In caso di disastri, è pratica assai diffusa al sud spingere la popolazione alla “fuga.” Dopo il terremoto del Belice, venne offerto il biglietto per gli USA a parecchi senza tetto, come riporta lo speciale di terremoti mandato in onda da Report, un programma di Rai3 di giornalismo d'inchiesta. Di deportazione parla anche riguardo ai terremotati aquilani, trasferiti forzatamente fuori provincia, anche a 35 km di distanza.

(16) Telegramma di Giuseppe Micheli, ore 18 del 02/01/1909, pubblicato dalla “Giovane Montagna”

(17) Dati ufficiali.

venerdì 22 agosto 2014

La terra trema lo Stato avanza. Il terremoto di Messina nel 1908 L'ingegneria sociale dei terremoti passati e futuri - Seconda Parte

Prima Parte

Brevi cenni sul terremoto di Messina

La banchina sprofondata nel mare, lungo la via immensi crepacci rigurgitanti d'acqua marina, sul marciapiede sparsi qua e là cadaveri, suppellettili, sacchi di generi alimentari che l'ondata gigantesca del maremoto, sfondando le porte del pianterreno col flusso e riflusso aveva con impeto formidabile trascinato fuori ogni cosa che avesse trovato dentro le botteghe e i negozi e la stessa gente che dormiva nei mezzanini
Antonino Barreca

Alle 5,20 minuti e 27 secondi del 28 Dicembre 1908 un violento terremoto, per trentasette lunghissimi secondi, scosse la città addormentata (1). Il suolo si innalzò, sulle strade si aprirono voragini, le case crollarono su se stesse, il mare si sollevò con ondate che superarono i 10 metri e rovinò sulle macerie, trascinando tutto quel che trovava, corpi compresi.
Ai sopravvissuti fu difficile persino riconoscere la città, orientarsi: la potenza del sisma fu così straordinaria che dinnanzi ai loro occhi non restarono che detriti. Da quel momento, il volto di Messina cambiò per sempre (2). Una densa nebbia di polveri derivate dai crolli avvolgeva, tutto, impedendo la respirazione e accecando gli occhi. Il terremoto aveva inoltre abbattuto le linee telefoniche, telegrafiche nonché quelle ferroviarie. La città distrutta fu, per parecchie ore, completamente isolata dal resto del mondo.
Per giorni, gli incendi prodotte dalle fughe di gas, e non solo, imperversarono, aumentando l'insalubrità dell'aria e terminando di distruggere ciò che era stato risparmiato dalla furia della terra e del mare. Questo era il panorama della città subito dopo il tragico evento; questi erano i luoghi su cui, come avvoltoi, piombarono i soldati a banchettare sui resti di un tessuto urbano ormai distrutto, sulle spalle di una popolazione stremata e in preda a paura, rabbia e dolore.


L'organizzazione del saccheggio e il business degli aiuti
Dedico alla insipienza ed alla inettezza del Governo italiano tutto l'odio mio; ed al generale Mazza, gli scatti impetuosi di una eterna maledizione […] ai diecimila uomini di truppa, venuti in mezzo a noi in pieno assetto di guerra […] io dedico il ricordo vergognoso della loro opera vandalica: ed a molti ufficiali di quei reggimenti, ch'ebbero la sorte di partecipare alla nefasta campagna, dedico la rampogna dei superstiti messinesi... la rampogna nostra...la rampogna mia...che nei giorni del lutto, del fuoco e della morte, tra la immane catastrofe e gli ufficiali italiani, non ho saputo distinguere da quale delle due parti, venisse il maggior danno.
Se poi qualcuno militare o borghese, soldato o ufficiale, per farsi bello o per tentare una riabilitazione sul campo dell'onore, vorrà lanciarmi una sfida, costui resterà avvisato sin da ora, che per ragioni diverse, io respingerò col piede dell'obbrobrioso cartello.
Giacomo Longo

...sessanta milioni sprecati ad arricchire amici, massoni, baldracche, lenoni, spie e carnefici.
Francesco Guardione

...Codesto emporio venne in gran parte affidato a questo o a quel comitato -a questo od a quel clero- alle autorità diverse -ed a qualche congregazione, per essere debitamente distribuito.
Giacomo Longo

Ogni catastrofe rappresenta per i politici e i biechi affaristi una ghiotta occasione per lucrare sulle sventure dei superstiti, approfittando dei loro bisogni materiali e facendo leva sulla loro disperazione e indigenza. Messina non fece eccezione e richiamò “vermi e corvi” di ogni risma, attirati dalla prospettiva di una facile ricchezza. E per rendere agevole questo compito tali necrofili esemplari predisposero un preciso piano che includeva la gestione meticolosa degli aiuti e l'organizzazione monopolistica del saccheggio.
I soldati italiani presero l'abitudine di cacciare chiunque si avvicinasse alle macerie per impossessarsi essi stessi dei beni ritrovati: casseforti, portafogli, casse di gioielli, vestiti, quadri, libri, armi, pianoforti, telegrafi. Portavano il bottino presso la Cittadella, ancora oggi zona militare, da dove prendeva la via del nord, attraverso l'ufficio postale militare.
Da questo ufficio partirono oltre 100 spedizioni al giorno fino al giugno del 1909 (3).
“Dopo quattro o cinque giorni dalla catastrofe, il ministero delle poste e dei telegrafi, ebbe cura di far costruire quasi sul ciglione del molo un grande baraccone, e nel quale si aprirono i vari uffici postali. Ma quella posta, vivaddio, non funzionava per il pubblico, e noi siamo qui a provare, che a nessuno fu dato spedire un pacco e tanto meno riceverlo dai parenti lontani, che in quei momenti di supremo bisogno avrebbero voluto mandarci del pane, degl'indumenti e forse anche del denaro […] Ed intanto i registri di spedizione sono lì, a dire a tutti, che in quei giorni di lutto e di dolore, gli uffici dei vari reggimenti spedivano da 70 a 100 pacchi al giorno alle rispettive famiglie” (4)
La distribuzione dei viveri, per lo più di provenienza statunitense, inglese e tedesca, venne interamente controllata dall'esercito italiano, che operò un'empia selezione: il cibo migliore restava in caserma, mentre ai sopravvissuti restavano 800 grammi di pane nero al giorno, ogni tre persone.
I cosiddetti Comitati di Soccorso, attivi nell'organizzazione degli aiuti alla popolazione colpita su ambo le rive dello Stretto, erano costituiti dai personaggi più influenti delle due città e, come se non bastassero quelli nostrani, ne arrivarono altri da varie parti d'italia ovvero, solo per citarne qualcuno, onorevoli come Giuseppe Micheli da Parma, ricchi borghesi come i coniugi Florio da Palermo. A Reggio Calabria, appartenevano al comitato il prefetto Orso, il comandante della Marina Cagni, il colonnello Trombi comandante del reggimento fanteria, il commissario di pubblica sicurezza Trau, il maggiore dei carabinieri Tua.
Fu così che la distribuzione degli aiuti in generale divenne anche una questione “politica”, un fattore di costante ricatto. Uno dei Comitati che gestiva un campo profughi e sovrintendeva alle operazioni di soccorso era composto dai notabili dei due partiti del Comune di Messina, i quali sceglievano tra i propri elettori i più “bisognosi”, con un meccanismo che non differiva tanto dalle più recenti elargizioni di pensioni di invalidità in tutto il Mezzogiorno. Come se tutto ciò non fosse già abbastanza, i soldati si accaparrarono anche la gestione del mercato nero delle vettovaglie: quel che di più “pregiato” proveniva dalla beneficenza straniera, era venduto, a caro prezzo, su bancarelle improvvisate dagli speculatori in divisa. Per quanto riguarda poi i contributi in denaro, essi furono depositati in gran parte presso la Banca d'Italia, sede di Roma, e distribuiti alla solita maniera: ufficialmente occorreva presentare una domanda per partecipare all'elargizione dei sussidi; praticamente furono accontentati solo quelli che avevano qualche conoscenza presso l'esercito, la marina o i politici romani, naturalmente a prescindere da chi ne aveva realmente bisogno.
Come sorvolare poi sulle modalità di assegnazione delle baracche? Anche qui prevalse la logica ancora oggi sovrana incontrastata della città di Messina, quella degli “amici” e degli “amici degli amici” (5): “...si sono verificati e si stanno verificando ancora delle cose inaudite; la distribuzione delle costruzione di legno è stata fatta in modo da permettere che, d'un sol colpo, sorgessero tutti i favoritismi, tutte le ingiustizie, che nelle condizioni odierne generano vere crudeltà. Ho scoperto della gente, e numerosa, che ha ricevuto delle comode baracche ed ha trovato modo di ricevere legname per costruire delle complementari; altri ne hanno avute addirittura due e anche tre e si gloriano di cotesto abuso come di una vittoria ottenuta nella confusione provocata dall'urgenza dalla farragine delle domande” e ancora “...è un'ingiustizia che demolisce ogni fiducia nell'opera di soccorso.” (6)
Ogni aspetto inerente la sopravvivenza quotidiana in quelle avverse condizioni climatiche fu assoggettato al più becero clientelismo che penalizzò naturalmente gli individui più restiì a sottomettersi ai potenti.

Continua nella Terza Parte

Note
(1) Con un magnitudo di 7,2 della scala Richter, il terremoto fu caratterizzato da tre diversi tipi di oscillazione: il primo, debole, in direzione NNE-SSW, il secondo, forte, in direzione ESE-WNW e il terzo, ancora più forte, ancora in direzione NNE-SSW. Terremoti di più lieve entità si susseguirono poi per decenni, giusto per chiarirci le idee sullo spauracchio “sciame sismico”, sventolato a piè sospinto in faccia ai già traumatizzati aquilani per giustificare l'ingombrante presenza della Protezione Civile e del suo codazzo di esperti.

(2) La ricostruzione, lentissima, tra proroghe varie fu presa in carico dal regime fascista, che non riconsegnò mai ai messinesi la stessa città che avevano abitato prima: l'assetto delle strade e dei palazzi mutò completamente, con ripercussioni psicologiche notevoli e con perdita della memoria storica.

(3) La cosa si ripetè dopo il terremoto dell'Irpinia del 23 Novembre 1980, quando finanche i vigili del fuoco spedivano a casa propria pacchi sottratti ai terremotati. E c'è ragione di credere che questa sia una pratica diffusa in occasione di ogni catastrofe.

(4) Cfr. Giacomo Longo, Un duplice flagello il terremoto di Messina del 28 Dicembre 1908 ed il Governo italiano, Messina 1911.

(5) Il primo contratto d'appalto per la costruzione delle baracche fu firmato il 22 Febbraio 1909, quasi due mesi dopo il terremoto, e obbligava il Genio Civile a consegnare 100 baracche in 90 giorni. Dopo 120 giorni, nessuna baracca era stata consegnata, e i superstiti vivevano ancora sotto le barche e le tende, mentre le case di legno inviate da statunitensi, tedeschi, inglesi e danesi, furono utilizzate quasi esclusivamente per l'allestimento dei locali della prefettura, del tribunale, della procura, degli alloggi per i militari e gli impiegati amministrativi civili. Solo dopo le proteste dei messinesi, il governo pensò di appaltare la costruzione delle baracche per tutti i cittadini, la cui assegnazione non fu affatto operazione indolore: al di là dei discutibili criteri di aggiudicazione, lo squallore maggiore venne messo in campo a partire dal Gennaio del 1910, quando ai possessori di un reddito fu imposto un canone di “affitto”, esteso l'anno successivo a tutti gli altri. Anche sul canone, la speculazione fu la protagonista assoluta: ciascuna baracca era costata allo Stato circa 200 lire e il canone si aggirò tra le 110 e le 150 lire. Di questo canone, Giacomo Longo affermò che era “un esorbitante guadagno a base di camorra”

(6) Arnaldo Cipolla, “Corriere della Sera”, 3 Febbraio 1909.

giovedì 21 agosto 2014

Il Disertore di Astrojildo Pereira

Articolo comparso su "A Plebe", anno I, nº 4, 30 Giugno del 1917.



L'eroismo delle battaglie, è un eroismo secondario in cui si uccide per non morire o si uccide e si muore perché così è stato ordinato.
Il disertore è un uomo infinitamente eroico, più eroico di un soldato; [egli è un] ex-uomo in divisa, trasformato in una macchina da guerra che distrugge, assorbe.

Da qui si considera la differenziazione essenziale e assoluta che separa il lavoratore dal soldato.
Il lavoratore, di fronte alla macchina industriale, è il maestro, è il muscolo cosciente, è il cervello: la domina, la conduce, la sottomette, col fine di creare il prodotto o la vita.
Il soldato, di fronte al cannone, viene assimilato da questa, automatizzato, disumanizzato [e trasformato in un] guerriero della distruzione o [nel]la morte.

Ora, il disertore è un uomo che non vuole essere un soldato, che non vuole disumanizzare se stesso, che vuole rimanere uomo. Ed è più eroico del soldato, perché egli non smetterà di essere quello che è, difendendo la sua personalità, la sua qualità di uomo contro l'intera società che lo condanna ferocemente tramite il pregiudizio e il suo punto di vista legale.

La legge può fucilarlo. Ma si fucilerà un uomo solo perché non ha un pensiero di gloria o di un coraggio semplice e altissimo o di un supremo e disinteressato eroismo di cui si conosce fatalmente vinto, senza speranza di nulla. Verrà maledetto, insultato, calunniato, ma nonostante tutto e contro tutti, affermerà integralmente il suo io.

lunedì 18 agosto 2014

La terra trema lo Stato avanza. Il terremoto di Messina nel 1908 L'ingegneria sociale dei terremoti passati e futuri - Prima Parte

Opuscolo edito da “ù piscistoccu” nel 2011


Mentre gli umani riposano, i ricchi in un tranquillo far niente, i poveri in un sonno fatto di stanchezza e di sfinimento, dalle viscere della terra sale un urlo sinistro. Con convulsioni titaniche, la terra apre abissi giganteschi, scuote il grappolo umano abbarbicato al suo fianco. Con una grandiosa rivolta, si sbarazza dell'uomo parassita, che vive d'essa e per essa.
E tutto ciò che i pigmei costruirono crolla come un castello di carte. Terribile, egualitaria, essa livella le classi fittizie create dagli uomini lamentosi. Il palazzo crolla come la catapecchia, l'opulenza si mischia con la miseria, il padrone lascia la vita fianco a fianco con lo schiavo.
...Il terremoto ha appena distrutto Messina.
E improvvisamente, ecco che i necrofili sorgono...
Ecco, cinici e nauseabondi, i corvi sociali che si abbattono sulle macerie. Ecco, ipocriti e astuti, gli impostori che inviano condoglianze e spargono l'acqua benedetta di una solidarietà paccottiglia.
Re e papi, ministri e speculatori piangono sulla città defunta. Accanto all'articolo sul mantenimento della pena di morte, i giornali riportano “appelli lacrimosi e singhiozzi...a tre soldi il rigo.”
E i semplici sentono sorgere dentro di loro i principi innati della fraternità, seppelliti sotto il peso di cento secoli di lotta implacabile e feroce. Per svegliare gli uomini occorrono scosse violente e brutali […] Occorre che un fenomeno brutale uccida collettivamente perché si elevino i gemiti, perché i cuori degli uomini si commuovano, perché l'attenzione si fermi sulla lotta fratricida e universale.
E ancora, questa emozione non dura che un minuto e svanisce nel Requiescat in pace delle cattedrali.
Gli uomini non comprendono che non vi è cataclisma più mortale della società attuale?
Che non vi sono morti più numerosi di quelli che cadono ogni giorno, vittime della guerra inter-umana, della lotta incessante e senza pietà che è stata denominata con una terribile parola: concorrenza?
Gli uomini non comprendono la responsabilità che hanno in questa ecatombe, visto che sono le loro gesta, cattive, false, inette, che determinano le mostruose organizzazioni che li uccidono?
Gli uomini non comprendono la puerilità delle loro condoglianze, e non cesseranno di essere dei necrofili, degli amici della morte, per venire assieme a noi, a distruggere il macello sociale, per venire insieme a noi, che siamo gli amici della vita?

Mauricius (l'Anarchie, 1909)



Introduzione

Tutti ricorderanno il catastrofico tsumani che nel dicembre 2004 colpì violentemente l'intero sud-est asiatico, giungendo a lambire le coste dell'Africa orientale, e l'uragano Katrina che nell'agosto del 2005 interessò l'intero golfo del Messico, spazzando via New Orleans.
Queste tragedie hanno messo in evidenza, a livello internazionale ed in modo dirompente, quegli aspetti che rendono i cataclismi dei momenti di riorganizzazione e affermazione del potere e, in certa misura, delle opportunità per gli asserviti di opporsi ad esso.
In quelle due circostanze, la precisa strategia degli Stati diretta al controllo sociale in situazione di emergenza, fornì uno spunto per alcune analisi teoriche, nonché dei suggerimenti per l'azione pratica. Nel frattempo, altri disastri si sono susseguiti, in tutto il mondo, ed anche in Italia: una lunga lista di eventi tragici in cui si può notare una similitudine nelle modalità di intervendo dello Stato, genericamente intese come “soccorsi.”

Un comune denominatore unisce disastri lontani nello spazio e nel tempo, quello della penetrazione militare massiccia nel cuore di una comunità già in ginocchio emotivamente e fisicamente provata, e nell'impossibilità di procacciarsi i beni di prima necessità secondo le modalità consuete di sopravvivenza. In simili situazioni, saltano temporaneamente la distribuzione delle merci, le transazioni economiche, le stazioni di polizia, l'erogazione di elettricità, gas ed acque, le telecomunicazioni, i trasporti. Il timore maggiore dello Stato è quello di un collasso ancor più grave, non solo sul piano concreto ma anche su quello simbolico, poiché con il crollo letterale dei palazzi, possono venir meno la fiducia e il consenso, con rischi per l'intero sistema economico, amministrativo e di gestione del potere.
In questi frangenti, è urgente per lo Stato riprendere il controllo del territorio, ripristinare in tempi stretti tutti i suoi apparati, riappropriarsi di tutti gli spazi che normalmente invade con la sua presenza capillare; in poche parole ristabilire l'ordine. Infatti, senza la macchina organizzativa che permette di applicarla, senza i suoi tutori, i suoi guardiani e controllori, la legge diviene carta straccia, la morale viene annullata dalle necessità impellenti, l'ordinaria sottomissione quotidiana viene scossa dal freddo, dalla fame, dalla sete. Il potere costituito non può correre il rischio di estinguersi e agisce nell'unico modo che gli è proprio, quello della violenza istituzionalizzata. Dietro il paravento dei soccorsi si cela il subdolo compito di proteggere la proprietà, di salvaguardare le istituzioni, di mettere al sicuro i depositi bancari, di reprimere qualunque tentativo, cosciente o meno, di far vacillare gli equilibri del potere. L'ordine pubblico nel senso più ampio del termine diviene l'obiettivo primario dell'esercito, della Croce Rossa, della Caritas e di tutte le organizzazioni di siffatta pasta, dal 2001 poste sotto il diretto controllo del Dipartimento della Protezione Civile, emanazione del Consiglio dei Ministri.
Ma nel tempo che intercorre tra il disastro e la riorganizzazione del potere, si aprono degli spazi di libertà senza precedenti nella storia della nostra vita ordinaria. Sta a noi il tentativo di prolungare questo intervallo di tempo il più a lungo possibile. Il miglior auspicio è che nei disastri prossimi venturi si riescano ad anticipare le mosse delle forze contro-insurrezionali, al fine di combattere la battaglia sul terreno a noi più congeniale.

Il terremoto-maremoto di Messina può ritenersi un vero e proprio modello di occupazione militare di un vasto territorio in uno “scenario” non bellico. Tale modello, peraltro, è applicabile non solo alle “calamità naturali” (1), ma anche a devastazioni su grande scala causate dalla scelleratezza del sistema tecno-industriale.
I motivi che lo rendono così emblematico sono diversi; ma i più significativi sono:
-l'estensione della distruzione (2);
-il numero di vittime (3);
-il numero di soldati coinvolti nelle operazioni di soccorso, ergo predazione-repressione (4).
Inoltre, per la natura delle fonti storiografiche sul sisma del 1908, la delineazione del modello suddetto appare operazione molto più facile che in tempi moderni, dal momento che esse risultano:
-vaste ed imponenti (5);
-varie nei toni e nei contenuti, con abbondanza di punti di vista e motivazioni (6);
-nell'insieme piuttosto oggettive, in quanto abbastanza concordanti indipendentemente dalgi autori (7).

E' interessante riscontrare che, ad ogni latitudine ed in ogni epoca, certe abitudini sono dure a morire: a distanza di cento anni il potere ha sicuramente potenziato i suoi strumenti di controllo (si pensi a tutto l'armamentario tecnologico di cui si è dotato) ma ha mantenuto, pressochè identica, la sua modalità di intervento nelle catastrofi, basata sulla presa di possesso, manu militari, di ogni aspetto della vita quotidiana.
Per scelta precisa non saranno affrontati argomenti riguardanti i poteri locali, il ruolo della “malavita”, la gestione del territorio, la qualità delle costruzioni, il sistema degli appalti, cose che ovviamente hanno aggravato il bilancio dei crolli e delle vittime. Il motivo non è certo la mancanza di particolari gustosi, di storie bizzarre, di aneddoti tragicomici.
Cento anni sono lunghi, ma non hanno cambiato il “nostro” paese: oggi come ieri, gli amministratori della società suonano sempre la stessa musica e tutti i discorsi sulla gestione del territorio, le amministrazioni locali, gli speculatori edilizi, rimandano ad una mentalità ed una pratica riformiste, da cui è bene guardarsi. Infatti, i referenti ultimi di un simile approccio sono rappresentanti dalla magistratura, dalla classe dirigente, e al meglio dai “cittadini” ancora fiduciosi nelle istituzioni, convinti di poter migliorare il mondo a suon di controlli più severi, di partecipazione e di politiche trasparenti.
Sicuramente, molto abbiamo a disposizione per comprendere le responsabilità dell'intero panorama politico, parlamentare ed economico, anche in quelle che sono definite calamità naturali, ma a questo pensano già, direi abbastanza ingenuamente, tutti i falsi oppositori di questa società (8). Non saranno dei piccoli o grandi aggiustamenti, l'introduzione di una nuova moralità, una gestione più equa della cosa pubblica, una legislazione mirata e lungimirante a renderci la vita migliore o più sicura, per utilizzare un termine tanto abusato di questi tempi e i suoi luoghi comuni più diffusi.
Il cemento a L'Aquila, la scuola a San Giuliano, il viadotto a Caltanissetta: di casi come questi se ne potrebbero enumerare a milioni. Ed era così pure nella Messina di cent'anni fa. Ma vi sono argomenti migliori di cui parlare, argomenti meno facilmente recuperabili dalla Sinistra, dai giustizialisti e dai vari aggiustatori di orologi. Nè si darà spazio ai salvataggi, più o meno “miracolosi”, attribuiti a questo o a quel soldato, dal momento che lo hanno già fatto tutti i veri sostenitori di questa società. In un'epoca in cui il cinema e televisioni ci rovesciano addosso le patetiche storie quotidiane di sbirri e guardie, soldati e boia, bisogna esser proprio degli idioti per menzionare anche un solo episodio in cui si sottolinea lo “spirito di abnegazione” degli assassini in divisa. Che un estremo disprezzo accolga tutti i goffi tentativi fatti per salvare la reputazione a quel branco di lanzichenecchi calati a Messina per arraffare tra le sue macerie. Tutto il materiale di questo tipo è stato cestinato allegramente, compiendo una selezione assolutamente di parte: fra l'abbondante varietà delle pubblicazioni, solo ciò che si ritiene utile ad un discoso rivoluzionario ha trovato posto.
Un'ultima precisazione è necessaria in relazione alle citazioni ed ai documenti presenti nell'appendice documentaria. Avendo dato ampio spazio alle prime, va detto che la decisione ultima di inserirle nel testo in così grande numero, cosa che lo ha appesantito molto, è dipesa dalla volontà di non rendere la letteratura frammentaria rimandando di continuo alle note, peraltro presenti già in quantità, o di relegarle in appendice, cosa che avrebbe ridotto quel carattere di autenticità che solo le testimonianze dirette possono dare.
Per quel che concerne la scelta dei documenti inserti in appendice, va detto che non sempre il loro contenuto risulta pienamente condivisibile ma indubbiamente completa il quadro generale di ciò che rappresenta oggi l'amministrazione delle catastrofi.

Continua nella Seconda Parte

Note
(1) Quelle che così vengono definite dai vari specialisti delle scienze sottomesse alle necessità del potere.

(2) Il terremoto venne classificato come XI° grado della scala Mercalli, vale a dire “distruzione totale delle costruzioni in pietra, dei ponti e degli argini. Crepacci multipli. Gravi frane.” Sebbene ormai in disuso per l'introduzione della più scientifica scala Richter, che tiene conto del magnitudo misurabile con sempre più sofisticate apparecchiature tecniche, la scala Mercalli ci dà comunque l'idea dell'entità del sisma, di un grado inferiore al XII°, il più distruttivo, dove non rimane nulla delle opere umane e dove si ha il cambiamento del paesaggio, tipo valli che diventano laghi.

(3) Il numero stimato è di 83000 nella sola Messina, la quale, prima del terremoto, aveva circa 130000 abitanti. Altri 15000 vittime si contarono a Reggio Calabria, che aveva del terremoto 45000 abitanti.

(4) Al 20 gennaio 1909, erano 11145 gli effettivi dell'esercito nella città di Messina e nei suoi dintorni, ma si toccarono punte di 14000 unità, che arrivarono oltre le 20000, se si tiene conto anche dei soldati dislocati sull'altra sponda dello stretto.

(5) La febbre del centenario ha innescato una corsa frenetica all'accaparramento dei finanziamenti piovuti sulla città; corsa alla quale hanno vita a nuove pubblicazioni, mentre articoli, convegni e rievocazioni hanno visto protagonisti i personaggi più “illustri” della Messina di oggi.

(6) Ciò che riguarda un tempo lontano incontra meno ostacoli e censure nelle democrazie moderne le quali si ritengono, a torto, ben altra cosa rispetto al governo Giolitti nell'epoca del Regno d'Italia e tollerano che si mostri l'orrore del passato proprio perché se ne sentono immuni. Va comunque sottolineato che l'informazione del 1908/1909 operò meno servilmente di quella odierna in relazione al terremoto a L'Aquila e ciò ha facilitato la ricerca.

(7) Sull'argomento hanno scritto storici, giornalisti, militari ma, cosa più importante, gente comune senza titoli, specializzazioni o interessi particolari; gente animata dallo sdegno genuino, e inevitabile, per le nefandezze commesse dal potere istituzionale e dal suo braccio armato in quel duro inverno di dolore; su tutti spicca il nome di Giacomo Longo, privo di titoli accademici, la cui testimonianza non trova epigoni né a L'Aquila, né altrove.


(8) Dopo il terremoto in Abruzzo, molte richieste sono state aperte a tal proposito e chi è interessato a questo filone troverà materiale in abbondanza, dal momento che parecchie pubblicazioni si sono orientate verso questo o quello scandalo.

martedì 12 agosto 2014

Abbasso i ristoranti! La critica di un impiegato dell'industria alimentare - Seconda Parte

Prima Parte


COME CI SI SBARAZZA DI UN RISTORANTE
Il comunismo non è per noi uno stato delle cose che deve essere stabilito, un’ideale al quale la realtà si dovrà adattare. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato attuale delle cose. Le condizioni necessarie per questo movimento si trovano nel presente.
Karl Marx


COSA VOGLIONO I LAVORATORI
Nulla è più alieno ad uno sciopero dei suoi fini.
François Martin

Salvo poche eccezioni, i lavoratori di un ristorante vogliono solo una cosa più di qualsiasi altra: non lavorare più in quel ristorante. Questo non significa che vogliamo essere disoccupati. Vuole semplicemente dire che lavorare in un ristorante è un modo alienante e deprimente per andare avanti. Siamo obbligati a stare lì. Il lavoro non fa parte delle nostre vite. Ci sentiamo noi stessi solo quando non siamo al lavoro.

Il fatto che chi lavora in un ristorante odi il proprio lavoro è così ovvio da essere diventato un cliché. Nella maggior parte dei ristoranti si possono trovare persone che “non sono veramente lavoratori di un ristorante”. Sono attori, o scrittori, o musicisti, o graphic designer. Lavorano in un ristorante fino a quando non hanno risparmiato un po’ di soldi per iniziare la loro attività, o fino a quando non hanno finito la scuola e trovano un “lavoro reale”. Un modo per fuggire da un lavoro è lasciarlo, nella speranza che in un altro ristorante sia meglio. Il lavoro in un ristorante ha un turnover molto alto. Spesso, la maggior parte degli impiegati in un ristorante lavora lì solo da pochi mesi. Di sicuro, qualsiasi siano le nostre illusioni, la maggior parte di noi continua a passare da un lavoro in un ristorante a un altro, da un bistrot a una griglieria, da un lounge bar a un caffè.

Questo non significa che non abbiamo una dignità. Qualunque persona che è obbligata a fare qualcosa e poi la stessa cosa ancora, ancora e ancora, deve essere un minimo interessata a quello che fa, altrimenti impazzisce. Qualsiasi persona che abbia lavorato nei ristoranti abbastanza a lungo, non può fare a meno di essere un po’ orgogliosa di tutto quello che sa sul cibo, sul vino, e sul comportamento umano. Tuttavia, a parte un ristretto gruppo di cuochi di ristoranti molto costosi, le uniche persone ad essere veramente orgogliose di lavorare in un ristorante sono i cocchi del capo, che sono in genere evitati dal resto dei lavoratori.

Ma il rifiuto della nostra condizione di lavoratori di ristorante non è semplicemente frutto di una decisione cosciente. Spesso i lavoratori che hanno le aspettative più alte, che sono più interessati alla ristorazione, o che provano meno odio verso il proprio lavoro, finiscono per avere seri litigi con il capo. Hanno più illusioni e sono più sorpresi e indignati quando sono messi di fronte alla deprimente realtà del ristorante. Un ristorante è una macchina noiosa, scomoda, stressante, ripetitiva, alienante e gerarchica che produce valore aggiunto. Perfino il cameriere più ossequioso, che va sempre in giro a complimentarsi con il capo e gli suggerisce modi per gestire meglio il ristorante, un giorno finirà per avere un forte litigio e lascerà il lavoro quando il capo lo tratterà apertamente come un subordinato. Per ironia, spesso sono proprio coloro che riconoscono apertamente la deprimente situazione in cui si trovano quelli che lavorano più a lungo in questo settore.

La nostra battaglia contro il lavoro in un ristorante è molto più forte della nostra coscienza. Quasi tutti rubano al lavoro. I lavoratori che non sono comunisti, chi vota per i partiti politici che difendono il sacro diritto alla proprietà privata non fanno eccezione. Perfino i lavoratori a cui il capo sta simpatico e sperano che il ristorante faccia soldi, farebbero di tutto per facilitare il proprio lavoro, anche a costo di ridurre i profitti. Diremo al cliente che la macchina per l’espresso è rotta così non dovremo preparare un cappuccino. Alla fine della serata, getteremmo una forchetta perfettamente integra nella spazzatura piuttosto che scomodarci per riaccendere la lavastoviglie.

La nostra ostilità verso i ristoranti non dipende dalle nostre idee politiche. Deriva dalla nostra situazione di impiegati salariati.


GRUPPI DI LAVORO
Le persone che si trovano a lavorare insieme nello stesso posto di lavoro parlano tra di loro molto di più di chi vive nello stesso quartiere.
Stan Weir

Il luogo di lavoro non rappresenta solo un modo per produrre ricchezza per il capo, ma anche per produrre lavoratori che sono isolati l’uno dall’altro, in competizione tra di loro, prevenuti gli uni verso gli altri, che temono per il loro lavoro, e che cercano solo soluzioni individuali ai propri problemi. Ma questo è solo l’ideale a cui aspira il management. Non hanno mai avuto veramente successo perché le nostre azioni tendono a spingere verso la direzione opposta.

I ristoranti ci portano a trovarci insieme con altri lavoratori di ristoranti nello stesso luogo di lavoro. Lo stesso processo lavorativo richiede che cooperiamo e comunichiamo con altri lavoratori. Passiamo piatti avanti e indietro. Spieghiamo gli ordini di piatti e bevande. Capiamo quali tavoli dobbiamo far pagare e mandar via per fare spazio alle prossime prenotazioni.

Queste conversazioni portano ad altre conversazioni più interessanti. Tutti cercano dei modi per rendere il lavoro meno noioso o stressante. Facciamo degli scherzi, friggiamo barrette di cioccolato, facciamo i giocolieri con la frutta, usiamo la lavastoviglie come bongo, e prendiamo in giro i clienti

Questo scherzare porta ad una cooperazione più seria. Trascorriamo molto tempo con i nostri colleghi di lavoro e impariamo molto gli uni degli altri. Nei periodi di calma parliamo dei nostri problemi sul lavoro, nella nostra vita personale, con le autorità per l’immigrazione. Non siamo più un insieme di individui separati. Formiamo gruppi informali di lavoratori che sono capaci di agire insieme. Usciamo insieme a bere qualcosa dopo il lavoro. Ci copriamo le spalle a vicenda sul lavoro.

Questi gruppi determinano la cultura di lavoro generale del ristorante. Se siamo deboli, la cultura del ristorante può diventare molto vicina all’ideale che ci vuole individui separati e bigotti, e così il lavoro è assolutamente deprimente. In questo caso, il nostro desiderio di fuggire dal lavoro potrebbe essere un desiderio di fuggire dai nostri colleghi. Se siamo forti, invece, possiamo far diventare il lavoro molto meno deprimente. Quando il capo non guarda, i cuochi prepareranno del cibo per il personale di sala, e questi ultimi ruberanno dei cocktail per il personale della cucina. Ci avviseremo a vicenda se il capo o il manager sta arrivando, e li prenderemo in giro una volta che se ne siano andati.

Dal momento che i gruppi di lavoro si basano sullo stesso processo produttivo, i lavoratori che ne guidano la formazione e che determinano la cultura di lavoro tendono ad essere quelli che conoscono meglio il processo lavorativo. Chi ha lavorato più a lungo in quel ristorante, o chi è nell’industria alimentare da più tempo, in genere adotta questo ruolo. Spesso, infatti, il momento più facile per incoraggiare un sano cinismo in un collega è quando gli state insegnando il lavoro.

Il collante che tiene insieme questi gruppi informali è la lotta contro il lavoro. Quando scherziamo invece di lavorare, o sparliamo del capo, o ci facilitiamo il lavoro, o rubiamo dal lavoro insieme, creiamo fiducia, complicità, e una cultura in base alla quale ci guardiamo le spalle a vicenda. Questa comunità di lotta non solo riduce i profitti, ma tende anche a rompere le divisioni e le gerarchie create dal processo produttivo. È la base per qualsiasi battaglia più grande contro il management.

Il fatto che i gruppi di lavoro e le culture che questi creano siano basate sul processo produttivo significa che il capo può danneggiare questi gruppi cambiando tale processo. Può introdurre un sistema computerizzato per mandare gli ordini alla cucina per ridurre la comunicazione. Può cambiare i turni delle persone così che lavorino con un manager e quindi aumentare la sorveglianza. Può cambiare le mansioni delle persone e affidare loro alcuni compiti di management, così da cambiarne le simpatie. Può introdurre l’uso di moduli dove i clienti possono lasciare dei commenti, decidere se concedere i pasti agli impiegati oppure no, aggiungere compiti di inventario o, semplicemente, licenziare le persone. Cambiando la forma di un ristorante, il capo può cambiare gli schemi di comunicazione, socializzazione e diminuire così l’opposizione dei dipendenti. Ma la nuova forma sarà la base sula quale cui nasceranno nuovi gruppi di lavoro e la nuova opposizione. In generale, una volta che siamo più coscienti della solidarietà che c’è tra di noi, più difficile sarà danneggiarla.

Il capo ha dalla sua parte il controllo sul processo di produzione, i soldi, il peso dei pregiudizi, la tradizione, l’isolamento, l’inerzia, e infine la legge e la polizia. Noi abbiamo solo gli uni gli altri.


LAVORATORI, MANAGEMENT E AUTOGESTIONE
La società delle classi ha una determinazione tremenda, una grande capacità di gestire la “sovversione” per fare icone dei suoi iconoclasti, per ricavare sostegno da chi vorrebbe strangolarla.
Maurice Brinton

La lotta contro il nostro lavoro al ristorante è anche una lotta contro il modo in cui il lavoro è organizzato —contro la divisione e la gerarchia del lavoro. Ad un livello più quotidiano, per esempio, spesso ci interessiamo al lavoro di altri colleghi. Nei momenti morti, una cameriera annoiata preparerà un piatto semplice nella cucina, mentre il lavapiatti farà domande sulla differenza tra diversi tipi di vino. Il fatto che il processo di lavoro sia così parcellizzato e specializzato ci risulta strano e innaturale, e vogliamo andare oltre. Per formare qualsiasi gruppo di lavoro, dobbiamo trattarci gli uni con gli altri allo stesso modo. Questo incomincia ad avere un impatto sulla divisione che esiste tra lavoratori qualificati e non, e sulla gerarchia al suo interno.

In un qualsiasi ristorante, i dipendenti devono essere in grado di gestire il lavoro in gran parte da soli.

Dobbiamo essere in grado di assegnare priorità ai compiti, così come comunicare e coordinarci con altri lavoratori. Nei ristoranti più piccoli, a volte il capo addirittura va via e ci lascia a gestire tutto da soli. Per questo il nostro risentimento verso il lavoro spesso prende la forma di una critica del modo in cui il ristorante viene gestito. Ci lamentiamo che il padrone del ristorante “non ha classe”, che compri ingredienti poco costosi o che serva cibo quasi marcio. Facciamo commenti su come sarebbe diverso se fossimo noi i gestori del posto. Ci facciamo le nostre idee personali su come il cibo dovrebbe essere cucinato e servito, e su quanto dovrebbero costare le cose.

Questo è causa di costante di conflitto, ma è anche facilmente usato dal capo a proprio vantaggio. Spesso il capo, semplicemente, vi dà modo di realizzare il vostro desiderio di gestire le cose da soli. Più disorganizzato e inefficiente è il ristorante, più questo accade. Il capo lascia che l’hostess se la veda da sola con i clienti difficili. Non compra abbastanza scorte o non aggiusta i macchinari, e noi dobbiamo riparare le macchine o procurarci le provviste da soli. Il capo lascia un cuoco da solo con 10 ordini contemporaneamente, o una cameriera con 10 tavoli alla volta e le dice “te la caverai”. E finiamo per essere noi a dover forzare noi stessi invece di essere messi sotto pressione direttamente da qualcun altro. Infatti, essere un buon impiegato in un ristorante vuol dire in parte aver fatto proprio il ritmo di produzione, ed essere capace di sforzarsi abbastanza, così che il management non dovrà farlo. In queste situazioni, cerchiamo di aiutarci a vicenda e facciamo piccole parti del lavoro degli altri —la nostra solidarietà coi nostri colleghi è usata contro di noi per farci lavorare di più.

Alcuni lavoratori di ristoranti hanno fatto un’ideologia della lotta contro il modo in cui il lavoro è organizzato. Hanno creato delle cooperative dove non esiste un capo. Svolgono il normale lavoro e allo stesso tempo prendono le decisioni che in genere spetterebbero al management. In questi ristoranti, i lavoratori non devono più sottostare al potere arbitrario del capo. Spesso la divisione del lavoro e gli aspetti peggiori del servizio al pubblico vengono eliminati. A volte questi ristoranti servono cibo vegano, vegetariano, biologico, “equo e solidale” o coltivato in quella zona.

In realtà, questi lavoratori dimenticano che la divisione del lavoro esiste perché aiuta a fare soldi in modo più efficiente. Il capo non è una testa di cazzo per nessuna ragione. Il capo è sotto la forte pressione che viene dall’esterno. Deve mantenere il proprio denaro in movimento, fare più soldi. Deve competere e fare profitto, o il suo business non sopravviverà. I lavoratori in un ristorante autogestito, come alcune piccole attività a gestione familiare, non hanno eliminato la figura del capo.

Hanno semplicemente unito la figura del capo con quella del lavoratore. Non importa quali siano i loro ideali, il ristorante è ancora intrappolato nell’economia. Il ristorante può continuare a vivere solo facendo profitto. Il lavoro è ancora stressante e ripetitivo, solo che adesso i lavoratori sono manager di se stessi. Devono forzare il lavoro su se stessi e sugli altri. Questo significa che i lavoratori in un ristorante autogestito spesso lavorano più a lungo e di più e sono pagati perfino meno che nei normali ristoranti. Se questo non succede, infatti, il ristorante autogestito non fa profitto e non sopravvive a lungo.

Più frequente dell’autogestione è il caso in cui il management risponde alla lotta dei lavoratori cercando di creare una sorta di comunità all’interno del ristorante. Sanno che gli impiegati che lavorano insieme in un ristorante formeranno dei gruppi. Invece di incoraggiare isolamento e pregiudizio, incoraggiano una comunità— ovviamente una comunità che includa il management del ristorante. Questo succede più di frequente in ristoranti piccoli, dove gli impiegati magari sono parenti tra di loro o col management. Il capo magari spiega come sia duro il business, specialmente per un piccolo ristorante indipendente come il suo. Il capo magari è gay o una donna o appartiene a una minoranza etnica e cerca di creare una sorta di comunità intorno a questa identità. Il ristorante magari non vende certe marche, potrebbe vendere solo cibo “equo e solidale”, biologico e vegetariano.

In qualsiasi caso, la funzione è indebolire la lotta di classe. L’idea è che invece di combattere semplicemente per i propri interessi, cosa che ci porrebbe naturalmente in conflitto col management, dovremmo tenere in considerazione il punto di vista di quest’ultimo. Possiamo avere dei problemi, ma anche il nostro capo ne ha, e dobbiamo raggiungere un qualche compromesso-- un compromesso che finisce con noi che lavoriamo per lui. Diversamente dalle mance, questo è semplicemente un modo ideologico per legare i lavoratori al lavoro, e tende ad essere meno efficace. Tuttavia, quando i lavoratori credono di stare lavorando per una buona causa, il management ha un potere enorme su di loro.

Con l’autogestione, così come con la comunità che include il management, ci si aspetta che siamo noi ad imporre il ritmo di lavoro su noi stessi e gli uni sugli altri. Entrambe sono risposte alla nostra lotta che alla fine creano ancora più alienazione. Il nostro problema con i ristoranti va molto più a fondo del modo in cui sono gestiti. E non possiamo risolvere i nostri problemi collaborando con il management.


I SINDACATI
La rappresentanza della classe dei lavoratori è diventata il nemico della classe dei lavoratori.
Guy Debord

Via via che la nostra lotta diventa più forte e iniziamo a cercare modi più visibili ed eclatanti di combattere, entrano in gioco i sindacati. In generale, i ristoranti non hanno oggi e non hanno mai avuto dei sindacati. Qualora ci siano stati dei sindacati, hanno seguito lo stesso percorso dei sindacati di altre industrie, ma con meno successo.

I ristoranti spesso hanno un turnover molto alto. La gente resiste solo pochi mesi. Ci lavorano un sacco di giovani in cerca solo di un ‘occupazione part-time o temporanea. Lavorare in un ristorante non è considerata un’occupazione desiderata, e la gente cerca sempre di trovarsi un lavoro migliore. Ciò rende la nascita di sindacati stabili molto difficile. Ma questo stato delle cose è allo stesso tempo risultato e causa di un’industria priva di sindacati. Molte industrie erano così prima che i sindacati divenissero forti. Nelle industrie dove i sindacati sono forti, i datori di lavoro sono stati obbligati a smettere di usare il potere di impiegare, licenziare e cambiare le mansioni a loro piacimento. I lavoratori diventano forti e difendono questa inflessibilità.

I ristoranti, come molte altre aree dell’industria dei servizi, devono andare dove c’è la domanda. Non possono concentrarsi in distretti industriali in una parte del paese. I lavoratori di un ristorante tendono ad essere diffusi sul territorio, lavorando per migliaia di piccoli titolari di ristoranti, invece che per pochi grandi. Ciò significa che dobbiamo gestire migliaia di reclami diversi e non è facile organizzarsi insieme.

Inoltre, sebbene i ristoranti si trovino dappertutto e costituiscano una grande fetta dell’attività economica, non rappresentano un settore decisivo. Se un ristorante va in sciopero, ciò non causa una reazione a catena che distrugge le altre aree dell’economia. Se i camionisti vanno in sciopero, non solo il business dell’azienda di trasporti viene distrutto, ma anche i negozi di alimentari, i centri commerciali e tutti quelle attività che dipendono dalle merci che i camion trasportano. Se un ristorante è in sciopero, l’effetto principale è che altri ristoranti in quell’area faranno più affari. Questo ci mette in una posizione di debolezza, e quindi sarà meno probabile che i datori di lavoro ci concedano stipendi più alti in cambio di una produzione garantita, come può invece accadere in altre industrie più critiche.

I primi lavoratori di ristoranti lottarono per la giornata lavorativa di 10 ore, la settimana lavorativa di 6 giorni e la fine del “sistema vampiro” nell’impiego del personale (dove i lavoratori di un ristorante andavano in un caffè e veniva loro concesso un lavoro a patto che spendessero un sacco di soldi per un cocktail o che pagassero una mazzetta al titolare del caffè). Queste lotte presero molte forme diverse. C’erano sindacati d’élite di arti e mestieri che cercavano solo di coinvolgere camerieri e cuochi. C’erano sindacati industriali che coinvolgevano nello stesso sindacato chiunque lavorasse in un ristorante o in un hotel. Alcuni, come i Lavoratori Industriali del Mondo, si rifiutarono persino di firmare contratti con i datori di lavoro. Ci furono anche azioni da parte di lavoratori di ristoranti che non facevano parte di nessun sindacato o di alcuna organizzazione.

I datori di lavoro all’inizio si scontrano con i sindacati, cercando crumiri da far lavorare e usando dipendenti di società di sicurezza private e poliziotti per picchiare i lavoratori in sciopero. Infatti temevano che qualsiasi rappresentanza dei lavoratori diminuisse i loro profitti. Via via che i sindacati crescevano però, i datori di lavoro furono obbligati a negoziare con loro. I datori di lavoro usarono ciò a loro vantaggio.

Diventare membro di un sindacato è diventato un diritto riconosciuto in molti posti. Sono state scritte leggi per le procedure di negoziazione con i sindacati. I rappresentati dei lavoratori sono stati riconosciuti. Tutta una serie di conquiste dei sindacati sono state poi usate contro i lavoratori.

Le quote sindacali erano trattenute direttamente dalla busta paga dei lavoratori. Lo scopo era rendere più facile la partecipazione di tutti i lavoratori di una particolare organizzazione, ma serviva anche per far si che il sindacato dipendesse di meno dai propri membri. I sindacati svilupparono una burocrazia di organizzatori e personale retribuito. Il fatto di avere del personale retribuito faceva si che sindacalisti e negoziatori non fossero sotto la pressione del management o non potessero essere licenziati. Ma significava anche che non erano facilmente controllabili dai lavoratori. Il personale retribuito non va a lavorare. Ha interessi diversi e, a volte, in diretto conflitto con quelli dei lavoratori. Il contratto, per cui si è tanto lottato, spesso includeva vere vittorie per i lavoratori. I datori di lavoro concessero stipendi più alti, più sicurezza, e migliori condizioni in cambio della garanzia di non fare scioperi per tutta la durata del contratto. Il management accettò di pagare di più, e di perdere parte del controllo, al fine di mantenere una produzione continuativa. Il sindacato fu poi messo nella posizione di far rispettare il contratto ai lavoratori.

I sindacati sono diventati l’istituzione per la negoziazione tra management e lavoratori. Combattono per mantenere questa posizione. Organizzano i lavoratori e ci mobilitano contro il management in maniera controllata. Hanno bisogno delle quote associative e dei contratti. Ma quando il malcontento dei lavoratori va fuori dal loro controllo, lo combattono. Sono delle burocrazie che cercano di mantenersi. Oggi i lavoratori desiderano far parte di un sindacato, allo stesso modo in cui desiderano avere un buon avvocato, ma non consideriamo i sindacati come nostri e, spesso, siamo scettici nei loro confronti così come lo siamo riguardo a politici e gruppi di sinistra.

La nascita e caduta del movimento sindacale non è qualcosa che è successo solo una volta nella storia. È una dinamica che si ripete all’infinito nelle lotte sindacali. Ancora una volta le nuove generazioni di lavoratori formano dei sindacati. Movimenti di base cambiano i sindacati dall’interno. I nuovi leader sindacali radicali rimpiazzano i vecchi lupi, ma quando si trovano nella stessa posizione, sotto le stesse pressioni, reagiscono allo stesso modo. In questo modo la burocrazia si rinnova. A volte la lotta per “riformare il nostro sindacato” prende persino il posto della lotta contro il capo. Nel frattempo, la produzione continua a generare buoni profitti.

Tutto ciò può essere osservato nei sindacati dei ristoranti, ma non in maniera drammatica come in altri sindacati. Nella maggior parte dei casi, i padroni dei ristoranti sono riusciti con successo semplicemente a sopprimere le campagne per la formazione dei sindacati.

I sindacati sono formati dai lavoratori, ma non sono i lavoratori. I sindacati rappresentano i lavoratori solo all’interno del processo produttivo. Sebbene possano indire scioperi e perfino andare contro la legge, il loro punto di inizio e di fine siamo noi al lavoro. Alcune volte possono aiutarci a ottenere paghe e condizioni migliori. Ma altrettante volte si oppongono persino a lotte di base. E alla fine diventano un ostacolo.

I sindacati dei ristoranti hanno bisogno dei ristoranti per esistere. Noi no.


UN MONDO SENZA RISTORANTI
È solo quando la routine quotidiana della lotta di classe scoppia in azioni di violenza contro la borghesia (il lancio di un uomo di spicco da una finestra, lo scontro con la polizia ai picchetti di massa, ect), attività che hanno bisogno dell’esercizio aperto delle loro energie creative, che i lavoratori si sentono umani. Di conseguenza, il ritorno da un picchetto alla lotta di classe clandestina è ancora più frustrante che se lo sciopero non fosse mai avvenuto. Lo sviluppo molecolare di queste offensive e ritirate può esplodere solo nella rivoluzione che permetterà alla classe dei lavoratori di usare le proprie energie creative non solo per distruggere le vecchie relazioni di produzione ma anche per stabilire nuovi legami sociali di carattere positivo e creativo.
Ria Stone

Le condizioni che creano tanto lavoro e tanta noia in un ristorante sono le stesse che creano “legge ed ordine” e sviluppo in alcuni paesi, e guerre, carestie, e povertà in altri. La logica che ci pone gli uni contro gli altri come lavoratori, o ci lega al management in un ristorante, è la stessa logica dietro ai diritti dei cittadini e alla deportazione degli “illegali”. Il mondo che ha bisogno di democrazie, dittature, terroristi e polizia, ha anche bisogno di ristoranti di lusso, fast food, camerieri e cuochi. Le pressioni che sentiamo ogni giorno sono le stesse che scaturiscono nelle crisi e nei disastri che interrompono la vita quotidiana. Sentiamo il peso dei soldi dei nostri capi che vogliono muoversi ed espandersi.

Un ristorante viene costruito da e per il movimento del capitale. Siamo portati all’interno del processo di produzione ed esistiamo come lavoratori di un ristorante proprio a causa di questo movimento. Ma noi prepariamo il cibo e lo vendiamo. Il movimento del denaro dei nostri capi non è nient’altro che la nostra attività trasformata in qualcosa che ci controlla. Affinché la vita sia sopportabile, combattiamo questo processo, e i capi che ne traggono profitto.

L’impulso di combattere il lavoro e il management è immediatamente condiviso. Via via che combattiamo per modificare le nostre condizione di vita, vediamo che altre persone stanno facendo lo stesso. Per ottenere qualsiasi cosa, dobbiamo combattere fianco a fianco. Se cominciamo a rompere le divisioni tra di noi, anche i pregiudizi, le gerarchie, e i nazionalismi inizieranno a indebolirsi. Via via che costruiamo fiducia e solidarietà, diventiamo più combattivi e osiamo di più. Più cose diventano possibili. Ci organizziamo di più, diventiamo più sicuri, più distruttivi e più potenti.

I ristoranti non sono strategici. Non sono il fulcro della creazione del valore dell’economia capitalista. Sono solo uno dei campi di battaglia della lotta di classe internazionale di cui tutti facciamo parte, che ci piaccia o no.

In Spagna, nel giugno del 1936, milioni di lavoratori si attrezzarono e presero il controllo dei loro luoghi di lavoro. I lavoratori dei ristoranti presero il controllo dei ristoranti dove lavoravano, abolirono le mance, e usarono i ristoranti per sfamare le milizie di lavoratori che andavano a combattere contro le armate fasciste. Ma i lavoratori in rivolta non andarono molto oltre, e lasciarono lo stato intatto. Il partito comunista presto prese il controllo del governo e della polizia, mise in prigione o ammazzò i lavoratori radicali e molte delle vittorie della rivoluzione vennero usate contro i lavoratori. In un anno, i ristoranti erano quasi tornati alla loro normalità, e i camerieri ripresero a ricevere mance, questa volta dai leader del partito.

Ogni volta che attacchiamo questo sistema senza distruggerlo, il sistema cambia, e di riflesso cambia noi e il terreno per la prossima lotta. Le vittorie vengono usate contro di noi, e ci ritroviamo di nuovo bloccati nella stessa situazione: al lavoro. I capi cercano di farci cercare soluzioni individuali, o soluzioni all’interno di un singolo posto di lavoro o di un singolo commercio. L’unico modo in cui possiamo liberarci è estendere e approfondire la nostra lotta. Coinvolgiamo lavoratori di altri luoghi di lavoro, altre industrie, e altre regioni. Andiamo all’attacco di cose sempre più fondamentali. Il desiderio di distruggere i ristoranti diventa il desiderio di distruggere le condizioni che creano i ristoranti.

Non stiamo lottando solo per essere rappresentati o avere il controllo del processo di produzione. La nostra lotta non è contro l’atto di tagliare le verdure o lavare i piatti o versare la birra o perfino servire del cibo ad altre persone. È contro il modo in cui tutti queste azioni sono messe in pratica in un ristorante: separate le une dalle altre, esse diventano parte dell’economia, e sono usate per l’espansione del capitale. Il punto di inizio e fine di questo processo è una società di capitalisti e persone che sono obbligate a lavorare per loro. Stiamo combattendo per un mondo dove la nostra attività produttiva soddisfi un bisogno e sia espressione delle nostre vite, e non siamo costretti a svolgerla in cambio di uno stipendio. Un mondo dove produciamo gli uni per gli altri direttamente e non per vendere gli uni agli altri. La lotta dei lavoratori dei ristoranti è, alla fine, lotta per un mondo senza ristoranti o lavoratori.

Questa è la direzione verso la quale spingiamo ogni giorno.
Dobbiamo spingere più forte e meglio.
Nulla ci deve essere d’ostacolo.

Note
1 Termine francese usato per indicare le lumache cucinate
2 Nella versione originale inglese questa frase viene espressa con il termine “cut corners” che significa svolgere una mansione in maniera più facile, veloce e poco costosa.
3 Questa sezione si riferisce soprattutto alla situazione dei camerieri negli Stati Uniti dove le mance sono obbligatorie e spesso gli impiegati sono pagati meno del minino sindacale sulla base del fatto (falso) che le mance vadano a sostituire la parte di stipendio non corrisposto . Questa sezione è quindi poco rilevante per l’esperienza italiana.
4 Negli Stati Uniti una volta ordinata una tazza di caffè, si può chiedere alla cameriera di riempirla altre volte, di solito senza dover pagare.

Estratto dell'articolo "Maggioranza e Minoranza"

Noi non vogliamo imporre niente a nessuno, ma non intendiamo sopportare imposizioni di alcuno.
Felicissimi di veder fare da altri quello che non potremo far noi, pronti a collaborare cogli altri in tutte quelle cose quando riconosciamo che da noi non potremmo far meglio, noi reclamiamo, noi vogliamo, per noi e per tutti la libertà di propaganda di organizzazione di sperimentazione
La forza bruta, la violenza materiale dell’uomo contro l’uomo deve cessare di essere un fattore della vita sociale.
Noi non vogliamo, e non sopporteremmo gendarmi, nè rossi, nè gialli, né neri. Siamo intesi?
[cit. Umanità Nova anno I, n 168, Milano il settembre 1920.]