venerdì 24 maggio 2013

Colombia: carceri della miseria e miseria delle carceri - Prima Parte

da PortalOaca  (tradotto da NexusCo)

"Si dice spesso che nessuno sa veramente come sia una nazione fino a quando non è stato dentro le sue carceri. Una nazione non dovrebbe essere giudicata da come tratta i suoi cittadini di alto rango, ma dal modo in cui tratta i più poveri."
La lunga strada verso la libertà
Nelson Mandela

"Non avevo mai visto l'interno di quella prigione orribile che negli anni successivi mi era così familiare. Dopo aver camminato attraverso passaggi oscuri e su e giù per le scale sporche, ci troviamo in una lunga stanza il cui tetto lo tocchiamo con le mani. La triste luce crepuscolare passa per quell'orrendo, nero e fetido antro. Appoggiai le mie mani sul muro e le ritirai con stupore: la parete era decorata con sputi sanguinolenti [...] C'erano lebbrosi, tisici, rognosi, storpi, mutilati, guerci, ciechi, sordi, muti, paralitici, coperti da piaghe, sifilitici, gobbi, idioti... un deposito terribile di carne malata grondante di pus e sporcizia. I tisici tossivano. Le mosche ronzavano. Un vapore denso e fetido sopraffaceva il più forte. I nervi si allentavano in quell'anticamera della morte [...]"


cárcelQuesta testimonianza dell'anarchico messicano Ricardo Flores Magon, è un racconto sulle sue prime esperienze di carcere, quando, studente presso la Scuola Nazionale Preparatoria, era stato arrestato nel 1892 per aver partecipato ad un movimento di opposizione alla rielezione del dittatore Porfirio Diaz. Da allora, avrebbe passato gran parte della sua vita in prigione -sia in Messico che all'estero-, dove, infine, morì improvvisamente nel 1922, poco dopo aver respinto l'indulto gli aveva offerto il governo degli Stati Uniti. Era in uno dei carceri statunitensi a scontare una condanna di 20 anni.

Se ci dovessimo appellare ai principi per la tutela delle persone sotto qualsiasi forma di detenzione o imprigionamento adottata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite -la risoluzione 43/173 del 9 dicembre 1988 in cui si garantisce che "Tutte le persone sottoposte a qualsiasi forma di detenzione o prigionere, devono essere trattate con umanità e con il rispetto dovuto alla dignità della persona umana"-, non direi che le situazioni descritte dal rivoluzionario Magòn di 120 anni fa, fanno parte di un passato lontano.

Tuttavia, nulla potrebbe essere più lontano dalla realtà; l'esistenza delle prigioni -come quelle che gli USA mantengono in territori occupati come Iraq, Afghanistan e quella della Baia di Guantanamo (Cuba), dove, con il pretesto di combattere il terrorismo, conserva più di un centinaio di prigionieri in isolamento, senza processo e sottoposti alle più crudeli torture e trattamenti inumani e degradanti-, è la prova inconfutabile del ruolo che le carceri servono come strumento di repressione politica e di controllo sociale.


Sistema penitenziario colombiano: tra pene neoliberiste e terrorismo di Stato
Recenti episodi, come quelli che si sono verificati nel carcere di Comayagua (Honduras), dove sono stati bruciati vivi circa 400 prigionieri, o la violenza che ha causato la morte di 58 persone nel carcere di Uribania (Stato di Lara, Venezuela), o nel carcere di Apodaca (Nuevo León, Messico), dove con la complicità delle guardie, 30 membri dei zetas sono fuggiti, uccidendo 44 detenuti, indica uno schema ricorrente della violenza che sembra dare ragione ad Harold Thompson: "le carceri -dice l'anarchico statunitense che visse gli ultimi trenta anni della sua vita in carcere-, sono istituzioni progettate per dare lezioni di violenza attraverso l'abuso di quelli confinati in esse. "

Anche se il sistema carcerario nelle società moderne è concepito come uno spazio per riformare il colpevole e prevenire il ripetersi di atti antisociali ("risocializzazione"), nella pratica funziona come apparato punitivo dello Stato che fa prevalere, sopra ogni principio umanista, i criteri della vendetta, consentendo anche a salvaguardare il sacrosanto principio della proprietà privata, che rende tutta questa strada in salita facile da percorrere -per mezzo della criminalizzazione della povertà-, in quanto si risolvono i gravi problemi sociali insiti nel capitalismo: "La povertà, la disoccupazione, la tossicodipendenza , la malattia mentale e l'analfabetismo," scrive Angela Davis, "sono solo alcuni dei problemi che scompaiono alla vista del pubblico, in quanto vengono relegati in gabbie."

In questo senso, la situazione carceraria colombiano porta somiglianze con altre prigioni del continente. Non è sorprendente che il sovraffollamento, la corruzione, la privazione dei servizi di base come l'acqua e la luce, la cattiva alimentazione, la mancanza di cure mediche e le cattive condizioni per i detenuti, siano all'ordinare del giorno. Come nota la Commissione Interamericana per i Diritti Umani (CIDH), uno dei settori della popolazione più vulnerabili in America Latina sono quelli dentro le carceri. [1]

Ma mentre le carceri del paese condividono modelli più o meno simili con il resto del continente, in Colombia la crisi carceraria è incorporata nelle complesse dinamiche del conflitto sociale e armato che attraversa il Paese da più di mezzo secolo; e non sfugge l'azione criminale di un apparato statale che ha ricorso, storicamente, all'uso sistematico della violenza per reprimere l'opposizione politica e sociale e mettere a tacere le espressioni del pensiero critico. Così, il sistema carcerario colombiano gioca un ruolo importante: come strumento giuridico per lo smantellamento delle organizzazioni sociali e come bavaglio per la protesta sociale.

La presenza di ufficiali della polizia nella direzione dell'Instituto Nacional Penitenciario y Carcelario (INPEC) [2], e in alcuni centri di detenzione, così come l'esistenza di organismi specializzati -tra cui il Grupo de Reacción Inmediata (GRI) e il Comando Operativo de Remisiones de Especial Seguridad (CORES)- che svolgono funzioni repressive e anche compiti di guardie del corpo. Tutto ciò è in linea con i privilegi offerti dalla giustizia distorta a coloro che hanno il potere. 


Il carcere non elimina i problemi sociali, ma elimina gli esseri umani
Secondo i dati forniti dall'Instituto Nacional Penitenciario y Carcelario (INPEC), ci sono attualmente 114.772 detenuti, quando la capienza massima delle carceri colombiane è di 75.000; con ciò, si sottolinea questo grave sovraffollamento. Recentemente, è stato sospeso un trasferimento di 56 detenuti al carcere Modelo di Bogotà, un centro di detenzione che, secondo i dati della stessa INPEC, ha 7230 detenuti, quando la sua capacità interna è di 2850. Il ché significa una sovrappopolazione del 153%, ovvero di una cifra che supera di gran lunga la critica rispetto ai livelli stabiliti dalle norme internazionali.

La relazione sostiene che la decisione del non trasferimento presa dal giudice, è stata fatta perchè si è accorto che molti detenuti dovevano dormire rannicchiati nei corridoi, nelle scale e negli spazi per attività di gruppo, oltre a dover mangiare con le mani e lavare i piatti negli orinatoi. Nonostante la forza di questi fatti, l'Alta Corte di Bogotà, presieduta dal giudice Jorge Enrique Vallejo, ha presto annullato tale sentenza ricorrendo a una serie di cavilli giudiziari.

Tuttavia, la situazione del carcere Modelo non è la più critica; in altri luoghi di detenzione come Villahermosa (Cali), il sovraffollamento ha raggiunto livelli allarmanti in quanto ha all'interno 5855 detenuti su una capacità di soli 1.667; lo stesso a Bellavista (Medellin) dove vi sono 7461 detenuti in un carcere dove la capacità massima è di 2424. Se aggiungiamo al fatto che non vi sono infrastrutture adeguate, non dimentichiamo la tragedia perenne che vi è di Comayagua. Il sovraffollamento favorisce la diffusione di epidemie e malattie infettive; questo è uno dei problemi strutturali che la popolazione carceraria vive, aggravato dal fatto che vi è la mancanza di personale medico specializzato e anche di farmaci [3].

In una lettera alla CIDH, un portavoce del Movimiento Nacional Carcelario (MNC), Tulio Ávila Murillo, ha denunciato le condizioni disumane in cui i detenuti in Colombia vivono, oltre ad osservare come "in un anno sono morti 80 detenuti nel più totale abbandono, senza assistenza medica; ma la cosa peggiore è che tutto ciò avviene nell'assoluta impunità [...] l'impotenza, lo sgomento e il dolore misto a disperazione nel vedere che i nostri compagni e compagne in carcere, ogni giorno, lentamente muoiono come animali chiusi in gabbia, nella più totale vergogna e miseria delle carceri, amministrate da un'istituzione corrotta dai lucrosi contratti privati [...]" [4]

Il fatto più recente si è verificato lo scorso 9 aprile nel carcere di "Picaleña" (Ibague, Tolima), con la morte, a causa della mancanza di tempestive cure mediche, del prigioniero politico Juan Camilo Lizarazo, che mesi prima aveva chiesto alle autorità carcerarie delle cure mediche urgenti. Il suo caso si aggiunge a quelle di centinaia di prigionieri politici e di guerra che sono morti nelle carceri colombiane, a causa della negligenza dello Stato colombiano e in aperta violazione delle norme costituzionali che garantiscono la tutela del diritto alla vita.

E' ancora più critica la situazione delle donne in carcere: esse sono particolarmente vulnerabili, specialmente quando sono in avanzato stato di gravidanza o in condizione di allattamento, perché gli effetti negativi della detenzione, sono ripartiti lungo la salute fisica ed emotiva dei loro figli; nelle carceri mancano sezioni come ginecologica, pediatrica e medicina generale, ovvero quelle sezioni che possono soddisfare le loro esigenze, così come gli ambienti adatti per il soggiorno dei bambini. La minaccia di separazione dai loro figli, è un'arma utilizzata dalle autorità carcerarie per costringere le madri all'obbedienza.

Va notato, tuttavia, che non tutti i detenuti sono trattati allo stesso modo: mentre i prigionieri politici sono trattenuti da ordinanze di rimessione per cure mediche specialistiche, nelle sale della cosiddetta "para-politica", "giustizia e pace", dove convivono politici nazionali, regionali e noti narcotrafficanti condannati per corruzione, paramilitarismo e crimini contro l'umanità, abbondano i permessi per le visite mediche e dentistiche, permettendo loro di trascorrere alcuni giorni di visita ai parenti al di fuori del carcere o svolgere altre attività. Questo per non parlare dei presidi militari, dove gli ufficiali arrestati godono di tutti i lussi e i benefici che per un criminale comune sarebbero impensabili.

Continua...

Note
[1] Cfr. Comisión Interamericana de Derechos Humanos (CIDH). Informe sobre los derechos humanos de las personas privadas de libertad en las Américas. OEA, 2011.

[2] Attualmente, la direzione generale dell'INPEC è gestita dal generale di brigata Gustavo Adolfo Ricaurte, che in precedenza aveva servito come comandante della forza della polizia metropolitana di Calì e Comandante della Polizia Regionale n° 4, che comprende i dipartimenti di Valle del Cauca, Cauca, Nariño e la città di Santiago de Cali; all'inizio di quest'anno ha annunciato la sua sostituzione con il colonnello Gustavo Moreno, ma in quei giorni, l'ufficiale di polizia, ex addetto militare a Washington, è stato coinvolto nella morte di un'imprenditore e sono in corso le indagini. Ciò ha portato alla conferma di Ricaurte.

[3] L'attuale crisi umanitaria nelle carceri non è un problema ciclico; la Corte costituzionale aveva stabilito a tal merito, nella sentenza T-153 del 1998, che "Le condizioni di vita nelle carceri colombiane violano chiaramente la dignità dei prigionieri e minacciano gli altri dei loro diritti, come la vita e l'integrità fisica, il diritto alla famiglia, ecc. Nessuno direbbe che nelle carceri vi siano dei lavori risocializzazione. Al contrario, la situazione sopra descritta, tende piuttosto a confermare il luogo comune che le prigioni sono scuole di crimini, generando violenza e corruzione."

[4] Lettera aperta di Tulio Murillo Ávila “Alonso” Prisionero Político y de Guerra Complejo Carcelario de Ibagué- Tolima. 28 Agosto del 2012 (vedere: http://www.traspasalosmuros.net/node/1244)

L'accettazione del potere come negazione dell'anarchismo - Seconda Parte

Prima Parte

Bakunin di fronte al potere
Per Bakunin, la distinzione tra autorità sociale e potere politico si manifesterà chiaramente nei suoi scritti. Le persone dovrebbero riconoscere che sono soggetti all'autorità delle leggi della natura, ma non a quella dell'autorità degli uomini.
"Segue da ciò che io respinga ogni autorità? Lungi da me questo pensiero. Allorché si tratta di stivali, ricorro all'autorità del calzolaio; se si tratta di una casa, di un canale o di una ferrovia, consulto quella dell'architetto o dell'ingegnere. Per ogni scienza particolare, mi rivolgo a chi ne è cultore. Ma non mi lascio imporre né il calzolaio, né l'architetto, né il sapiente". Questo è ciò che scriva in Dio e lo Stato. L'autorità degli uomini non sono infallibili, né inevitabili, né inesorabili. Alcune persone possono conoscere o sapere qualsiasi scienza specifica, ma la loro conoscenza è un qualcosa di provvisorio e limitato perchè nessuna intelligenza "potrebbe abbracciare il tutto. Dal che deriva, per la scienza come per l'industria, la necessità della divisione e dell'associazione del lavoro. Ricevo e do, ecco la vita umana. Ognuno è autorità dirigente e ognuno a sua volta è diretto. Non dunque autorità fissa e costante ma uno scambio continuo di autorità e di subordinazione vicendevoli, temporanee e soprattutto volontarie".

Quando un'autorità si impone in quanto unto di Dio o della scienza superiore di un gruppo di saggi, si converte in potere e si apre il divario tra governanti e governati. La massima espressione di questo potere organizzato è l'istituzione dello Stato. Sulla natura del potere vi è "l'incapacità di sopportare un superiore o un pari, perché il potere non ha altro oggetto che il dominio, e la dominazione non è reale più di quando sta a sottomettere tutto quello che la ostacola; nessun potere ne tollera un altro se non quando è costretto a farlo, cioè quando si sente impotente per distruggerlo o rovesciarlo"(Il principio dello Stato, Dio e lo Stato). In effetti, per Bakunin, il potere politico e l'autorità politica hanno sempre una dimensione negativa, egoistica, sfruttatrice e oppressiva, mentre l'autorità sociale può avere un carattere creativo, interattivo, autogestito. E questo è possibile solo se ogni persona è autonoma, libera e si governa da sè, cioè senza tenere o farsi sottomettere da nessun autorità o potere.

La naturalezza istintiva di questo comportamento rivela un lato oscuro dell'umanità, "un istinto carnivoro, completamente brutale e selvaggio", presentato in una forma idealizzata e nobile, come strumento della ragione e del bene pubblico "ma che è ancora in sostanza nocivo, e diventa ancora più dannoso quando, grazie all'applicazione della scienza, estende il suo orizzonte e intensifica il potere della sua azione."

Bakunin non fa un rifiuto cieco o una negazione della volontà del potere in ogni individuo; al contrario, riconosce la sua esistenza e la sua inevitabilità. "L'esperienza dimostra che il potere della volontà è lontana dall'essere il potere per il bene: i più grandi criminali, i criminali di alto grado, sono dotati a volte di una maggiore forza di volontà e, d'altra parte , vediamo abbastanza spesso degli uomini eccellenti, buoni, discreti, pieni di sentimenti benevoli, che sono privi di tale potere"(Cappelletti p. 146). Tuttavia, questa determinazione negativa si sviluppa quando le condizioni sociali rendono possibile l'emergere di un gruppo con la capacità di opprimere e sfruttare il resto: "La crescita dell'istinto del potere è determinato dalle condizioni sociali. E inevitabilmente questo elemento maledetto si incontra come istinto naturale in tutti gli uomini, senza eccezione alcuna. Tutti portiamo dentro di noi i semi di questa passione per il potere, e ogni germe, come sappiamo dalle leggi fondamentali della vita, si sviluppa e cresce ogni volta che trova condizioni favorevoli nel loro ambiente. Nella società umana, queste condizioni sono la stupidità, l'ignoranza, l'indifferenza, l'apatia e le abitudini servili delle masse -perché potremmo dire giustamente che sono le masse stesse che producono questi sfruttatori, oppressori, tiranni e assassini dell'umanità delle quali sono vittime ". Questa vocazione del potere, che è naturale per la specie umana, è ciò che impedisce qualsiasi forma di governo popolare, e che tutte le persone che si dotano del potere, diventano oppressori e sfruttatori delle masse. E' -sostiene Bakunin- radicato nella natura corruttrice del potere. Anche se il potere è esercitato in nome della ragione e della scienza, coloro che lo possiedono, non differiscono da quelli che lo hanno fatto in nome di Dio.

A questo punto sarà Bakunin a differenziarsi dai filosofi illuministi e sostenitori della teoria del Contratto Sociale che "proclama la teoria minacciosa e inumana del diritto assoluto dello Stato, mentre gli assolutisti monarchici la supportano, con maggiore conseguenza logica, nella grazia di Dio. Sia i liberali che i rivoluzionari, rendono un culto del potere assoluto, al fine di preservare i propri privilegi di classe. Questo vale anche per il sistema democratico, che per Bakunin è una contraddizione in termini: "Dove tutti governano, non ci sono governati, e non c'è lo Stato", mentre il potere dello Stato è "il potere del popolo nel suo complesso, ma organizzato a scapito del popolo e in favore delle classi privilegiate." Questa concezione del potere non corrisponde alla ristretta idea di potere che gli attribuisce Roca Martinez. Il potere, Roca, lo identifica esclusivamente con la coercizione.

Il fondamento teorico di questo sistema democratico si riferisce al modello giusnaturalista che prende la libertà individuale come fattore antecedente alla società e non come un prodotto storico della società. Lo Stato e la società si confondono così nella stessa struttura, mentre gli individui sono una massa rannicchiati di atomi liberi che li forma. Questa idea -la cui esacerbazione è la teoria liberale- prende l'uomo come un qualcosa che, secondo Bakunin, "non è ancora pienamente se stesso, un essere intero e in qualche modo assoluto ma che lo tiene fuori dalla società. Essere liberi al di sopra e al di fuori della società, forma necessariamente questo ultima forma per un atto volontario e per una specie di contratto, sia istintivo o tacito che riflessivo o formale. In una parola, in questa teoria non sono gli individui creati dalla società, ma sono, al contrario, coloro che la creano, spinti da una necessità esterna, come il lavoro e la guerra. Si è visto che in questa teoria, la società stessa non esiste; la società umana naturale, il vero punto di partenza di tutta la civiltà umana, l'unico ambiente nel quale può veramente nascere realmente e sviluppare la personalità e la libertà degli uomini, è del tutto sconosciuta per essi. Non si riconosce da un lato che gli individui sono esseri esistenti per se stessi e liberi da se stessi, e dall'altro lato, che questa società convenzionale, formata arbitrariamente da questi individui e fondata su un contratto, formale o tacito, sia lo Stato stesso."

La sua critica del potere non tiene mezzitoni e non apre la porta a qualsiasi tipo di potere popolare, come vorrebbe farci credere Roca Martínez: "Siamo convinti, come socialisti, voi ed io, che lo status sociale e le condizioni di vita, sono più potenti che l'intelligenza e la volontà dell'individuo più forte e più potente; e proprio per questo motivo chiediamo un'uguaglianza non naturale ma sociale degli individui come condizioni per la giustizia e il fondamento della morale. Per questo detestiamo il potere, tutto il potere, alo stesso modo di come il popolo lo detesta." Ma Bakunin - nelle sue Considerazioni filosofiche- rende questa eccezione suggestiva, dicendo che l'unica autorità rispettabile per il popolo, emanata dall'esperienza collettiva, sarà "mille volte più potente" delle autorità statali o della chiesa, cioè "dello spirito collettivo e pubblico di una società basata sulla uguaglianza e sulla solidarietà e sul rispetto umano reciproco di tutti i membri." Influenzato dalla idee scientifiche del suo tempo -il darwinismo, il meccanicismo e il positivismo-, Bakunin attribuiva al popolo necessità e "istinti popolari". Così, il popolo si organizzerà istintivamente per curare i propri interessi economici, e quindi "[con] la completa assenza di ogni potere, di ogni organizzazione politica, in quanto ogni organizzazione politica conduce inevitabilmente alla negazione della libertà del popolo." Naturalmente, da un punto di vista attuale, tali istinti attribuiti alla massa da Bakunin, non sono mai esistiti: al contrario, essi sono l'espressione dei propri desideri, delle proprie idee sul potere.

Kropotkin, una prospettiva antropologica del potere
Influenzato dalla rivoluzione darwiniana e dalle teorie evolutive, Piotr Kropotkin prenderà il potere con un approccio etnologico e storico, studiando le trasformazioni del potere nelle istituzioni politiche e sociali. Per Kropotkin, l'evoluzione sociale presenta sempre una serie di istituzioni comunali, di relazioni solidali, libere ed uguale, contrapposte ad altre istituzioni esterne alla società, di pretese elitarie, autoritarie, sfruttatrici ed oppressive, il cui paradigma moderno è lo Stato. Come sottolinea Nisbet (p. 155), in Kropotkin è perfettamente apprezzabile il contrasto tra autorità sociale e potere (autorità politica). Nella sua opera Il Mutuo Appoggio, afferma che la comunità agisce come lo strumento principale che permette ai contadini di sopravvivere alla natura ostile grazie a vincoli di solidarietà interna, ma anche confrontarsi con quei settori che si ergono sopra la maggioranza per rafforzare la propria autorità e imporre la loro volontà. All'interno della comunità del villaggio, operano meccanismi per imporre relazioni solidale sopra le relazioni di predazione e autoritarismo (queste osservazioni sono state confermate da successive ricerche etnologiche, soprattutto da autori come Marcel Mauss, Marshall Sahlins, Richard Lee, Marvin Harris e Pierre Clastres). L'abitante della comune barbara "viveva sotto un regime di istituzioni numerose e complesse, nate dal considerare ciò che poteva essere utile, o nocivo, alla tribù, o alla confederazione, e queste istituzioni erano religiosamente trasmesse di generazione in generazione, sotto forma di versi, di canzoni, di proverbi, di triadi, di sentenze e d'insegnamenti."

I litigi, le risse, le dispute e i conflitti sono stati arbitrati da prestigiosi esponenti del comune, che hanno cercato un rimedio per il reato e una discolpa, basato su un diritto consuetudinario locale. Le controversie tra i membri della comunità del villaggio erano di interesse collettivo, e quando non si risolvevano privatamente, lo si faceva pubblicamente; questo comportamento ristabiliva l'equilibrio turbato dal conflitto: "a parte la sua autorità morale, l'assemblea della comunità non teneva altra forza nel far rispettare la sentenza. L'unica possibile minaccia era di dichiarare il ribelle proscritto o fuorilegge." Ma andare contro la legge del comune, era inimmaginabile a causa del peso morale delle autorità comunale; raramente veniva espulso un membro di una comunità. Segnala Kropotkin che l'influenza morale era tanto marcata all'interno del villaggio, che durante l'epoca feudale veniva conservata l'autorità giuridica sopra i signori, limitandone il suo potere.

Come ha sostenuto Kropotkin, l'accumulazione di ricchezza nelle mani di una minoranza, è stato il primo passo per la nascita del potere:"Le ricchezze s'accumulavano certamente in questo modo, ed il potere seguiva sempre la ricchezza. Però più penetriamo nella vita di quest'epoca, verso il VI ed il VII secolo dell'era nostra, più vediamo che un altro elemento, oltre la ricchezza e la forza militare, fu necessario per costituire l'autorità oligarchica. Fu un elemento di leggi e di diritti, il desiderio delle masse di mantenere la pace, di stabilire ciò che esse consideravano come giusto, che dette ai capi delle scholae – re, duchi, kniazes ed altri – la forza che acquistarono due o tre secoli più tardi. Questa stessa idea di giustizia, concepita come una vendetta equa per ogni torto, idea che erasi sviluppata sotto il regime della tribù, si ritrova attraverso la storia delle istituzioni posteriori, e, più che le cause militari ed economiche, quest'idea divenne la base sulla quale si fondò l'autorità dei re e dei signori feudali."

Quindi il potere politico cresce contro l'autorità sociale del comune e, infine, si impone sopra essa, non tanto attraverso la coercizione, ma burocratizzando e cristallizzando le antiche forme del diritto consuetidinario comunale. Le forze che un tempo operavano nel bilanciare la solidarietà, sarebbero diventate le forze per mantenere l'ordine autoritario di nuova costituzione. Questa progressiva trasformazione, non ha necessariamente un modo violento o un'imposizione di forza, ma piuttosto con l'emergere di poteri definiti dentro la società, con il potere legale che è forse il più influente. Nel suo breve studio "Lo Stato", Kropotkin affermò -con poco fondamento storico e antropologico- che a poco a poco il diritto comunale si era specializzato ed era stato gradualmente preso da alcune famiglie che si trasformarono in specialisti, i quali arbitravano le dispute tra i singoli abitanti del comune o dei comuni stessi.

"L'autorità del re o del principe germina già in queste famiglie, e quando più studio le istituzioni di quell'epoca, vedo più chiaramente che la conoscenza della legge di routine, di abitudine, ha fatto di più nello stabilire questa autorità che la forza della guerra. L'uomo si è lasciato asservire meglio dal suo desiderio di castigare secondo la legge che dalla conquista militare diretta. E così a poco a poco è emersa la prima concentrazione dei poteri, la prima sicurezza reciproca per il dominio, del giudice e del capo militare contro la comune del popolo. Un uomo sogna con queste due funzioni e si circonda di uomini armati per far rispettare le decisioni giudiziarie, si rafforza nella sua casa, accumula lui e la sua famiglia le ricchezze dell'epoca -pane, bovini, ferro- e impone progressivamente il suo dominio ai contadini vicini. E il saggio del tempo, vale a dire, lo stregone o il sacerdote, ben presto forniscono il supporto e la condivisione del dominio, o l'aggiunta della lancia al suo potere di mago, che usano a loro vantaggio."

In questo ultimo paragrafo di Kropotkin, vi è un'evidente e chiara influenza di Etienne de La Boétie, autore del famoso "Discorso sulla servitù volontaria". La domanda che il francese si pone era perchè gli uomini -nati liberi- si sottomettono volontariamente all'autorità, senza la necessità della coercizione; ed è precisamente Kropotkin che cerca di trovare la risposta, studiando la nascita del potere politico e dello Stato moderno. Come si può vedere, la nozione di potere che aveva Kropotkin era molto più complessa che l'identificazione immediata con la coercizione, come suppone Beltran Roca Martinez.

A dire il vero, l'approccio scientifico di Kropotkin, ha cercato di dare, con la sua ricerca, uno sviluppo della ricerca etnografica, l'antropologia culturale e la teoria sociale è diventata obsoleta, proprio a causa della natura temporanea di tutti gli studi scientifici. Tuttavia, le idee di Kropotkin influenzarono autori successivi come Alfred R. Radcliffe-Brown, Pitirim Sorokin e Ashley Montagu, tra gli altri, che avevano approfondito alcuni dei suoi approcci. D'altra parte, la visione di Kropotkin veniva presentata all'inizio del XX° secolo come rinfrescante alternativa allo storicismo tedesco hegeliano, la cui espressione più celebre fu l'attuale -e distrutto- materialismo storico di Marx ed Engels.

Il potere nella filosofia di Landauer
"Lo Stato è una situazione, una relazione tra gli uomini, è una modalità di comportamento tra gli uomini; e se lo si distrugge, si stabiliscono altri rapporti con gli altri, con comportamenti diversi."
Lontano dallo storicismo e dal sociologismo di Kropotkin, questa affermazione di Gustav Landauer mostra un punto di vista molto originale sul potere, sull'autorità e sullo Stato. Per Landauer, lo Stato è un rapporto, dove si impone la coercizione, e che si oppone ad un altro tipo di rapporto, che chiama popolo, dove l'associazione volontaria, solidale e decentralizzata sono le regole basilari. Quest'ultima esiste in realtà in tutte le società: è la forma di associazione naturale che unisce gli uomini e le donne, dalla quale non si è ancora formata una federazione o un'organizzazione superiore, "un corpo di innumerevoli organi e membri", dove risiede lo spirito del socialismo. Per Landauer, il socialismo non è qualcosa di nuovo, ma un qualcosa che già esisteva all'interno della comunità, la quale è stata sepolta sottomessa dallo Stato e contro lo Stato. Questa forma di relazione del popolo, convive con la forma di relazione dello Stato, anche se al di fuori e oltre a questa relazione. Secondo questa interpretazione, il socialismo è sempre possibile in ogni momento storico e spazio geografico, ogni volta che gli uomini che lo desiderano e lo realizzano; o altrettanto impossibile, se gli uomini non vogliono.

Questa relazione antagonista tra Stato e comunità, secondo Martin Buber [3], non è l'alternativa tra Stato o non-Stato: "Se lo Stato è un rapporto che, in realtà, si distrugge solo stabilendo un altro [rapporto], si distrugge precisamente ogni volta che viene attuata un nuovo rapporto." La base dello Stato (coercizione legale) è l'incapacità degli uomini ad unirsi volontariamente in un ordine giusto. Ma il campo di applicazione dello Stato supera questa base coercitiva e costituisce un plus-stato, il quale si perpetua nel tempo e si rifiuta di essere ulteriormente ridotto quando si aumenta la capacità di un ordine volontario delle persone. Il potere accumulato dallo Stato non viene rimosso se non obbligato a farlo; perde la sua base razionale originale che si giustifica nell'incapacità della società nel sostenere un'ordine volontario giusto e diventa puro potere, il potere per il potere stesso, dove il morto domina il vivente.

Il progresso e la crescita delle comunità (e degli individui), con i sindacati e le federazioni di questi, rinnovano la struttura organizzativa della società, soppiantando e distruggendo lo Stato. La coesistenza della società e dello Stato non implica l'accettazione del riformismo e del gradualismo verso il raggiungimento del socialismo, ma una dialettica dove ogni passo costruttivo va verso l'anarchia e verso la distruzione dello Stato. Secondo Buber, sia Proudhon che Landauer sostenevano "un'associazione senza spirito comunitario sufficiente, sufficientemente vitale, non sostituisce lo Stato con la società, ma porta in sé stessa [la struttura del]lo Stato, e ciò che non può essere altra cosa che lo Stato, vale a dire: politica del potere ed espansionismo, sostenuta da una burocrazia." Per Landauer, non si deve aspettare la rivoluzione per realizzare l'anarchia; piuttosto, l'anarchia e il socialismo sono fatte in tempo reale, sono il mezzo e il fine allo stesso tempo.

Come abbiamo detto, Landauer prende lo Stato come forma di relazione tra gli uomini, che è, una società statale modellata da relazioni di potere tra i suoi membri, dalla dominazione che si esprime in diversi aspetti contemporaneamente: relazioni del potere politico, religiosi, culturali, economiche, etc. Landauer considerava la società medievale come prevalentemente autonoma, dove si intrecciavano i vari gruppi e le comunità senza conformarsi in un potere politico centralizzato. "In contrapposizione al principio del centralismo e del potere politico, che fa il suo ingresso dove lo spirito di comunità era scomparso, (...) l'età cristiana [ha] rappresentato un grado di civilizzazione nel quale coesistevano, uno accanto all'altro, molteplici strutture sociali specifiche, impregnate da uno spirito unificatore e che incarnavano una collettività di molte autonomie liberamente vincolate." Questa situazione cambierà radicalmente durante il Rinascimento e con l'ascesa dell'assolutismo europeo, precursore dello Stato-Nazione moderno, del nazionalismo e del capitalismo.

Infatti, se il potere dello Stato è legato all'assoluto, il socialismo non lo sarà affatto. In questo senso, il socialismo è la continua creazione di comunità all'interno della famiglia umana (Buber, pag. 81). E in contrasto, il potere politico è la creazione continua di Stati nella società umana. Lungi dal postulare la creazione di un potere popolare per raggiungere l'anarchia, Landauer sosteneva la creazione di relazioni comunitarie per lo stesso scopo.
Continua...

Note
[3] Caminos de Utopía, FCE, 1991, Buenos Aires, pag. 68.

sabato 18 maggio 2013

Patria e nazionalità di Michail Bakunin

 Bakunin afferma che Stato e nazione non sono comparabili. Lo Stato è l'astrazione della Patria. La sua tesi è che la Patria, come la nazionalità, è un corso naturale e storico, ma lo Stato è un manufatto artificiale e storico.
Bakunin definisce la Nazionalità come un prodotto di un'individualità collettiva di un lungo sviluppo storico, in cui l'affermazione del passato o la negazione del passato si attuano. Conferma, inoltre, che la storia scritta nei libri e la storia reale o vissuta dalle persone, non sempre coincidono.

La nazionalità non nega la solidarietà universale. La nazionalità non può comportare il rifiuto delle altre nazionalità. Non vi è un qualcosa che è superiore all'altro; sono, semplicemente, diversi. Questo porterebbe a un "falso principio di nazionalità", che dividono l'umanità ed autorizzare il dominio di una nazionalità rispetto all'altra. Bakunin suggerisce la necessità di pluralismo in questo aspetto. Per lui, bisogna rinunciare al patriottismo egoista.


Lettera di Bakunin agli anarchici italiani
La gioventù mazziniano-garibaldina non s’era mai posta questa domanda: Che rappresenta effettivamente un tale Stato italiano pel popolo? Perché mai deve amarlo e tutto a lui sacrificare? Quando si faceva questa domanda a Mazzini - e ciò non accadeva che raramente, tanto sembrava semplice e facile - egli rispondeva con gran parole: «Patria donata da Dio! Santa missione storica! Culto delle tombe!Ricordo solenne dei martiri! Lungo e glorioso sviluppo delle tradizioni! Roma antica! Roma dei papi! Gregorio VIII! Dante! Savonarola! Roma del popolo!». Tutto ciò era così nebuloso, così bello, e nel medesimo tempo sì assurdo, da essere sufficiente per abbagliare e stordire i giovani spiriti, più adatti d’altronde all’entusiasmo e alla fede che alla ragione e alla critica. E la gioventù italiana, mentre si faceva uccidere per questa Patria astratta, malediceva la brutalità e il materialismo delle masse, dei contadini in particolare, che mai si son mostrati disposti al sacrificio per la grandezza e per l’indipendenza di questa Patria politica, dello Stato.

Se la gioventù si fosse data la briga di riflettere avrebbe capito, e forse da lungo tempo, che l’indifferenza ben netta delle masse popolari pel destino dello Stato italiano non solo non è un disonore per esse, ma prova, al contrario, d’una intelligenza istintiva che fa comprendere come questo Stato unitario e centralizzato sia, per sua natura, a loro estraneo, ostile, e proficuo solo, per le classi privilegiate di cui garantisce, a lor danno, il dominio e la ricchezza. La prosperità dello Stato è la miseria della nazione reale, del popolo; la grandezza e la potenza dello Stato è la schiavitù del popolo. Il popolo è il nemico naturale e legittimo dello Stato; e sebbene si sottometta - troppo sovente, ahimè - alle autorità, ogni forma di autorità gli è odiosa.

Lo Stato non è la Patria; è l’astrazione, la finzione metafisica, mistica, politica, giuridica della Patria;ma si tratta di un’amore naturale, reale; il patriottismo del popolo non è un’idea, ma un fatto; e il patriottismo politico, l’amore dello Stato, non è la giusta espressione di questo fatto, ma un’espressione snaturata per mezzo d’una menzognera astrazione, sempre a profitto di una minoranza che sfrutta. La Patria, la nazionalità, come l’individualità è un fatto naturale e sociale, fisiologico e storico al tempo stesso; non è un principio. Non si può definire principio umano che quello che è universale, comune a tutti gli uomini; ma la nazionalità li separa: non è, dunque, un principio. Principo è, invece, il rispetto che ognuno deve avere pei fatti naturali, reali o sociali. E la nazionalità, come l’individualità, è uno di questi fatti. Dobbiamo, dunque rispettarla. Violarla è un misfatto e, per parlare il linguaggio di Mazzini, diviene un sacro principio ogni volta che è minacciata e violata. Ed è per questo ch’io mi sento sempre e francamente il patriota di tutte le patrie oppresse.

L’essenza della nazionalità. 
La Patria rappresenta il diritto incontestabile e sacro di tutti gli uomini, associazioni, comuni, regioni, nazioni, di vivere, pensare, volere, agire a loro modo e questo modo è sempre il risultato incontestabile di un lungo sviluppo storico. Pertanto, noi ci inchiniamo innanzi alla tradizione e alla storia; o meglio la rispettiamo, e non perché ci si presenta come astrazione elevata a metafisica, giuridicamente e politicamente per intellettuali e professori del passato, bensì perché essa ha incorporato di fatto la carne e il sangue, i pensieri reali e le volontà delle popolazioni. Se si parla di una certa regione - il canton Ticino (in Svizzera) per esempio - essa apparterrebbe evidentemente alla famiglia italiana: la sua lingua, i suoi costumi e le sue particolarità sono identiche a quelli della popolazione della Lombardia e, di conseguenza, dovrebbe passare a far parte dello Stato Italiano unificato.
Crediamo che si tratta di una conclusione radicalmente falsa. Se esistesse realmente una sostanziale identità tra il canton Ticino e la Lombardia, non ci sarebbe dubbio alcuno che il Ticino si unirebbe spontaneamente alla Lombardia. Ma non è così, e se non si sente il grande desiderio di farlo, ciò dimostra semplicemente che la Storia reale - quella in vigore generazione dopo generazione nella vita reale del popolo del canton Ticino, è la dimostrazione della sua contrarietà all’unione con la Lombardia - è cosa completamente distinta dalla storia iscritta nei libri.
D’altra parte, bisogna dire che la storia reale degli individui e dei popoli non solo procede verso uno sviluppo positivo, bensì molto spesso verso la negazione del suo passato e per la ribellione contro di esso; e questo è il diritto della esistenza, l’inalienabile diritto di questa generazione, la garanzia della sua libertà.

La nazionalità e la solidarietà universale. 
Non c’è niente di più assurdo e al tempo stesso più dannoso e mortifero per il popolo che erigere il principio fittizio della nazionalità come ideale di tutte le aspirazioni popolari. La nazionalità non è un principio umano universale. E’ un fatto storico e locale che, come tutti i fatti reali e innocui, ha diritto ad esigere la sua generale accettazione. Ogni popolo fino alla più piccola unità etnica o tradizionale possiede le proprie caratteristiche, il suo specifico modo di esistenza, la sua maniera di parlare, di sentire, di pensare, e di agire; e questa idiosincrasia costituisce l’essenza della nazionalità, risultato di tutta la vita storica e sommatoria totale delle condizioni vitali di questo popolo.
Ogni popolo, come ogni persona è quello che è, e per questo ha un diritto ad essere se stesso. In questo consistono quelli chiamati diritti nazionali. Però se un popolo e una persona esistono di fatto in una determinata forma, non ne consegue che l’uno e l’altro abbiano il diritto ad elevare la nazionalità in un caso e l’individualità nell’altro, come principi specifici, e nemmeno si debba passare la vita discutendo sopra la questione. Al contrario, quanto meno pensano a se stessi e più acquisiscono valori umani universali, più si rivitalizzano e più si caricano di sentimento, tanto la nazionalità quanto l’individualità.

La responsabilità storica di tutta la nazione. 
La dignità di tutta la nazione, come dell’individuo, deve consistere fondamentalmente nel fatto che ognuno accetta la piena responsabilità delle sue azioni, senza cercare di colpevolizzare altri. Non sono molto stupide le lamentele lacrimose di un fanciullo che protesta perchè qualcuno lo ha corrotto e condotto nella cattiva strada? E quello che è improprio nel caso di un ragazzo lo è certamente anche nel caso di una nazione, cui lo stesso sentimento di autostima dovrebbe impedire qualunque intento di imputare ad altri la colpa dei propri errori.

Patriottismo e giustizia universale. 
Ognuno di noi dovrebbe elevarsi sopra questo patriottismo piccolo e meschino, per il quale, il proprio paese è il centro del mondo, e che considera grande una nazione quando è temuta dai suoi vicini. Dobbiamo porre la giustizia umana universale sopra tutti gli interessi nazionali e abbandonare una volta per tutte il falso principio della nazionalità, inventato recentemente dai despoti della Francia, Prussia e Russia per schiacciare il supremo principio della libertà. La nazionalità non è un principio, è un diritto legittimo come l’individualità. Ogni nazione, grande o piccola ha l’indiscutibile e medesimo diritto ad esistere, a vivere in accordo con la propria natura. Questo diritto è semplicemente il corollario del principio generale della libertà. Tutti quelli che desiderano sinceramente la pace e la giustizia internazionale devono rinunciare una volta per sempre a quello che si chiama la gloria, il potere la grandezza della Patria, a tutti gli interessi egoisti e vani del patriottismo.

E' morto Videla

da Puertoreal CNT

Il repressore Jorge Rafael Videla, primo presidente e figura emblematica della dittatura più sanguinosa che gli argentini abbiano sofferto, è morto Venerdì 17 Maggio 2013, a 87 anni, nella prigione di Marcos Paz dove stava scontando diversi ergastoli per diversi crimini contro l'umanità. E' morto a causa di un arresto cardiaco, riferisce C5N.

Il dittatore, che ha guidato il colpo di stato, durante i primi cinque anni di regime tra il 1976 e il 1983, ha eseguito un piano di repressione senza precedenti nel paese,

Videla è nato il 2 agosto 1925, a Mercedes, provincia di Buenos Aires. Era il terzo dei cinque figli del colonnello Rafael Eugenio Videla Bengolea (1886-1952) e di Maria Olga Redondo Ojea (1897-1987).

L'ultima condanna che ha ricevuto è stato il 5 luglio 2012, quando gli è stata inflitta una condanna a 50 anni di carcere per l'elaborazione e l'attuazione di un "piano sistematico e generalizzato di furto e ocultuamiento di bambini nati nei centri di detenzione clandestini." Pesavano su di lui due ergastoli, e solo tre giorni fa ha rifiutato di testimoniare al processo dei crimini del Condor Plan, affermando di "non ricordare nulla".

All'ultima udienza -avvenuta un mese fa- aveva detto di soffrire di ipotiroidismo.
In una delle sue ultime interviste, il dittatore genocida Jorge Rafael Videla chiama "i giovani che sono tra i 56 e 68 anni" ad "armarsi e combattere" il "totalitarismo dei Kirchner", e si è definito "un prigioniero politico ".(tradotto da NexusCo)

Spari e arresti a Famatima, La Rioja

da Indymedia Argentina

Il risentimento per il fallimento del giustizialismo bederista in Famatina, ha innescato la violenza. La polizia spara proiettili di gomma contro le persone.
Golpes, detenidos y ...
"Hanno distrutto la locanda e hanno arrestato 5 persone", hanno detto i residenti di Famatina. Leggendo i messaggi di testo da parte dei cittadini, ci hanno informato di quel che succede a Plaza de Famatina. 1 dei quattro residenti è stato colpito da un proiettile di gomma.

Il proprietario della locanda è venuto a impedire ai poliziotti di non distruggergli il locale ed è stato picchiato. Sono stati arrestati Nelson Alfaro, Carina Díaz Moreno, Daniel Herrera, Judith Peralta e Valeria Pozo, tutti i cittadini che si trovavano nella locanda del villaggio e che sono stati attaccati con pietre da "militanti" del PJ bederista in Famatina.

I cinque sono stati trasferiti da Famatina a Chilecito e sono stati rinchiusi presso gli alloggiamenti della Unidad Regional II. I parenti dei detenuti hanno detto a DiarioChilecito.com di propagandare la notizia, così come la solidarietà del popolo di Chilecito. "Abbiamo sempre detto che se toccano uno, toccano tutti. Siamo tutti qui. La gente deve venire a prevenire tali abusi", ha detto Mirtha, una residente di Chilecito che lavora in Famatina.

"Per favore Vi supplichiamo di venire ad aiutarci. Siamo soli di fronte a un potere che ci schiaccia. Per favore, abbiamo bisogno di aiuto ora!", ha detto un parente di uno dei detenuti. I cittadini sono stati trasferiti e senza la presenza di un avvocato. "Abbiamo avuto ordini dal procuratore di trattenerli per un interrogatorio", ha dichiarato il commissario Carlos Madrid. Nel frattempo, la gente ha preso l'auto e ha circondato l'entrata e l'uscita della stazione di polizia del villaggio, chiedendo che "se non si rilasciano i nostri amici, non vi lasceremo entrare o uscire da qui. Loro non hanno fatto nulla. Sono stati bersaglio di lanci di pietre", hanno detto. Indubbiamente la provocazione, è stata fatta per dividere la società famatinense che da diversi anni soffre dell'inquinamento che il Governatore Herrera inocula con i suoi doppi discorsi.

"L'atto di questi era fine a se stesso. Non capisco quello che cercano. Perché tanta furia scatenata contro di noi? E' incredibile che in questa provincia accadono cose del genere e nessuno fa niente. Non c'è sicurezza. Non abbiamo nessuna giustizia. Non siamo totalmente protetti. Non possiamo permettere che ci passino sulla testa o ci bastonino", ha detto la donna. "Questo è perché non possono ottenere quel che vogliono con le buone: allora ci provano con le cattive. E' l'impotenza quel che genera la violenza interiore e che non si può sopprimere. Sanno che non ci si può battere."

Alcuni sms dei cittadini ci informano sulla situazione di Famatina: "Si prega di cercare dei modi per ottenere aiuto. La polizia sta caricando me e la Carina", "Ci attaccano con bastoni e ci sparano con proiettili di gomma", "La polizia ha preso Marcela Crabbe e Carina Díaz Moreno e le ha caricate in una maccnhina. Sono state arrestate".
"Sono tutti pazzi. Ci hanno lanciato delle pietre e anche verso la locanda."

"I poliziotti del BAO sono degli idioti e vanno contro tutto ciò che li disturba."
 "Gli anziani del BAO erano nascosti nelle vicinanze di radio Coco".
"La gente ha afferrato i proiettili di gomma e li ha tirati contro la stazione".
"La polizia non fa nulla per prendersi cura delle persone. Inquadrano e sparano".

"L'avvocato Mario Masud è venuto a vedere se è possibile assistere gratuitamente i nostri amici."
"Fabre è nella stazione di polizia Famatina e cerca di ragionare con i poliziotti laggiù".
"Ci sono più di 15 poliziotti in borghese a Chilecito. Questo è un disastro. Vi è un'arroganza pazzesca. Altri sono andati via. Dobbiamo rispondere adesso." Riproduci audio: http://www.ivoox.com/represion-famatina-11-mayo-2013-audios-mp3_rf_2033214_1.html

Golpes, detenidos y ...
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(tradotto da NexusCo)

venerdì 17 maggio 2013

Argentina: proteste e repressione contro la megamineria a Famatina

da aimdigital  (tradotto da NexusCo)

I residenti della località riojana di Famatina, che partecipano alle manifestazioni di protesta contro la miniera a cielo aperto che dovrebbe sorgere sul cerro "General Belgrano", affermano che il governatore, Beder Herrera, ha inviato dei vigilanti nella zona per controllare la protesta.
Questo ennesimo caso di devastazione ecologica nel paese, riceve adesioni in tutto il paese. Oggi si realizzerà una giornata di lotta.


"Famatina no se toca", dice la popolazione.
I residenti dicono che "el grupo de choque" del governo controlla l'entrata e l'uscita della città, con lo scopo di intimidire i manifestanti che si oppongono al progetto della compagnia mineraria canadese Osisko, con la quale Herrera ha firmato un accordo per sfruttare l'oro di Famatina mediante il processo di liscivazione con cianuro di sodio.
"Abbiamo paura che nascondano [nelle nostre case] droga e/o armi per criminalizzare la protesta", ha detto Marcela Crabe ambientalista.

La tensione a Famatina cresce ogni giorno che passa. I residenti non si sono rassegnati al fatto che le operazioni minerarie della Osisko, siano cominciate in anticipo sulla montagna locale. I residenti continuano a bloccare l'ingresso dei camion e degli operai.

"La banda di Beder Herrera e della Brigada de Acciòn Operativa (Bao), grupo de choque della polizia provinciale, si sono collocati all'ingresso di Famatina e nella strada verso Chilecito. Controllano l'ingresso e l'uscita dei residenti, intimidendo i manifestanti. Viviamo in un clima di tensione e paura", ha detto l'ambientalista Marcela Crabe a LPO.

E ha aggiunto: "Dopo che hanno bloccato la compagnia di autobus "Chilecito City" -che collega Famatina con Chilecito-, ci muoviamo o con le auto o a piedi."

I residenti di Famatina e di Chilecito affermano che è la prima volta nella storia della provincia che la BAO controlla in maniera massiccia la strada. "I media provinciali disinformano e contribuiscono a rafforzare la linea del governo [provinciale]. Stanno gettando del pesce marcio", si lamenta un altro dei manifestanti, Carina Díaz Moreno.

La verità è che l'unico media -in tutta Rioja- che accompagna la protesta è FM Famatina di Walter Alvarez. "Quasi tutti i media dipendono economicamente da Beder Herrera, e tutti sanno che le note più sensibili devono essere preventivamente autorizzate da Luis "El Pichi" Solorza, capo degli addetti stampa del governo", ha detto a bassa voce una fonte del LPO.

La montagna Nevado de Famatina.

Il Nevado de Famatina, ribattezzata "Collina General Belgrano", è la cima più alta (6.250 m) nella Sierra de Famatina. Ha acquisito recente notorietà per l'ennesimo tentativo di sfruttamento dei giacimenti minerari e per l'opposizione degli abitanti della zona a questi sforzi.

I nativi della zona estraevano, in date che sono tuttora da definire con precisione, oro e argento dal cerro Famatina.
Una delle ragioni per la fondazione della città di La Rioja -da parte di Juan Ramirez de Velasco- era stata la notizia sui nativi e i loro depositi a Famatina. In una lettera al re, datata nell'Ottobre 1591, Ramirez de Velasco scrisse che vi era una grande novità: gli indigeni estraevano minerali di oro e argento.
I gesuiti continuarono lo sfruttamento minerario fino a quando non vennero espulsi.
Nel 1821, il colonnello Nicolás Dávila, con l'aiuto di Castro Barros, fece estrarre dell'argento dal Famatina per coniare delle monete d'argento. Baltasar Agüero, nel 1824, fondò una Casa de la Moneda a La Rioja, per continuare l'impresa.

Facundo Quiroga, governatore di La Rioja, si associò, nel 1826, con la società mineraria Braulio Costa di Buenos Aires; da questa collaborazione nacque il Banco de Rescate o Casa de la Moneda di La Rioja. Allo stesso tempo, il Congreso, convocato da Bernardino Rivadavia, creò la Banca nazionale, col potere esclusivo di battere moneta in tutto il paese.

Rivadavia negoziò la formazione di una partnership con capitale inglese e  residente a Londra per lo sfruttamento delle miniere del paese. La società, con un capitale di cinque milioni di pesos, impose un Banco de Rescate in ciascuna delle province minerarie.

Nel 1883, la Sociedad de Fundiciòn de Plata de la Repubblica Argentina o Compañía Francesa de Nonogasta lavorò a Famatina per alcuni anni. Nel 1889, la Sociedad Belga del Rìo Blanco, iniziò i lavori sempre nella stessa zona; ma fallì nel 1902. Nel 1903, si costituì a Londra la Famatina Development Corporation, che istituì una fonderia a Santa Florentina -fonderia demolita e di cui non c'è più nessuna traccia.
Le permissive leggi minerarie dell'ex governatore de La Rioja Carlos Menem, che nonostante alcune modifiche estetiche in altre aree, sono quelle che oggi giorno si applicano in quei territori, hanno riacceso l'interesse per lo sfruttamento minerario alla fine degli anni '90 del XX° secolo.

I residenti si sono raggruppati nell' "Asamblea de Vecinos Famatina No Se Toca" per lottare contro i progetti minerari, in particolare quelli della Barrick Gold e della Osisko Mining, entrambe aziende canadesi.

Il disastro che verrà
Le operazioni minerarie che utilizzano il metodo della cianurizzazione per l'estrazione dell'oro, hanno un impatto ambientale, che in molti casi possono essere classificati come disastro ambientale.

Data l'alta tossicità e reattività naturale del cianuro, il contenimento di questa sostanza è una preoccupazione primaria della miniera, dove viene utilizzato per l'estrazione tramite lisciviazione. Ci sono documenti sugli effetti nocivi del cianuro nei pesci, nella fauna selvatica e negli esseri umani.

La lisciviazione è un processo tipico dell'ingegneria chimica nel separare le sostanze facilmente solubili da un materiale solido, la cui estrazione è fatta con solventi idonei, in questo caso l'oro con una soluzione di cianuro di sodio, uno dei sali più velenosi esistenti sulla terra.
La miniera a cielo aperto è un'attività industriale ad alto impatto ambientale, sociale e culturale. E' anche un'attività industriale insostenibile, in cui lo sfruttamento della risorsa dura fino al suo esaurimento.

Le innovazioni tecniche minerarie sperimentate dalla seconda metà del secolo scorso, hanno cambiato radicalmente l'attività [mineraria], in modo che si è passati dall'utilizzo di vene sotterranee di alta qualità a sfruttamenti di "miniere a cielo aperto" con minerali di qualità inferiore diffusi in grandi giacimenti.

Si è rilevato necessario utilizzare metodi più aggressivi e distruttivi, in particolare nel settore minerario, come quella per l'estrazione del petrolio dal mare, del gas naturale incastonato nelle rocce (gas shale) e dell'estrazione nelle miniere a cielo aperto con i sali di cianuro.

Il risultato è lo sfruttamento di persone indifese, condannati a morte prematura o alla repressione da leggi ad hoc se si organizzano per difendere il loro patrimonio ancestrale, come nel rìo Uruguay, gli estuari e le foreste della Galizia o i laghi della Finlandia e del Cile.

La miniera a cielo aperto rimuove lo strato di superficie o il sovraccarico di terra per rendere accessibile gli estesi depositi di minerale di bassa qualità. Le moderne attrezzature di scavo, i nastri trasportatori, il grande macchinario, l'utilizzo di nuovi ingressi e le tubazioni di distribuzione, consentono, oggi giorno, di rimuovere intere montagne in un paio di ore. Il ché rende il tutto redditizio nell'estrarre meno di un grammo d'oro in una tonnellata di materiale rimosso .

La maggior parte degli articoli/libri/dossier sono d'accordi nell'affermare che questa attività industriale è sempre più dilagante in termini ambientali, sociali e culturali.

La miniera a cielo aperto usa, in maniera intensiva, grandi quantità di cianuro, una sostanza altamente tossica, che può recuperare l'oro da altro materiale rimosso. Per sviluppare questo processo, il giacimento deve coprire grandi aree e deve essere vicino alla superficie. Come parte del processo, si scavano giganteschi crateri, che si possono estendere anche per più di 150 ettari e profondi oltre 500 metri.

Assieme al cianuro, vengono utilizzati quotidianamente decine di milioni di litri di acqua, facendo ampio uso delle risorse idriche locali e deviando i fiumi e torrenti, oltre che inquinare i corsi d'acqua e le acque sotterranee (la miniera a cielo aperto di Andalgalà-Catamarca ha ridotto le acque sotterranee facendole scendere a 7 metri, lasciando senza acqua gli agricoltori e gli abitanti del villaggio vicino).

Oltre a questi gravi impatti, si aggiungono anche i veleni rilasciati dalle miniere come i metalli pesanti (arsenico, piombo, mercurio, cadmio, selenio ...), i quali sono in grado di rimanere nell'ambiente per secoli e che si diffondono, senza controllo, attraverso le acque sotterranee, le quali trasporteranno tali materiali a distanze incalcolabili.

Le cosiddette "diques de colas" sono dei serbatoi che contengono milioni di metri cubi di rifiuti liquidi e fanghi a base di cianuro, arsenico, piombo e altri metalli pesanti che penetrano nel terreno e che vengono versati nei fiumi e torrenti una volta terminato lo sfruttamento. Tutto questo si trasforma in un'autentica bomba ad orolegieria per noi stessi e i posteri. (il disastro ambientale di Doñana in Spagna nel 1998, quello di Baia Mare in Romania nel 2000, quello in Guyana nel 1995 etc)

Il crescente interesse per l'estrazione dell'oro da parte di diverse compagnie minerarie, ha origine sia negli aumenti dei prezzi dell'oro, che forniscono un elevato margine di profitto, e sia nella recente creazione di metodi efficaci in funzione dei costi di produzione, ovvero estrarre l'oro in depositi molto poveri, grazie alla tecnologia di estrazione dell'oro mediante la lisciviazione con cianuro.

Secondo la DuPont Corporation (citato da Alberswerth), è economicamente conveniente estrarre solo 0,01 oncia d'oro in una tonnellata di materiale. Questa tecnologia estrattiva ha sostituito quella dell'amalgamazione con mercurio, in quanto quest'ultima dava dei risultati insoddisfacenti nell'estrazione del materiale (si riusciva ad estrarre solo il 60 percento dell'oro con l'amalgamazione rispetto ad oltre il 97 per cento nel caso dell'estrazione con cianuro). L'amalgamazione era un processo mediante il quale il minerale si univa con la sostanza utilizzata, in questo caso il mercurio.

Secondo l'Instituto del Oro (Gold Institute, citato da Young, 1993), la produzione di oro col processo della liscivazione con cianuro, è passato da 468,284 once nel 1979 a 9,4 milioni di once nel 1991.

Per raggiungere il livello di produzione del 1991, si sono trattati più di 683 milioni di tonnellate di minerale con il cianuro.

La tecnologia di estrazione con cianuro
Le operazioni di estrazione che utilizzano la tecnologia di estrazione per liscivazione con cianuro (cyanide heap leach mining) nelle miniere a cielo aperto, sono costituiti da sei elementi principali, che sono:
* La fonte del minerale
* La piattaforma e il cumulo
* La soluzione di cianuro
* Un sistema di applicazione e di raccolta
* Il depositamento in serbatoi
* Un impianto per il recupero dei metalli.

La maggior parte delle operazioni di estrazione che utilizzano la lisciviazione con cianuro avviene nelle miniere a cielo aperto per ottenere il minerale desiderato. La miniera a cielo aperto si estende in grandi appezzamenti di terreno. Tuttavia, in alcune operazioni si usano anche materiale di scarto precedentemente estratto. Si schiaccia il minerale (roccia contenente il minerale) e li si ammucchia in un cumulo che è posto su una piattaforma di liscivazione (Leach pad).

I cumuli di materiale vengono frantumati in diverse dimensioni. Un piccolo gruppo può essere composto da sei mila tonnellate di minerale, mentre un grande cumulo può essere 600 mila tonnellate, raggiungendo le centinaia di metri di altezza e centinaia di metri di larghezza.

La Leach Pad può variare di dimensione. Può essere tra gli uno e i 50 ettari (un ettaro equivale a 2.471 acri). La dimensione della piattaforma dipende dalla scala di funzionamento e tecnica di lisciviazione usata. In generale, le Pad Leach tengono un forro (liner) di materiale sintetico e/o naturale che viene utilizzato per "trovare" eventuali perdite.

A volte le operazioni utilizzano rivestimenti doppi o tripli. L'uso efficace di molteplici rivestimenti è economicamente fattibile e vantaggioso per l'ambiente, dal momento che una piattaforma che perde cianuro, può contaminare le risorse idriche.

Una volta che il minerale frantumato è accatastato sul Leach Pad, viene spruzzato in modo uniforme con milioni di litri d'acqua mescolato con diverse tonnellate di soluzione di cianuro di sodio.

Un sistema di irrigazione disperde la soluzione di cianuro a 0.005 galloni al minuto per piede quadrato (in genere). Per un piccolo gruppo (di 200 per 200 piedi), questo tasso è pari a 200 galloni al minuto.

La soluzione di cianuro contiene tra lo 0,3 e 5.0 libbre di cianuro per tonnellata di acqua (tra 0,14 e 2,35 kg di cianuro per tonnellata di acqua), e presenta una concentrazione media dello 0,05 per cento (circa 250 milligrammi per litro di cianuro libero). La soluzione di cianuro lisciva (tra lavaggi e amalgama) le particelle microscopiche d'oro, mentre si filtra il cumulo.

I cicli di lisciviazione durano da pochi giorni ad alcuni mesi, a seconda delle dimensioni del cumulo e della qualità del minerale. La soluzione di cianuro che contiene l'oro -soluzione chiamata "encinta"- fluisce per gravità ad un serbatoio di stoccaggio. Dal serbatoio di stoccaggio, si usano delle pompe per recuperare il metallo residuo.

I metodi utilizzati per il recupero dell'oro contenuto nella soluzione "encinta" di cianuro, sono precipitazioni con zinco (metodo di Merrill-Crowe) e con l'assorbimento di carbonio. Nel processo di precipitazione con zinco, viene aggiunta della polvere di zinco e sali di piombo alla soluzione "encinta".

L'oro viene precipitato (si separa) dalla soluzione, mentre la polvere di zinco si combina col cianuro. Si scioglie il precipitato per recuperare l'oro. I prodotti finali di questo processo sono l'oro in lingotti e una soluzione di cianuro "sterile" (senza oro), che viene trasferito in un serbatoio di stoccaggio tramite pompaggio. Si origina del materiale di scarto composto da impurità, compresi i metalli pesanti.
Solitamente questo scorie vengono scaricate in cumuli di materiali di scarto.

L'alternativa preferita per la maggior parte delle operazioni è l'assorbimento col carbonio, soprattutto nelle operazioni più piccole e quelle in cui la quantità di argento associata con l'oro nella soluzione "encinta" sono più bassi.

In questo processo, la soluzione encinta è azionata da pompe mediante colonne di carbonio attivo. L'oro e l'argento della soluzione aderiscono al carbonio, e la soluzione "sterile", che contiene ancora cianuro, va verso il sito di stoccaggio.

L'oro e l'argento sono separati dal carbonio mediante trattamento con soda caustica calda. La soluzione passa attraverso una cella contenente un anodo di acciaio inossidabile e un catodo per catturare il metallo. Il carbone esausto viene riattivato in un forno al fine di riutilizzarlo.

Nelle operazioni di estrazione di lisciviazione, si utilizzano le diques de cola per conservare la soluzione di cianuro -la quale verrà usata sul cumulo di materiale per estrarre l'oro.

Per ragioni ambientali ed economiche, tutte le diquas de cola dovrebbero avere elementi di rinforzo per evitare perdite di soluzione di cianuro: ma in realtà essi sono costruiti quando il cratere della miniera cresce con la terra rimossa, in modo che la sua integrità strutturale viene compromessa. Tant'è che gli incidenti per rottura di questi rivestimenti, provocano un terzo di tutti gli incidenti minerari avvenuti negli ultimi due decenni.

giovedì 16 maggio 2013

L'accettazione del potere come negazione dell'anarchismo - Prima Parte

da Periodico El Libertario (tradotto da NexusCo)

In un articolo pubblicato nel giornale Libre Pensamiento, nº 66, Ottobre 2010, “Repensar el poder. A propósito de La Sociedad contra el Estado de Pierre Clastres”, Beltrán Roca Martínez sostiene che la visione classica dell'anarchismo sopra il potere -sebbene contenga delle critiche per la sua comprensione-, lascia fuori dei punti importanti di questo concetto. Sostiene che questo approccio, rende l'identificazione limitata e riduttiva del potere e della coercizione. L'autore risponde in modo rapido su tale questione, risolvendo nelle seguenti righe:

Nonostante il loro prezioso contributo, l'anarchismo non è riuscito a catturare appieno la complessità del potere. In particolare, abbiamo identificato il potere esclusivamente coercitivo. Il potere è limitante, non è in grado di produrre qualsiasi cosa. E come difensore radicale della libertà, secondo questa tesi, l'anarchico deve opporsi a ogni forma di potere. E ciò lo porta a identificare, questo potere, con il potere dello Stato e del capitalismo, lasciando la critica esterna e le numerose analisi delle relazioni di potere che attraversano il tessuto sociale: attraverso la medicina, la conoscenza, la sessualità, ecc. (Anche se questo errore è stato più frequente tra i marxisti). Inoltre, nella maggior parte delle volta, parlare di potere nelle stesse organizzazioni anarchiche è un tabù che contribuisce ulteriormente alla confusione e non si è in grado di analizzare con precisione le strutture organizzative del movimento.
Tuttavia, va precisato che negli stessi autori classici si possono trovare citazioni che puntano a una più complessa comprensione del fenomeno. Bakunin, per esempio, chiede di "organizzare le forze del popolo":
"Organizzare le forze popolari per una tale rivoluzione, è l'unico scopo di chi vuole sinceramente la libertà ..." (Bakunin 1977: 108).

Le "forze del popolo" a cui Bakunin si riferisce, non è altro che il "potere del popolo", sopra il quale riflette il finale di questo articolo.


Commentando il finale, la prima cosa che sorprende è questa fantastica conclusione che "organizzare le forze del popolo" equivale a organizzare il potere popolare.[1] Purtroppo l'autore ha dimenticato di dimostrare come può un teorico come Bakunin, che non parlava mai di gente di potere o qualcosa di simile, giungere alla conclusione che ci si riferisce appunto: al "potere popolare". Tale identificazione tra il pensiero dell'anarchico russo e il controverso concetto di potere popolare, non è stato argomentato da Roca Martinez; passiamo ad altre affermazioni dell'articolo che almeno sono supportati da un argomento minimo.

Non possiamo essere d'accordo quando l'autore afferma che "l'anarchismo non è riuscito a cogliere appieno la complessità del potere"; ciò lo possiamo vedere da una prospettiva contemporanea come le scienze sociali e umanistiche, in cui ci sono tonnellate di pagine scritte con migliaia di ore di ricerca sul tema. Ma non siamo in grado di unire la critica nascosta di Roca Martinez ai classici dell'anarchismo, perchè egli non ha approfondito una tale concezione del potere fatta da Michel Foucault e, in misura minore, da Pierre Clastres. L'assurdità del rimprovero è in evidenza se lo applichiamo ad altri casi, come "la fisica newtoniana non è riuscita a catturare pienamente la complessità della relatività dello spazio-tempo"; oppure "la geometria euclidea non è riuscita a catturare la complessità delle geometrie non-euclidee"; o meglio ancora "gli allevatori di cavalli del XIX secolo non sono riusciti a stimare i benefici della produzione delle auto." Non sembra più aver senso il suo biasimo verso gli anarchici di 150 anni fa che hanno svelato i labirinti e l'anatomia del potere come fece Foucault più di un secolo dopo. [2] I problemi e le domande, le idee e i concetti di una specifico momento sociale e politico nella storia, sono il prodotto e la risposta alle crisi e ai cambiamenti nella vita politica, economica e sociale del proprio contesto. Un'ideologia è in gran parte incomprensibile al di fuori del contesto storico in cui è stata prodotta, perchè è stata realizzata come risposta a problemi specifici e ad individui specifici, non come un divagamento intellettuale che rispondeva alle domande astratte.

Intendiamo analizzare il contesto storico in cui sono state sviluppate le idee anarchiche, approfondendo i concetti di autorità e di potere, al fine di chiarire che questi concetti non sono riduzionisti o semplicistici, né da parte degli anarchici e né da parte dei vari sociologie del XIX° secolo e, anzi, sono stati dei concetti corrispondenti alla realtà e all'esperienza storica.

La teoría del contratto
Praticamente tutta la teoria sociale del diciannovesimo secolo è stata una reazione contro il razionalismo del XVIII° secolo che costituiva il fondamento politico/filosofico della Rivoluzione francese. All'interno di questo movimento intellettuale, l'idea di contratto sociale che Jean Jacques Rousseau aveva concepito, era stato uno dei pilastri del nuovo ordine rivoluzionario che avevano proclamato i giacobini, quando presero il potere, contro l'ideologia dell'ancien regime, cioè della monarchia semi-feudale e del potere della Chiesa.

La teoria del contratto affermava che l'umanità aveva avuto origine da un'anarchia primordiale, dove gli esseri umani erano liberi e rispettosi degli altri, senza legami o relazioni sociali l'un con l'altro, in uno stato di natura, vicino agli animali, senza che formassero una società. In un secondo stato civile, dove la società era stata fondata, il contratto tra governanti e governati, dove il primo era delegato a quest'ultimo ed erano i rappresentanti della volontà generale, divenne operativa. Da qui, si era istituito il legame politico che aveva portato all'origine della società e dello Stato, che per la teoria contrattualista erano interdipendenti, cioè senza lo Stato, non poteva esistere la società. Questo modello teorico è chiamato modello giusnaturalista (Norberto Bobbio, p. 67-93). Si tratta di una costruzione intellettuale corrispondente a questo specifico contesto storico, ma che non ha alcun fondamento nella realtà, dal momento che [non è esistito] un tale scenario nella storia e nell'evoluzione umana.

Gli autori contrattualisti (Hobbes, Locke, Rousseau), descrivevano in modo diverso lo stato di natura -dalla guerra di tutti contro tutti di hobbesiana memoria al mito del buon selvaggio di Rousseau-, ma erano d'accordo sulla struttura dell'argomento. Si potrebbe semplificare questo pensiero sulla base di alcune opposizioni o idee dicotomiche tra stato di natura e stato civile: barbarie/civiltà; anarchia/Stato; natura/società; individuo isolato/individuo associato; assenza della politica/società politica; disordine/ordine; uguaglianza/disuguaglianza; sopravvivenza individuale/contratto sociale. Fondamentalmente, quello che era implicito era che gli esseri umani (popolo) stipulavano un accordo o contratto, dando alcuni loro diritti ad una persona o a un gruppo di persone (governanti), al fine di far beneficiare il tutto a tutta la comunità. Per alcuni autori, questa concessione era temporanea e veniva rinnovata di volta in volta (la democrazia); in altri era permanente e la potenza viene trasmessa per successione (monarchia). Una violazione del contratto da parte dei governanti, cioè pronunciata contro la volontà generale, abilitava il popolo a rovesciare i propri governanti e metterne altri al loro posto.

L'opposizione al contrattualismo
Il movimento contro il razionalismo individualista aveva tre tronchi principali, ideologicamente molto diversi, ma con alcuni principi fondamentali in comune: il conservatorismo (che propose un ritorno al vecchio regime), il liberalismo (che difendeva l'autonomia politica e i diritti politici/civili dell'individo) e il radicalismo (che auspicava ad una rivoluzione economica e sociale, la quale coprisse tutte le correnti socialiste, tra cui l'anarchismo). Queste tre correnti avevano una visione particolare del concetto di potere politico, in gran parte contrario all'autorità (politica e sociale).

L'idea di autorità la possiamo descrivere come "la struttura o l'ordine interno di una società, sia essa politica, religiosa o culturale e che riceve la sua legittimità nel sociale, nella tradizione o nella fedeltà ad una causa." Sociologicamente, il concetto antinomiano sarà del potere, identificato con le forze della repressione e della burocrazia amministrativa spersonalizzata (Nisbet: Pag. 18 e 19). Il pensiero radicale tiene come elemento distintivo quello di credere nella possibilità del riscatto sociale attraverso la conquista del potere politico e della sua utilizzazione senza limite. La convinzione giacobina, nel potere assoluto, era quello che esso dovesse stare al servizio della ragione, della nazione e dell'umanità, eliminando le tirannie e le disuguaglianze, così come le istituzioni che le hanno causate, in particolare la Chiesa. Il potere e la ragione vengono esercitate contro l'autorità e la tradizione.

Seguendo il contrattualismo, molti radicali giustificavano il potere totalitario sulla base del concetto di "volontà generale". Il governo rivoluzionario al potere, incarnava la volontà generale, non un potere esterno alla società ma il potere collettivo del popolo esercitato attraverso i loro rappresentanti. Così, il potere totale incarnato nell'Assemblea, o anche in un solo uomo, serviva allo scopo di raggiungere la libertà per milioni di individui oppressi dalla Chiesa, dall'aristocrazia, dalla monarchia e dalle corporazioni dell'ancien regime. Il potere politico venne concepito come un mezzo per raggiungere la libertà e l'uguaglianza, mentre la nazione venne concepita come fonte di ogni autorità legittima, considerando gli uomini e le donne del popolo come appartenenti ad una fraternità nazionale. L'esercizio del potere razionale e illimitato, era un modo per porre fine alla confusione sulle autorità tradizionali, legate alla monarchia e al feudalesimo. Nel nuovo ordine, la devozione a Dio e alla Chiesa stavano per essere sostituite dal culto del popolo e dello Stato, questo sarebbe stato il fondamento morale del potere politico rivoluzionario. E sarebbe stata la pietra-base delle correnti più democratiche e socialiste del XIX° e XX° secolo per l'accettazione della conquista del potere statale come agente rivoluzionario.

Socialisti e Democratici, come Saint-Simon, Blanqui, Blanc, Mazzini, Marx, Engels, Lenin e Bernstein, partirono da questa idea per giustificare il nazionalismo democratico, il riformismo socialista e la dittatura del proletariato. Senza prendere il potere (in tutto o in parte) non si poteva raggiungere un nuovo ordine rivoluzionario. Qui è dove gli anarchici -da Proudhon a Bakunin, da Malatesta a Kropotkin-, così come alcuni libertari e pensatori socialisti utopisti (William Morris, Owen, Fourier) presero le distanze da questa ansia per la conquista del potere politico. La soluzione anarchica sarebbe passata attraverso l'annientamento di quel potere.

Potere politico e autorità sociale
Uno dei temi chiave della sociologia emergente del XIX° secolo, era stato il tema legato alla crisi e al declino dell'autorità tradizionale e alla sua sostituzione con nuove forme di potere. Nella società dell'Ancien Regime -l'organizzazione sociale che aveva preceduto la rivoluzione industriale e la rivoluzione democratica borghese in Europa-, l'autorità non era stata concepita come identità separata o distinta del gruppo sociale. Era "profondamente radicata alle funzioni sociali, parte inalienabile dell'ordine interno della famiglia, del quartiere, della parrocchia e del comune, ritualizzato in tutte le circostanze; l'autorità è così strettamente unita con la tradizione e la morale che a mala pena avverte l'aria che respirano gli uomini. Anche nelle mani del re, si tende a mantenere in vita una tale società, che sia di carattere diffuso e indiretto"(Nisbet:. P 147). L'autorità patriarcale del re non è diversa da quella dei genitori sui figli; l'autorità viene così integrata e imbrigliata nell'ordine sociale morale che non è possibile vederla separata dal corpo sociale.

Il colpo fatale per l'autorità tradizionale avvenne a causa degli effetti della rivoluzione industriale e della rivoluzione francese, che avevano generato profondi sentimenti di ansia e preoccupazione nel pensiero conservatore. Questa corrente temeva che perdendo l'autorità, diventasse una massa di individui isolati e indifesi contro le nuove forme di potere arbitrarie, terribili e totalizzatrici. Questa immagine dele potere rivoluzionario giacobino, era stata svelata da pensatori come Burke, Burckhardt, Carlyle, Tocqueville, Simmel, ecc. La nascente sociologica descriveva il nuovo potere politico che sostituiva quello precedente:

a) Un potere totalizzatore, che si estendeva in tutte le sfere della vita.
b) Un potere legittimato dalle masse, in cui tutti i cittadini sono sovrani, che esprimono la volontà generale, attraverso il potere politico.
c) un potere centralizzato che ha ucciso comuni, corporazioni e ogni tipo di amministrazione decentrata. La centralizzazione è emersa come una forma per dare alle masse una sorta di condivisione di quel potere. Tutte le forme di autorità tradizionali stavano tra il governo rivoluzionario e il popolo, per cui dovevano essere smantellate; il potere centralizzato, anche dittatoriale, era stato il modo migliore per rappresentare la volontà generale.
d) Un potere razionalizzato, che ha semplificato l'amministrazione, che ha uniformato i mezzi, che ha dato un impulso a un linguaggio attraverso il sistema educativo, che ha razionalizzato l'esercito di massa, ha dato una nuova burocrazia amministrativa, spersonalizzata, dove tutto può essere misurato, pesato, documentato e registrato da un numero, una norma, una regola, una formula o un timbro (Nisbet:. p 148-150).

Una delle grandi differenze tra il pensiero conservatore e quello rivoluzionario radicale era appunto che i conservatori -seguaci della tradizione- esaltassero una società pluralistica medievale, con centri politici distribuiti, con un'autorità sostenuta dalla comunità locale, dalla famiglia patriarcale, dalla parrocchia e dalla tradizione. Invece, i radicali scommettevano sulla centralizzazione del potere, sul razionalismo amministrativo e sulla liberazione del popolo da istituzioni tradizionali che lo opprimevano. Il contrasto è riassunto nella distinzione tra autorità sociale (legata al vecchio regime) e il potere politico (legato al nuovo ordine), che sarà oggetto della sociologia di Bonald, Weber e Durkheim.

Libertà, Autorità e Potere in Proudhon
Le forme di coercizione sociale, l'origine e il fondamento delle norme sociali e le forme di controllo sociale, saranno le preoccupazioni dei sociologi del XIX° secolo, specialmente degli anarchici. Quest'ultimo è spiegato da Robert Nisbet nel seguente paragrafo:

"Sarebbe falso pensare che questa distinzione tra l'autorità sociale e il potere politico si fonda esclusivamente sul pensiero conservatore. Quella era la sua origine, ma, in seguito, si diffuse in altri pensieri. Gli anarchici erano per maneggiarlo. Per loro, il problema del potere nella società moderna, derivava in gran parte dalla sua enorme intensità che la Rivoluzione aveva dato all'idea dello Stato. "La democrazia è semplicemente lo Stato sollevato all'ennesima potenza," diceva Proudhon, (...) [che] aveva avuto un profondo interesse per il localismo e la moltiplicazione dei centri di autorità nella società, come mezzo per contenere la centralizzazione, basato sulle masse (...) Il pluralismo e il decentramento, altri aspetti notevoli dell'anarchismo ottocentesco -da Proudhon a Kropotkin-, procedevano entrambi tramite un senso vivido della differenza esistente tra l'autorità sociale, che era in conformità con la definizione anarchica, molteplice, associativa, funzionale e autonoma, e la politica dello Stato; quest'ultimo, per quanto "democratico" fosse alle sue radici, aveva lo scopo della centralizzazione e burocratizzazione, a meno che l'equilibrio dell'autorità implichi nel localismo e nella libera associazione." (Nisbet: p. 155).

Il federalismo di Proudhon e il suo desiderio per la comunità locale, così come la sua opposizione alla centralizzazione dell'industria e il suo essere a favore della produzione in piccola scala, gli valse l'etichetta di piccolo borghese dall'autoritario borghese Karl Marx e dal suo servo Engels. Nella sua visione dell'industria, più che piccolo borghese, il pensiero di Proudhon lo potremo quasi definire utopico -molto vicino a Owen che agli anarchici che vennero dopo Proudhon. Il tradizionalismo patriarcale di Proudhon, fortemente criticato dagli anarchici contemporanei, non permetteva di visualizzare la possibilità di conseguire l'anarchia in un'economia industriale; ma questa limitazione sarebbe stata di gran lunga superata da Bakunin e da tutta la linea libertaria di autori che si ispirarono alle sue idee.

Ne Del principio federativo, Proudhon sosteneva che non vi era un contrasto tra un regime di libertà -con le sue varianti di democrazia e anarchismo- e un regime di autorità (intendendo questa come potere non diviso) -con la sua distinzione tra monarchia assoluta e il comunismo autoritario o statalista. Tuttavia, essendo idee antitetiche, secondo l'autore non può esistere l'uno senza l'altro: "Ne consegue che in ogni società, anche la più autoritaria, una parte è necessariamente riservata alla libertà; parimenti in ogni società, anche la più liberale, una parte è destinata all'autorità. Questa condizione è assoluta; nessun sistema politico può sottrarsi ad essa. A dispetto della ragione il cui sforzo tende incessantemente a risolvere la diversità nell'unità, i due principi rimangono a confronto e sempre in opposizione. Dalla loro tendenza contraria ed inevitabile e dalle loro reciproche reazioni, risulta la dinamica della politica."

In questa tensione dialettica tra autorità e libertà, non c'è una risoluzione o sintesi -come in Hegel-, ma una relazione dinamica e continua, con risultati alterni o sistemi politici. L'anarchismo sarebbe il sistema in cui il principio della libertà raggiunge il suo picco, mentre il principio di autorità si riduce al minimo irriducibile necessario.

Il principio di autorità è il potere politico non-diviso, assoluto e centralizzato che si basa su un'estensione del modello della famiglia patriarcale. Il monarca assume la figura del pater familias romano e si dissolve nella Nazione-Stato: "così è nella monarchia, in cui il principe è contemporaneamente legislatore, amministratore, giudice, generale, pontefice. Egli ha il dominio completo della terra e della rendita; è il capo delle arti e dei mestieri, del commercio, dell'agricoltura, della marina, della pubblica istruzione , è investito di tutto il diritto e di tutta l'autorità. In due parole il re è il rappresentante della società, la sua incarnazione; lo Stato è lui. La concentrazione o indivisione dei poteri è la caratteristica della monarchia. Al principio di autorità che caratterizzava il padre di famiglia ed il monarca, viene a ricongiungersi come corollario il principio dell'universalità delle attribuzioni." Di fronte al potere centrale, Proudhon oppone a esso l'autorità federale, associata, libera, ridotta di numero, limitata, specializzata e comunale.

A differenza di un Saint-Simon, che proponeva la riforma dello Stato, Proudhon sosteneva che la soluzione alla crisi del suo tempo sarebbe stata la trasformazione della società, cambiando il rapporto tra l'ordine sociale e politico. Il ruolo dello Stato -organismo esterno alla società- è delimitato al minimo, mentre la direzione economica e politica della società convergono nella società dei lavoratori. Il contrasto che postulava Proudhon tra individuo/Stato o Individo/Società, che sarà il tema degli anarcoindividualisti, era la coppia antagonista Stato/Società. L'individuo esiste solo all'interno di un gruppo sociale che è composto da molteplici relazioni interne. Al contrario, la centralizzazione politica dello stato atomizza la massa della società, isolando gli individui: "il suffragio universale è una sorta di atomismo mediante il quale, il legislatore, non può smettere di parlare delle persone come unità corporee, invitando i cittadini a esprimere il loro parere con la testa; è un pò come farebbe il filosofo epicureo che spiega il pensiero, la volontà, la comprensione e le combinazioni degli atomi" (in La soluzione del Problema Sociale, 1848). Il corpo della nazione si riduce ad un ammasso di molecole gestite esternamente dalla struttura politica superiore e centralizzata del potere politico dello Stato (Buber: p. 44-45).

Le idee di Proudhon sul potere politico -contraddittorie, complesse, mutevoli, versatili e flessibili-, sono ben lungi dall'essere semplicemente un sinonimo di coercizione, come sostenuto da Roca Martìnez. Anzi, al contrario è espresso in uno dei paragrafi più famosi di Proudhon: "Essere governati, significa essere controllati a vista, ispezionati, spiati, diretti, legiferati, regolamentati, parcheggiati, indottrinati, pregati, controllati, soppesati, apprezzati, censurati, comandati, da esseri che non hanno né il titolo, né la scienza, né la virtù [...]. Essere governati, significa essere, a ogni operazione, o ogni transazione, a ogni movimento, annotati, registrati, recensiti, tariffati, timbrati, tosati, quotati, patentati, diplomati, autorizzati, ammoniti, impediti, riformati, raddrizzati, corretti. Significa, col pretesto dell'utilità pubblica e in nome dell'interesse generale, essere messi a contribuzione, addestrati, taglieggiati, sfruttati, monopolizzati, concussi, spremuti, mistificati, derubati; poi, alla minima resistenza, alla prima parola di protesta, repressi, multati, vilipesi, braccati, strapazzati, picchiati, disarmati, legati, imprigionati, fucilati, mitragliati, giudicati, condannati, deportati, sacrificati, venduti, traditi e, come se non bastasse, presi in giro, beffati, oltraggiati, disonorati. Ecco il governo, ecco la sua giustizia, ecco la sua morale!"(Guerin: P. 43). Lo stesso si potrebbe dire di Bakunin, il cui pensiero -che appare asistematico e frammentato in decine di libri, lettere, articoli e manifesti-, era profondamente filosofico.

Continua nella Seconda Parte

Note
[1] Sul concetto di potere popolare, rimando all'articolo“La Quimera del Poder Popular: una forma de integración al sistema”, publicato in Libertad! N° 52; si raccomanda anche la lettura di “Grupos Libertarios y Poder Popular”, di Rafael Uzcátegui, in Libertad! N° 57.

[2] In un altro punto, intraprendiamo la discussione delle teorie di Foucault sul potere, prevalentemente discorsivo, totalizzante e senza base scientifico/sperimentale.

La classe operaia in Romania: obiettivo e bersaglio della pistola capitalista

da iasromania

Oggi giorno, ci sono circa 5 milioni di lavoratori in Romania. Altri 3 milioni di rumeni lavorano in altri paesi dell'Unione europea, in particolare Spagna e Italia (che corrisponde a un quarto della forza lavoro locale). Ufficialmente, la disoccupazione si aggira intorno al 6,7%, ma questo dato non è corretto. Questo numero si riferisce solo alle persone che sono state registrate, e quindi non è calcolata per l'intero numero di persone che potrebbero lavorare, ma che sono lasciate fuori. Pertanto, il numero effettivo di disoccupati in realtà non è noto (o non è segnalato dal governo), ma secondo una deduzione logica, saranno circa un milione di persone. Un quarto delle persone laureate è ufficialmente disoccupata. Il 53 per cento dei disoccupati registrati beneficiano delle prestazioni (e corrisponde a un 75 per cento del salario medio di un lavoratore) e attualmente non hanno alcun reddito.

I lavoratori sono in una situazione terribile. Più di due terzi dei 5 milioni di lavoratori sono impiegati nel settore privato. Essi non sono sindacalizzati, e una grande solidarietà tra i lavoratori richiederà una dura battaglia per combattere la classe dirigente (la classe delle grandi imprese, protetto dallo Stato) e rompendo la sua opposizione nel permettere la formazione di sindacati nel settore privato. Gli unici sindacati che esistono in Romania sono i sindacati "galbene" -o falsa sinistra- che coprono solo una parte dei dipendenti statali (polizia, parte degli insegnanti e dei lavoratori del settore della sanità) o dipendenti di aziende statali o ex aziende statali che sono state privatizzate. Questi sindacati hanno sempre tradito gli operai. L'unica lotta di questi sindacati sono stati efficaci solo nell'ottenere posizioni di alto rango nell'apparato statale. Alcuni esempi per illustrare questo: Victor Ciorbea, ex sindacalista, divenne primo ministro (nel 1999 licenziò 100'000 minatori sotto gli ordini del FMI e lasciò intere regioni nella rovina e nella miseria più totale ed indescrivibile); diversi ministri venivano fuori da partiti parlamentari e sindacati e, alcuni di questi, sono in cima alla classifica che Forbes stila ogni anno sui 500 uomini più ricchi al mondo.

La mancanza di protezione dei sindacati combattenti e la vulnerabilità della classe operaia rumena -che è la più grande in Europa-, ha conseguenze tragiche sulla società, tanto da non accorgersi che il capitalismo continua ad attaccare ferocemente. Nel 2009, lo Stato rumeno è stato forzatamente portato dall'Unione europea ad accettare un modello di "austerità" -sostenuto dal Fondo monetario internazionale, della Commissione europea e dalla Banca Mondiale. Il governo ha raddoppiato -intenzionalmente- i disoccupati, forzando le piccole imprese ad andare in fallimento. Si trattava per lo più di piccole imprese familiari con pochi dipendenti. Il governo li ha letteralmente uccisi e ha ammesso di aver fatto questo, imponendo loro una tassa che non potevano pagare. "Le aziende non possono pagare le tasse di 500 euro: rischiano di morire", ha dichiarato Gheorghe Pogea, ministro delle finanze. Questo ha raddoppiato la disoccupazione nel settore privato. E' stato il primo passo per una guerra capitalista totale contro il lavoro.

La seconda fase dell'attacco da parte dello Stato -quello stesso Stato che, tramite i suoi funzionari, ha ammesso pubblicamente di difendere il settore privato- è stato contro gli operai; col cambiamento del Codul Muncii (codice del lavoro), si è permesso alle persone prive di protezione giuridica, di essere in balia allo sfruttamento totale dei datori di lavoro. Lo Stato ha reso possibile, per i datori di lavoro, di licenziare la gente senza una motivazione; demolito il contratto a tempo indeterminato e ripristinato lo status di apprendista, hanno trasformato i giovani in vittime di abusi da parte dei dipendenti; gli avvisi di posti di lavoro disponibili, invitano apertamente i giovani a impegnarsi come "volontari" in modo che possano acquisire "esperienza" -questo significa schiavitù ed è un fenomeno che drammaticamente si diffonde a macchia d'olio. E questo non è abbastanza: questi guru aziendali chiedono diverse modifiche al Codul Muncii per rendere i lavoratori ancora più vulnerabili. Le aziende sono libere di imporre una disciplina militare verso i dipendenti, monitorandoli e spiandoli al tempo stesso.

Lo sfruttamento e le cattive condizioni di lavoro hanno portato ad un elevato numero di incidenti -4.000 nel 2012, 215 decessi. Anche in questo caso, il numero reale è probabilmente molto più alto, perché molti episodi di questo tipo vengono registrati come "infortuni sul lavoro" (in quanto obbliga il datore di lavoro a pagare i danni per i lavoratori e le loro famiglie). Questo avviene perché la classe operaia non è sindacalizzata ed è vittima della corruzione fraterna tra la classe dirigente e lo Stato. (I media sono riusciti a dare un'occhiata a questa sorta di fratellanza: nel 2010, alcuni funzionari statali dell'Inspectoratul Teritorial al Muncii (Ispettorato del lavoro) sono stati colti sul fatto mentre prendevano tangenti dalle aziende -le quali volevano mettere a tacere gli abusi verso i dipendenti- per conto del partito al governo).

La realtà è che il piano di austerità applicato, è stato un brutale attacco al lavoro, creando in modo artificiale una disoccupazione sempre più estesa, la quale è usata per spaventare i lavoratori e costringerli a lavorare di più; ciò rende più facile il compito ai datori di lavoro nel respingere le richieste dei lavoratori e garantire maggiori profitti che permettono l'inserimento di altre persone pagandole con salari ancora più bassi. Il tasso di disoccupazione creato artificialmente, è a vantaggio della classe dirigente; è un potente strumento per la disciplina del lavoro e impedisce ai lavoratori di costituire sindacati. E' anche un mezzo attraverso il quale i datori di lavoro possono mantenere i salari bassi.

L' "austerità", che ha portato ad un alto tasso di disoccupazione, è stata utilizzata anche per paralizzare ogni possibile resistenza da parte delle persone, imponendo ulteriori tagli forzati sui dipendenti del settore pubblico e privato quali insegnanti, medici, studenti, pensionati, oltre ad un brusco aumento dell'IVA del 5 per cento (portando così l'IVA al 24 per cento), che ha causato un aumento dei prezzi per tutti i beni e i servizi. Inoltre, lo Stato ha chiuso almeno 1.300 scuole (ne dovrebbe chiudere 3.000) e un quarto degli ospedali presenti nel territorio rumeno; tutto ciò è stato fatto per la privatizzazione completa dell'istruzione e della sanità. I trasporti pubblici sono quasi tutti privatizzati; lo Stato sta attualmente cercando di vendere le ferrovie statali e le poste. Quasi tutti i servizi sono privatizzati e questo non ha portato alla promessa de "la libera concorrenza abbassa i prezzi"; al contrario, i prezzi dei servizi sono in aumento, perché lo Stato ha di fatto creato dei monopoli privati ​​territorialmente divisi. Durante questo periodo che i funzionari chiamano "austerità", i prezzi hanno continuato a salire, in particolare i prezzi del cibo e delle utenze, rendendo il costo della vita insopportabile e costringendo la gente a cercarsi secondi e terzi lavori (che sono sempre sottopagati). Il tasso di suicidi è aumentato drammaticamente.

La propaganda dello Stato è stato quello di forzare le persone a lavorare di più. I politici hanno accusato i lavoratori di essere "pigri", mentre loro, i politici, hanno permesso l'espansione delle privatizzazioni e pagare bene la polizia.

L'intera situazione può essere illustrata da uno slogan cantato dalle persone che hanno protestato nelle strade per settimane -nell'inverno del 2012-, contro gli abusi dello Stato, la corruzione e la povertà diffusa: “Vă rugăm, ne scuzaţi! Nu producem cât furaţi!”

La classe operaia rumena è la più sfruttata in Europa: le persone lavorano per molte ore (legalmente si dice che lavorano per 8 ore al giorno, ma tutti gli studi dimostrano che molti lavorano 10-12 ore, specialmente durante il fine settimana) e sono sottopagati -i salari rumeni sono i più bassi d'Europa-, mentre il costo della vita è paragonabile (su alcuni aspetti) all'Europa occidentale. La classe operaia non è sindacalizzata, i sindacati del settore privato sono inesistenti ed i sindacati del settore pubblico sono solo "galbene" (collaborazionisti). I sindacati galbene sono responsabili della situazione catastrofica della classe operaia rumena. Anche se questo è essenziale, resta il fattore relativo più dannoso della tragica situazione della classe operaia. Peggio della mancanza dei lavoratori sindacalizzati, è la mancanza di identificazione della loro reale condizione: essere delle persone che lavorano. La maggior parte si identificano con la loro condizione di consumatori, nel tentativo di sfuggire allo stigma generale dei lavoratori e dei poveri, che è il risultato della propaganda decennale dello Stato, dei politici, dei media e degli intellettuali. I lavoratori stanno imparando -sulla loro pelle- la loro reale condizione di persone che lavorano, (ovvero di schiavi salariati), e capiscono le cause di questa condizione; più veloce si romperanno le illusioni capitalistiche imposte a loro, più facile sarà trovare altri lavoratori solidali e organizzarsi e combattere per il raggiungimento della propria emancipazione.
Le informazioni sono essenziali per sapere la situazione dei lavoratori e della lotta della classe operaia, oltre che sugli sviluppi attuali tra le classi lavoratrici in altri paesi, in modo da trovare dei metodi migliori per la diffusione dei contenuti e dell'organizzazione. 
(tradotto da NexusCo)

Estratto dell'articolo "Maggioranza e Minoranza"

Noi non vogliamo imporre niente a nessuno, ma non intendiamo sopportare imposizioni di alcuno.
Felicissimi di veder fare da altri quello che non potremo far noi, pronti a collaborare cogli altri in tutte quelle cose quando riconosciamo che da noi non potremmo far meglio, noi reclamiamo, noi vogliamo, per noi e per tutti la libertà di propaganda di organizzazione di sperimentazione
La forza bruta, la violenza materiale dell’uomo contro l’uomo deve cessare di essere un fattore della vita sociale.
Noi non vogliamo, e non sopporteremmo gendarmi, nè rossi, nè gialli, né neri. Siamo intesi?
[cit. Umanità Nova anno I, n 168, Milano il settembre 1920.]